Il governo ha sospeso il cashback, che pure aveva diversi obiettivi apprezzabili. A penalizzare la misura è stata una costruzione poco efficace, ma soprattutto l’assenza di meccanismi di verifica dei suoi effetti. Si poteva comunque avere più pazienza?

Come funzionava il cashback

Durante il Consiglio dei ministri di mercoledì 30 giugno il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha annunciato la sospensione, con effetto dal primo di luglio, del cashback di stato sugli acquisti effettuati con carte di credito e bancomat. Lo stesso Draghi ha spiegato la scelta dicendo che il sistema ha un “carattere regressivo ed è destinato ad indirizzare le risorse verso le categorie e le aree del paese in condizioni economiche migliori”. Inoltre “la misura rischia di accentuare la sperequazione tra i redditi, favorendo le famiglie più ricche, con una propensione al consumo presumibilmente più bassa, determinando un effetto moltiplicativo sul Pil non sufficientemente significativo a fronte del costo della misura”.

Il cashback era stato introdotto dal governo Conte II a luglio 2020 ed era diventato operativo il primo gennaio 2021, dopo un progetto sperimentale attivo tra l’8 e il 31 dicembre 2020. Oltre a rilanciare i consumi, che la pandemia aveva bloccato specialmente in alcuni settori, lo scopo era favorire l’utilizzo dei mezzi di pagamento elettronici (carte di credito e bancomat) e di contrastare al tempo stesso l’evasione fiscale.

Il sistema si suddivideva in due parti: la prima consisteva nel rimborso del 10 per cento di quanto speso attraverso almeno 50 transazioni con carte fino a un massimo di 150 euro a semestre. La seconda parte, il superbonus, prevedeva un rimborso forfettario di 1.500 euro alle prime 100 mila persone che avrebbero effettuato il numero maggiore di transazioni. Parallelamente, a inizio febbraio è stata avviata anche la lotteria degli scontrini, che è in programma dal 2016 ma è sempre stata posticipata per diverse ragioni. Attualmente il governo non l’ha sospesa, ma valuta l’ipotesi di bloccare anch’essa.

Gli obiettivi e i difetti della misura

L’idea era che l’introduzione del cashback, stimolando i pagamenti elettronici, potesse ridurre l’evasione fiscale, come è avvenuto con un progetto simile in Portogallo, dove tra il 2014 e il 2019 si è riusciti a dimezzare il Vat Gap, ossia il rapporto tra Iva evasa e Iva dovuta, passando dal 14 al 7 per cento. Fin dall’inizio, tuttavia, la norma italiana sembrava poco efficace rispetto agli obiettivi iniziali e così come era strutturata sarebbe andata a vantaggio delle famiglie con redditi alti e già abituate a pagare in modo elettronico.

Il problema principale era dovuto al fatto che il cashback è legato all’ammontare speso e non al numero di transazioni (infatti il rimborso si calcola come percentuale dell’ammontare speso e non del numero di transazioni, che comunque devono essere almeno 50 a semestre per ottenere il rimborso). Questo potrebbe sfavorire le classi di reddito molto basso, che magari non riescono ad arrivare al massimo di spesa utilizzabile per il cashback. Sarebbe stato più opportuno introdurre un premio proporzionale al numero di transazioni e non alla spesa effettuata: in questo caso si sarebbe eliminato lo svantaggio per i meno abbienti e si sarebbero stimolati i pagamenti cashless anche per importi minimi, come il caffè al bar.

Inoltre, il cashback identico per tutte le aree del paese è poco idoneo a stimolare il pagamento elettronico dove è meno diffuso. Si sarebbe dovuto differenziare il rimborso per aree geografiche. Vi sono zone dove il pagamento elettronico è di fatto la norma. Qui i soldi dello stato necessari a finanziare la misura sono spesi inutilmente, perché non sono funzionali ad aumentare i pagamenti elettronici, che già ci sono. Infine, 50 transazioni minime in un semestre per ottenere il cashback sono evidentemente troppo poche così come anche ribadito dalla Corte dei conti. Dopo soli quattro mesi, infatti, già oltre il 55 per cento degli utenti ha superato la soglia richiesta.

La lotta all’evasione

Ma la domanda importante che ci si era fatti al varo della misura è se i soldi che il governo aveva stanziato – 1,75 miliardi di euro per il 2021 e 3 miliardi per il 2022 – erano giustificati dal potenziale recupero dell’evasione.

È difficile rispondere dopo pochi mesi dalla introduzione del cashback. Non ci sono i dati disponibili per capire ad esempio se la norma abbia portato a ridurre l’evasione Iva.

Tuttavia, il sospetto che il cashback non abbia contribuito all’emersione dell’evasione Iva ha un suo fondamento, visto che la norma non ha previsto alcun tipo di incentivo – o meglio ancora obbligo – che implicasse l’utilizzo delle carte nei piccoli negozi, artigiani e professionisti, dove si verificano con più frequenza fenomeni evasivi. Sarebbe stato importante prevedere, accanto al cashback, l’obbligo di utilizzo del Pos per qualsiasi tipo di pagamenti in questo tipo di esercizi e per questi servizi. Ciò per evitare che il cashback fosse il frutto esclusivamente di pagamenti cashless al supermercato, dove già prima erano molto utilizzati.

È comunque da ricordare che contestualmente allo stop al cashback, il governo ha approvato un provvedimento che sostiene i piccoli esercenti nel passaggio ai metodi digitali di pagamenti: dal 1° luglio 2021 (e fino al 30 giugno 2022) sarà possibile ottenere il rimborso totale, sotto forma di credito d’imposta, delle commissioni sull’utilizzo del Pos. Così come ci sarà anche un credito d’imposta per l’acquisto o il noleggio del terminale. Tuttavia, resta la domanda se l’azzeramento delle commissioni sia sufficiente a incentivare una minore evasione: chi evade non usando il Pos probabilmente non lo fa per non pagare le commissioni. Sarebbe necessaria una normativa più stringente sull’utilizzo del Pos.

La questione dei dati

Vi è anche un problema di condivisione dei dati. Quelli richiesti dalla Corte dei conti per poter valutare gli effetti della misura non sono stati condivisi poiché “per motivi di privacy (…) l’infrastruttura tecnologica che elabora i dati relativi alle transazioni utili ai fini del Programma cashback non raccoglie informazioni di dettaglio circa la categoria merceologica o la localizzazione degli esercenti presso cui sono effettuate le transazioni”. È una grave negligenza poiché è ovviamente essenziale monitorare gli effetti di un provvedimento come quello del cashback che in due anni sarebbe costato 4,75 miliardi.

In conclusione, la decisione del governo di eliminare il cashback si basa probabilmente anche sulle considerazioni da noi fatte. Che, però, non hanno il supporto di una verifica empirica, sia perché i dati dettagliati sulle transazioni non sono disponibili, sia perché è comunque troppo presto per osservare gli effetti sull’evasione. Forse, si sarebbe potuto dare una chance in più al cashback, correggendo gli elementi che evidentemente non vanno e verificando dopo un ragionevole periodo di tempo i risultati in termini di aumento delle transazioni elettroniche e diminuzione dell’evasione.

Di Alberto Chiumento e Leonzio Rizzo