L'acquisto di Pompea da parte di Fulgar ha acceso i riflettori sul comparto della calza. Si tratta di una operazione che farà nascere un colosso da 1.500 dipendenti e che sarà in grado di coprire tutta la filiera, dalla produzione del filato fino alla vendita al dettaglio nei negozi. L'esigenza di consolidamento tra i maggiori player del settore, un passo quasi obbligato per limitare i danni causati dal calo dei consumi ed alla concorrenza agguerrita, potrebbe coinvolgere anche CSP International Fashion Group. Lo scorso dicembre alcuni quotidiani locali hanno ipotizzato una possibile maxi operazione che vedrebbe coinvolta oltre alla nuova Fulgar-Pompea anche la società di Ceresara e Lvt. Sul presunto compratore è stato fatto il nome di Shandong Ruyi Technology Group. CSP ha prontamente smentito "l'esistenza di qualsiasi tipo di contatto e/o negoziazione" con il gigante cinese.

Negli ultimi 10 anni 4 acquisizioni.
Dalla fondazione ad oggi CSP ha messo a segno ben 7 acquisizioni. Solo negli ultimi 10 anni il proprietario dei marchi Sanpellegrino, Oroblu e Lepel ha acquistato la francese Well, il marchio Cagi, il distributore tedesco Oroblù Germany GmbH e Perofil Fashion Srl per una spesa complessiva attorno ai 25 milioni di euro. Shopping che ha permesso a CSP una maggiore diversificazione territoriale e di prodotto ma che non ha portato ad un vero salto dimensionale; nel 2009 il fatturato del gruppo era pari a 99,3 milioni di euro mentre nel 2018 il giro d'affari si è attestato a 111,6 milioni di euro. Ad oggi il valore in Borsa di CSP è inferiore ai 20 milioni di euro.

Il patrimonio è solido.
La situazione finanziaria di CSP è in ordine, la PFN (al 30 giugno 2018, ultimo dato disponibile) è negativa per 2,3 milioni di euro (positiva per 3,7 milioni senza considerare gli effetti dell'applicazione del nuovo principio contabile IFRS 16). La liquidità, poco sotto ai 20 milioni di euro ed un patrimonio netto superiore ai 50 milioni di euro non ostacolerebbero quindi ulteriori crescite per linee esterne. Considerando però il contesto di mercato gli azionisti di maggioranza (che controllano il 54,37% del capitale) potrebbero forse essere più propensi a valutare progetti di aggregazione.