Il ritorno dei talebani in Afghanistan embrerebbe l’occasione che, in Europa, i sovranisti attendevano da tempo. Il potenziale pericolo estremista tra i profughi si pone come un passpartout per il rilancio delle destre. La questione afghana e il prepotente  ritorno dei talebani non sono solo sul taccuino di Marine Le Pen

Tra chi cavalca l’onda dell’episodio del fondamentalista condotto a Parigi dalle autorità francesi, insieme a tre suoi prossimi parenti e un amico, vi sono anche i moderati. 

Ma le circostanze fanno un po’ gola a tutti, l’augurio di un ritorno in termini di consensi accomuna i partiti nazionalisti di mezz’Europa, dalla Spagna all’Austria. Kabul come a suo tempo Damasco, la questione afghana come quella siriana. 

Simone Guida, in un video caricato sul suo canale YouTube, racconta della storia della guerra in Afghanistan, una storia di battaglie che sembra non voler terminare: 

Il ritorno dei talebani e il caso parigino

Il ritorno dei talebani in Afganistan coinvolge gli Stati di tutto il mondo. La questione afghana, infatti, sbarca a Parigi, a portarla nel vivo della capitale francese è, manco a dirlo, un talebano. Sono 1.500 gli afghani portati in salvo con le missioni di evacuazione dal governo francese in questi roventi giorni di agosto.

Tra questi, ecco Nangialay S, un ventiseienne in odore di movimento fondamentalista, per il quale a Kabul ha anche prestato servizio armi alla mano a un checkpoint, come ammesso proprio dal ragazzo. 

Le autorità francesi hanno poi scelto di porlo sotto stretta vigilanza in un hotel di Noisy-le-Grand, zona periferica di Parigi, assieme ai suoi tre familiari e all’amico con cui era giunto in terra francese. Uno dei suoi quattro compagni di viaggio è finito poi sotto custodia dopo essersi allontanato per diversi minuti lontano dall’albergo. 

La situazione è andata complicandosi dal momento in cui, come ha dichiarato il rappresentante del governo Gabriel Attal, Nangialay S ha assistito nelle operazioni di sgombro dall’ambasciata di Kabul tanti francesi e cooperatori della Francia, azioni svolte, per di più, nel corso di un frangente straordinariamente teso, plausibilmente portando in salvo diverse vite. 

Il ritorno dei talebani, gli effetti in Danimarca 

Sono state avviate delle indagini. Vi è chi azzarda finanche un accordo con Nangialay, e cioè, l’espatrio a patto di un supporto al checkpoint da lui amministrato, sebbene il governo garantisca come ogni cosa sia sotto controllo: ciascun afghano condotto in Francia viene sottoposto ad accertamento presso la base di Abu Dhabi.

La problematica del potenziale approdo di jihadisti o delinquenti comuni è nondimeno viva e avvertita da tutte le polizie europee, come dimostrato anche dal caso danese.

In Danimarca si è scoperto di aver involontariamente “restituito” a Copenhagen il componente di una associazione criminale che era stato espulso nel mese di luglio e che per rientrare si è appropriato dell’identità del fratello.

Il ritorno dei talebani e il ricordo del Bataclan

Il ritorno dei talebani in Afghanistan ha senz'altro smosso l'opinione pubblica e ancora di più le fazioni politiche in cerca di consensi

Un talebano a Parigi, una notizia quanto mai invitante per tutte le opposizioni che non hanno perso tempo né la ghiotta occasione per lanciare critiche al presidente Emmanuel Macron, stimato, d’altro canto, dalla sinistra come chiaramente tendente a destra. Marine Le Pen ha bollato il presidente con il soprannome di “Edward Snowden”. 

Tra i massimi esponenti della destra moderata vi è, come Xavier Bertrand e Valérie Pécresse, chi esige su Twitter l’espulsione repentina del talebano (nel concreto piuttosto complessa, dato che l’uomo rischierebbe di essere vittima di una sicura rappresaglia, avendo soccorso i francesi, oltre a dover comunque considerare per legge la sua richiesta d'asilo). 

Accenti aspri, perfino più di quelli di Marine Le Pen, la quale sostiene come “il dovere” all'accoglienza segua quello della sicurezza del popolo francese.

