Tutti attenti alle evoluzioni dei mercati emergenti, che potrebbero essere i protagonisti del 2021. Tutti incerti però se la maggiore attenzione vada riservata all’azionario o all’obbligazionario del “nuovo mondo”. Oggi affrontiamo così un raffronto in termini di rendimenti da dividendi e da cedole. Chi fra i due dà di più relativamente agli Etf? I numeri degli yield al momento fotografano una situazione complessa. 

Azionario, specialisti dei dividendi in tilt

Partiamo dal mondo delle “shares”, che ha dimostrato una forte accelerazione da novembre in poi, sebbene molti Paesi siano ancora sotto la tenda a ossigeno della pandemia. Ciò non esclude una certa apatia proprio degli Etf a maggiore caratterizzazione da dividendi. Per esempio l’Invesco emerging high dividend low volatility (Isin IE00BYYXBF44) come performance a un anno è ancora in territorio negativo (-14,7%), con un rendimento dei quattro dividendi annuali, relativamente agli importi versati nel 2020 e rapportati all’ultima quotazione, del 4,1% lordo, valore tutto sommato modesto, data la debolezza dei corsi e la tipologia dell’indice. Il risultato appare ancora più deludente se si considera che proprio questo Etf guida la classifica dei cloni più redditizi della categoria “emerging”. Segue il WisdomTree Emerging Markets Equity Income (Isin IE00BQQ3Q067), che in un anno è ancora in negativo del 9,6% e distribuisce un 4,08%. Sullo stesso livello l’SPDR Emerging Markets Dividend Aristocrats (Isin IE00B6YX5B26): relativamente agli ultimi 12 mesi è sotto del 5% con uno yield pure attorno al 4,1%. Ne deriva che i migliori della categoria stanno ancora soffrendo l’effetto pandemia, al contrario di quelli non targati “high dividend”, i quali hanno ripreso bene in termini di quotazioni, sebbene il relativo rendimento sia nettamente più basso, attestandosi in media poco sopra l’1%. Si consideri poi che tutti gli Etf citati hanno come valuta di denominazione l’Usd, il che li espone ancor più a possibili ulteriori debolezze da andamento della valuta.

Meglio l’area asiatica, sebbene…  

Continuando nell’analisi dell’azionario si nota come sono gli Etf riferiti a macro aree ad aver garantito performance nettamente superiori in un contesto di rendimenti da dividendo però molto contenuti. L’HSBC emerging Far East (Isin IE00B5LP3W10), che replica l’Asia più forte dal punto di vista economico, con Cina, Corea, Indonesia, Taiwan, Thailandia, ecc., ha per esempio messo a segno in un anno il +36,6%, con uno yield però all’1,7%. Stesso comportamento da parte di altri cloni asiatici, a conferma di come il motore del mondo stia sempre più trasferendosi in tale ambito, ancora parsimonioso però in termini di redditività da utili distribuiti.

L’obbligazionario invece

Tocca ora al vero tema del confronto, ovvero quale asset sia preferibile in termini di yield. Un po' a sorpresa fra gli Etf bond si riscontrano valori solo di poco superiori rispetto a quelli azionari. I migliori del contesto “emerging” riescono a superare il 4% di yield lordo ma non toccano il 5%, obiettivo invece auspicabile. L’Xtrackers Usd Emerging Sovereigns Quality Weighted (Isin IE00BD4DX952), riferito ai titoli di Stato del contesto espressi in dollari, al momento versa un 4,8%, con performance a un anno negative dell’8,6%. Tutti gli altri Etf obbligazionari dimostrano rendimenti simili in una situazione di mercato comunque piuttosto incerta, a causa dell’esasperata corsa delle quotazioni da politiche monetarie espansive, sul cui futuro c’è titubanza. Fra i tanti casi citabili ecco allora quello dell’iShares Emerging Local Government Bond (Isin IE00B5M4WH52), il cui yield è sceso da valori medi degli ultimi anni oltre il 5,5% al 4,4% in corso. E gli esempi dello stesso tenore non sono solo questi.

Per ora niente certezze

Il risultato complessivo del confronto è alquanto ambiguo, con i due fronti che hanno messo alle spalle le certezze del passato. I rendimenti sono scesi, le performance alquanto disallineate fra le diverse sottoclassi e al momento la sola realmente vincitrice è quella dell’azionario asiatico, con in prima linea il cinese, che però rende poco dal punto di visa dei dividendi. Il 2021 potrebbe sconquassare lo scenario, soprattutto se un fattore molto instabile, quello dell’inflazione, rifacesse la sua apparizione – seppur non accentuata – in queste economie stravolte dal Covid più di quanto non sia successo sul fronte occidentale.