Si delinea, infatti, il pericolo di rendere il Rdc un ibrido: una politica contro la povertà per quanto riguarda i beneficiari (tutti gli oltre 5 milioni di poveri assoluti, come più volte ribadito dal governo), ma una politica contro la disoccupazione rispetto agli interventi previsti. Si legherebbe così la povertà esclusivamente alla mancanza di occupazione, mentre si tratta di un vissuto che tocca numerosi aspetti della condizione umana: economici, familiari, lavorativi, di salute, psicologici, abitativi, relazionali ed altri. In tutti i paesi europei, il principale obiettivo delle politiche contro la povertà consiste nel fronteggiare le molteplici dimensioni del fenomeno. Anche il Rei è disegnato secondo questa impostazione. L’incremento diretto dell’occupazione degli utenti, sul quale oggi in Italia si insiste molto, rappresenta uno dei fini, ma non l’unico.

L’attuazione del Rei – introdotto appena un anno fa – richiede notevoli sforzi a tutti gli attori del welfare locale coinvolti, incontrando spesso significative difficoltà di tipo organizzativo, gestionale e culturale. Qualunque riforma ambiziosa, qual è il Rei, richiede anni per dare i suoi frutti, e i risultati si possono ottenere solo in un quadro normativo stabile. Smontare l’impianto del Rei e ripartire da zero sarebbe fatale. Si ripeterebbe l’errore commesso tante volte in passato, quando i nuovi governi stravolgevano riforme varate dai predecessori solo al fine di marcare la propria diversità: proprio la mancanza di stabilità nei percorsi d’innovazione è stata una causa decisiva dei numerosi fallimenti incontrati nei tentativi di modernizzare le politiche pubbliche italiane.