L’inflazione resta uno dei più importanti termometri dell’economia mondiale contemporanea. Innanzitutto perché, essendo i mercati appesi da tempo al fiume di liquidità delle banche centrali, si teme che quando finalmente i prezzi cominceranno a crescere si dovranno chiudere i rubinetti, lasciando a secco le quotazioni, con il verosimile rischio di ridimensionamento consistente degli indici azionari globali. 

Per tutti gli investitori (la maggior parte) che aspettano l’appuntamento di domani con la Fed un indicatore fondamentale resta il livello dei prezzi che con un 5,3% ad agosto, anche se in calo dal 5,4%, rappresenta la maggiore pressione sul tapering e sull’inversione di marcia della politica monetaria. 

L’Ocse oggi sposa in pieno la vulgata di un’interpretazione prudente delle spinte inflattive globali attuali: per il 2021 si attende negli Stati Uniti un’inflazione headline del 3,6% nel 2021 e del 3,8% nel 2022, l’inflazione core, al netto del pesante impatto degli energetici e degli alimentari, è vista al 3,1% quest’anno e al 2,8% il prossimo. Livelli appunto molto più bassi di quelli attuali, che ipotizzano dunque un rallentamento dei prezzi imponente che ancora sul mercato non si vede e che dovrebbe arrivare in queste settimane, visto che ormai manca poco al termine del 2021. L'inflazione elevata di questi mesi è dunque secondo l'Ocse temporanea e in pratica già in sgonfiamento.

Wall Street: i multipli e le ragioni

Per tornare un attimo sulla realtà, basta ricordare che oggi il Dow Jones Industrial Average ha un P/E di 23,09, contro i 26,65 di un anno fa e il forward a 18,84 di Birinyi. Il ridimensionamento sembra insomma già in corso, ma siamo comunque su valori da bolla… e parliamo degli industriali. 

Se si va infatti agli indici meno “materiali”, si vedono cifre astronomiche.

Attualmente il Russell 2000 Index segna un P/E Ratio di 315,63! E anche se a 12 mesi si prevede una divisione fino a 31,02, fa specie osservare che oggi chi compra un’azione tra le prime 2 mila del Russell in teoria sui aspetta di essere ripagato in utili (e quindi dividendi) non prima di 315 anni.
Un po’ come dire che o gli utili esplodono o le quotazioni si sgonfiano.

Per il Nasdaq 100 il P/E è a 36,05, più del 35,99 di un anno fa e più del 29,06 stimato tra 12 mesi. Ma siamo comunque su livelli da bolla anche in questo caso. 

Certi amanti dei multipli da tempo leggono come una follia questa cifre, ma non tengono conto delle ragioni dell’asset allocation che, con rendimenti negativi nell’obbligazionario, deve spesso giocoforza puntare sull’equity e incrociare le dite.

D’altronde, se è vero che il petrolio ha bruciato le tappe del suo recupero e messo in crisi produzioni e ripresa, è anche vero che veniva letteralmente da zero e quindi puntarci nel bel mezzo della transizione energetica sembra tutt’altro che una politica di prudenza.

L’S&P 500 ha un più “moderato” P/E 31,25, meno del folle 36,74 dell’anno scorso, ma comunque più del 21,95 previsto tra 12 mesi. 

Insomma le quotazioni sono da bolla un po’ dappertutto e l’impressione generale è che adesso sia davvero troppo, anche perché qualcosa dell’inflazione montante degli ultimi mesi (soprattutto negli Usa) rischia di rimanere sul tappeto dei prezzi al consumo di lungo periodo. 

Questo inevitabilmente dovrà condurre a quel ridimensionamento delle politiche monetarie ultra-espansive delle banche centrali e al citato pericolo di un consistente ridimensionamento delle quotazioni azionarie worldwide.

Ormai sembra sempre di più un problema del quando che del se

Wall Street: ma le due sponde dell'Atlantico sono in fasi diverse

C’è un decoupling importante, però, e potrebbe davvero cambiare lo scenario del rientro dagli helicopter money globali. E’ lo sfalsamento Europa-Usa, che sarà tenuto in estrema considerazione sulle due sponde dell’Atlantico. 

Il 5,3% d’inflazione Usa è molto meno vincolante del 3% europeo. Se inoltre si ragiona di medie, come fanno tutti per procrastinare il rientro dalla sbornia della liquidità, l’UE ha un passato di deflazione che potrebbe diventare un credito di quantitative easing e tassi a zero.

C’è meno spazio di manovra sull’occupazione a Francoforte, ma gli enormi investimenti previsti dal Next Generation Eu richiederanno anche una sorveglianza sul fronte del costo del denaro. 

Da un’altra prospettiva gli imponenti investimenti fiscali Usa di Joe Biden (su cui in molti puntano per il prossimo anno) sono superiori a quelli europei e quindi Washington sta già correndo più di Bruxelles in termini di Pil; i prezzi e il lavoro, dunque i tassi vengono (o verranno o dovrebbero venire) semplicemente dietro.

A Wall Street però lo scenario potrebbe non piacere.

(Giovanni Digiacomo)