La giornata di ieri ci ha dato una plastica dimostrazione che non sono i dati economici a determinare la direzione di breve dei mercati, ma è invece la condizione emotiva della massa degli operatori.

Ieri, infatti, sono arrivati alcuni importanti dati economici e sui vaccini. Tutti decisamente negativi.

Riguardo alle prospettive economiche al mattino è stato pubblicato l’indice tedesco ZEW, costruito con un sondaggio mensile ad un ampio gruppo di operatori ed analisti tedeschi sulle prospettive dell’economia germanica. E’ risultato ampiamente in calo e decisamente inferiore alle attese di consenso, che lo prevedevano in crescita.

Nel pomeriggio poi è stato pubblicato il dato sull’inflazione americana di marzo. Sia il dato  ufficiale che quello “core” (cioè con il paniere senza i prezzi di alimentari ed energia, considerati troppo volatili), che erano già attesi in crescita, hanno addirittura superato le stime degli analisti. Ora l’inflazione ufficiale in USA viaggia al ritmo del 2,6% annuale, mentre il dato “core” segna un incremento del 1,6%. Trovano così conferma i timori di marzo dei mercati su una ripresa dell’inflazione. Oltretutto la massa monetaria che è stata erogata dal governo Biden con i recenti piani di sostegno, arrivati nelle tasche degli americani solo a fine marzo, e la progressiva riapertura delle possibilità di acquisto e di movimento che consentirà il progredire della vaccinazione di massa in USA, fanno pensare che l’inflazione possa accelerare anche in aprile e maggio.

In mezzo ai due dati è poi arrivato un altro fulmine a ciel sereno: in USA le vaccinazioni con il prodotto di Johnson&Johnson sono state sospese dalle autorità sanitarie per il manifestarsi di alcuni fenomeni di trombosi, simili a quelle comparse in Europa su qualche vaccinato con Astra Zeneca.

In attesa di approfondimenti, l’azienda ha rinviato l’inizio delle forniture all’Europa, che dovevano giungere nei prossimi giorni. Del resto è pensabile che l’EMA europea attenda il pronunciamento dei controllori USA prima di dare il placet all’uso in Europa del vaccino Johnson&Johnson.

Questo significa ulteriori ritardi per la vaccinazione di massa europea e nuova pubblicità negativa ai vaccini, con la conseguenza che potrebbe diventare sempre più ostico convincere le frange di popolazione meno disposte alla vaccinazione.

Sono tre notizie che avrebbero potuto piazzare un colpo da K.O. ai mercati, che erano già in condizione di eccesso rialzista (ipercomprato). Già, se questi fossero spinti dalle valutazioni economiche.

Invece la seduta ha mostrato segni positivi in Europa, anche se non eclatanti, e un  nuovo strappo rialzista in USA, con nuovi massimi storici per i due principali indici azionari: SP500 è arrivata fino a 4.148 punti, per poi chiudere a 4.141 (+0,29%);  il Nasdaq100 (+1,21%) ha proseguito la sua accelerazione rialzista fino a 14.002 punti, che innalza di oltre 120 punti il precedente record storico, e pone fine al periodo di apnea della tecnologia, che durava dal 16 febbraio.

Segno che a muovere gli indici non sono i dati economici ma l’euforia per i miracoli che riuscirà a produrre sulla crescita e sugli utili aziendali l’accoppiata di vaccinazioni e regali governativi. Se poi arriverà un po’ d’inflazione ci penserà la FED a schiacciare i rendimenti reali ancora più in basso, mantenendo immutata la sua politica monetaria ancora a lungo. Inoltre oggi comincia la campagna delle trimestrali con gli analisti che sono stati in genere abbastanza avari di aspettative. Possibile, anzi probabile, che si vedano superamenti eclatanti e diffusi delle previsioni.

Regali fiscali, fine dei lockdown, ottime trimestrali: è il cocktail giusto per dare una sferzata di breve periodo all’euforia degli investitori e spingerli a comprare ancora. 

E per il lungo periodo? Beh, sul lungo periodo è un altro paio di maniche, perché questo cocktail gonfierà ancora la bolla speculativa, che scoppierà quando l’inflazione scapperà di mano e la FED sarà costretta a rincorrerla, alzando i rendimenti.

Ma oggi chi si occupa di lungo periodo? Sono tutti intenti a guardare non oltre la punta del proprio naso. E poi, come rispondeva il grande economista Keynes a chi gli chiedeva perché nelle sue teorie economiche trascurasse il lungo periodo, “nel lungo periodo saremo tutti morti”.