La numero uno del Rassemblement National, però, pochi giorni prima aveva già scagliato una istanza per battersi contro una nuova “autostrada migratoria", esponendo il suo no a un diritto d’asilo che prosegui a rappresentare il cavallo di Troia di una immigrazione massiccia, incontrollata e imposta dell'islamismo, e in certi casi del terrorismo, come fu con certi aggressori degli attentati del 13 novembre 2015.

Da Orbán a Vox, chi marcia sul ritorno dei talebani

La crisi siriana e ora il ritorno dei talebani in Afghanistan, vi è senz’altro una connessione, un punto in comune: il timore di un cospicuo afflusso di profughi e migranti. Niente di meglio per chi come i sovranisti e le destre moderate d’Europa cerca spunti e argomenti che possano essere la spinta decisiva nei sondaggi

E se l’espediente di quanti già governano è quello di barricare le frontiere, come hanno intenzione di fare lo sloveno Janez Janša, il greco Kyriakos Mitsotakis e l’ungherese Viktor Orbán, chi si trova ora all'opposizione pressa a suon di slogan e invettive gli attuali governanti.

In terra spagnola, Santiago Abascal, leader di Vox, paventa l’approdo di nuovi jihadisti e prega i Paesi musulmani di prendersi carico dei rifugiati. In Germania l’Afd è consapevole di come la crisi siriana fu essenziale nel proiettarla al di là del 10 per cento. 

In Austria il presidente dell’FPÖ, Herbert Kickl, ha invitato a non intenerirsi eccessivamente innanzi gli scatti di bambini messi in salvo dai militari a Kabul. Ma a Vienna il governo vanta già innumerevoli grattacapi, specie al suo interno. 

I Verdi non si sentono più in sintonia con le strategie migratorie del premier popolare Sebastian Kurz. Ma finanche più in imbarazzo si è dovuta sentire la loro ex leader viennese Birgit Hebein, che per via di queste politiche ha deciso di abbandonare il suo partito. 

Afghanistan: i talebani e gli altri protagonisti

Come detto, sono settimane ormai che l’Afghanistan è posto piuttosto mestamente nel cuore dell’universo mediatico, balzando in cima alle news di cronaca internazionale per via degli eventi drammatici che hanno ormai scompaginato le sorti dello Stato asiatico.

Tra le certezze e le cose che ci è concesso sapere vi è l’evidenza di come i talebani abbiano riacciuffato il potere nel Paese, istituendo un nuovo governo plasmato sulla celebre legge coranica, la Sharia, ed eliminando in un sol colpo decenni di dominio politico e culturale occidentale. 

Ma in effetti quando si parla di talebani a chi ci si riferisce? Quale il loro credo e quale la loro origine

Quando ci si intavola una discussione sui talebani, è frequente che non si sappia con esattezza a cosa ci si stia riferendo. Si parla di una etnia o di un popolo? O magari di una setta religiosa? In effetti, nessuna di queste opzioni risponde alla realtà. I talebani rappresentano un’organizzazione dal carattere politico e militare attiva unicamente tra Afghanistan e Pakistan, stati confinanti l’un l’altro. 

L’espressione proviene dal persiano ṭālebān, che andrebbe tradotto con il termine “studente”; tale lemma, difatti, viene utilizzato pure in Iran per segnalare gli allievi impegnati nelle scienze coraniche e e aventi la responsabilità della prima alfabetizzazione dei più giovani grazie all’impiego degli scritti sacri della fede islamica.

L’organizzazione dei talebani prima della questione afghana

L’organizzazione dei talebani prende forma al principio degli anni Novanta del XX secolo, subito dopo la dipartita del Protettorato sovietico (febbraio 1989). Una volta venuto meno il dominio sul territorio da parte dell’Unione Sovietica, nel 1992 l’Afghanistan poté finalmente dirsi uno Stato indipendente – ovvero lo Stato islamico dell’Afghanistan.

