A soli sei mesi dall’ultima consultazione, le nuove elezioni sanciscono la fine del bipartitismo in Spagna. Il parlamento è frammentato e il paese si ritrova in una impasse politica senza precedenti nella sua storia democratica. Perché potrebbe esserci un’alleanza tra popolari e i socialisti.

Un bipartitismo quasi perfetto

La Spagna non riesce a uscire dalla più grande impasse istituzionale della sua storia democratica.

I risultati delle elezioni del 26 giugno confermano una frammentazione politica del Congreso de los Diputados, già vista nel voto del 20 dicembre scorso, che non ha alcun precedente dalla transizione democratica degli anni Settanta. In molti speravano che lo spettro dell’ingovernabilità sarebbe scomparso con le votazioni di giugno, ma in realtà non ha fatto altro che consolidarsi. Eppure, la sostanziale alternanza al potere tra il Partito popolare (Pp) e quello socialista (Psoe) ha caratterizzato il sistema politico e istituzionale spagnolo per circa quaranta anni: cosa ha messo in crisi un sistema così ben radicato nella cultura politica del paese?

La legge organica del 1985 sull’ordinamento elettorale spagnolo prevede un sistema proporzionale puro che però, attraverso particolari meccanismi, ha sempre garantito un sostanziale bipartitismo, favorendo la formazione di maggioranze stabili, riducendo la frammentazione politica e rendendo superflua la necessità di ricorrere a grandi coalizioni. Solo in alcune legislature i maggiori partiti politici hanno dovuto allearsi con formazioni minori per ottenere il numero di seggi necessari per raggiungere la maggioranza assoluta (176 seggi su 350). Un andamento elettorale simile si è mantenuto costante fino alle elezioni del 20 novembre 2011.