Ciò nonostante, l’appena nato governo diede dimostrazione di una evidente frammentazione. Questo stato di cose andò a favorire il sorgere e l’ascendere dei Talebani, i quali non persero tempo e si diedero all’allestimento e disposizione in milizie paramilitari, riuscendo in tal modo a prendere possesso del territorio nazionale afghano nel 1996

L’Afghanistan alla mercé dei talebani

L’organizzazione stabilì allora un potere dalle tinte del tutto nuove, incentrato sulla severa e rigida osservazione della Sharia, ovvero un insieme di norme e prescrizioni che scandiscono sia la legge di un popolo e sia le misure comportamentali cui ci si deve attenere per non incorrere in altrettanto rigide pene. 

In una prospettiva ontologica, la Sharia si pone come la Legge di Dio, mentre nel pratico essa si dipana nel fiqh, la scienza giurisprudenziale che ufficializza in norme le disposizioni della Sharia.

In sintesi, sotto il dominio talebano l’Afghanistan si trasformò in un emirato islamico oscurantista e amministrato stando ai severissimi precetti religiosi, interpretati in fare fondamentalista.

La liberazione dai talebani e lo standby della questione afghana

I talebani mantennero saldo il potere del territorio fino al fatidico 2001.

Immediatamente dopo l’attentato alle Torri Gemelle e al Pentagono dell’11 settembre 2001, come ben noto, gli Stati Uniti misero in campo l’operazione Enduring Freedom, il cui obiettivo primario e prioritario era quello di annientare il dominio talebano e di scardinare la trama organizzativa del gruppo terroristico Al-Qaida

Gli obiettivi furono raggiunti nel novembre del medesimo anno, le operazioni militari durarono poco più di un mese.

È opportuno rammentare quanto la reazione dell’Occidente, con Usa e Gran Bretagna capofila, alla sfida dell’11 settembre sia stata illegittima ma soprattutto pericolosa.

L’allora presidente George W. Bush scatenò, con il sostegno di Tony Blair, in nome della lotta al terrorismo e della vendetta dei caduti americani, dapprima una guerra contro l’Afghanistan, come detto nel 2001, poi una seconda guerra contro l’Iraq di Saddam Hussein, ambedue avvertite dal mondo arabo e da quello musulmano come avverse al diritto internazionale. 

Le accuse (sotto cui si celavano i pretesti per la guerra) scagliate contro il dittatore iracheno di possedere segretamente armi di distruzione di massa e di essere in stretti rapporti con Al Qaida si sono poi rivelate prive di fondamento (per ammissione degli stessi vertici americani e britannici), anzi, costruite ad hoc per giustificare le operazioni. Tutto questo a quale prezzo?

Il ritorno dei talebani

Per avviarci ai nostri giorni cito il Prof. Marcello Campanini dal suo Storia del Medio Oriente Contemporaneo edito da Il Mulino:

I talebani in Afghanistan, dopo un primo momento di sbandamento, si sono riorganizzati e hanno riattaccato in forze, in parte sostenuti dal Pakistan.

Il governo più o meno democratico installato dagli Stati Uniti controlla scarsa parte del territorio in cui le divisioni etniche e tribali sono tuttora vive e in cui molti, delusi dall’occupazione straniera, stanno tornando a rivolgere le loro simpatie alle milizie fondamentaliste.

È paradossale ma significativo che negli ultimi tempi si sia parlato, da parte occidentale, di aprire trattative con i talebani moderati (sic!): una proposta che costituisce un’implicata ammissione di fallimento dell’originale strategia americana. 

Negli anni che seguirono, le truppe americane e quelle NATO rimasero a guarnigione dello Stato asiatico, fino a quando, nel gennaio del 2020, l’allora Presidente degli Stati Uniti Donald Trump decretò la smobilitazione generale dell’esercito in loco.

Le operazioni di ritiro sono state concretizzate dal suo successore Joe Biden. Nondimeno, nel giro di pochi mesi i talebani avvantaggiandosi della ritirata dei contingenti NATO e USA, hanno riconquistato i vari territori portando attacchi alle deboli militanze governative, fino a rioccupare Kabul, la capitale afghana, riprendendone il potere lo scorso 15 agosto. Ma questa è storia recente.

Dalla questione afghana alla questione dell’equilibrio politico europeo il passo è breve. A vent'anni dall'attentato delle Torri Gemelle e dalla guerra in Afghanistan, i talebani tornano a scuotere il mondo.