Stagflazione, un termine che abbiamo conosciuto per la prima volta nei primi anni ’70, un termine ottenuto dall’unione di due parole: stagnazione ed inflazione.

Quindi, semplicemente la stagflazione è quel fenomeno nel quale in una economia sono contemporaneamente presenti due fenomeni apparentemente in contrasto ossia un aumento generalizzato dei prezzi abbinato ad una crescita economica modestissima o nulla.

Non so se il termine fu coniato prima, di sicuro è diventato noto nei primi anni settanta quando una enorme crescita improvvisa del prezzo del petrolio innescò un aumento generalizzato dei prezzi al quale non fece seguito una crescita economica, che rimase estremamente contenuta se non addirittura insignificante.

Ma perché ho detto “apparentemente” in contrasto? Perché alcune scuole economiche (e chiaramente mi riferisco ai keynesiani) si basano su presupposti per cui non ci possa essere la presenza contemporanea di stagnazione ed inflazione.

Per i keynesiani i prezzi salgono in presenza di crescita economica e tendono a ridursi o comunque ad essere stagnanti durante i periodi recessivi. 

Allora chiariamo subito, qui sapete che io sono in contrasto con le principali teorie economiche, che col termine inflazione intendono appunto aumento generalizzato dei prezzi, mentre io ritengo che si debba più correttamente definire l’inflazione la riduzione del potere d’acquisto della moneta, che può verificarsi, ma non necessariamente, con un aumento generalizzato dei prezzi.

Tuttavia, in questo caso, nel caso in esame, accade proprio che le due cose coincidano, quindi non rischiamo incomprensioni.

Però attenzione, ciò che sta succedendo ora non è equiparabile a quanto accadde nel 1973 quando si verificò ciò che è passato alla storia come shock petrolifero.

Il prezzo del petrolio, infatti, a seguito della Guerra del Kippur in pochissimo tempo passò da 2 a 12 dollari al barile, insomma è aumentato di sei volte.

Oggi il prezzo del petrolio è alto, molto alto, sfiora gli 80 dollari al barile, ma non è accaduto, in termini relativi, ciò che è successo 50 anni fa.

Certo, dopo il crollo che il prezzo del petrolio aveva avuto in seguito allo shock susseguente alla crisi del Covid il prezzo dell’oro nero ha effettivamente avuto un’impennata, ma non è aumentato di 6 volte.

E soprattutto dobbiamo sottolineare che è vero che un aumento generalizzato dei prezzi nell’ultimo anno lo abbiamo avuto, ma del tutto modesto, quindi non si può parlare affatto di inflazione.

E non solo, perché non si può parlare neppure di stagnazione economica, abbiamo detto infatti non più tardi di un mese fa che la crescita economica sarebbe stata molto superiore alle attese e si sarebbe attestata su valori che non si vedevano più da anni. 

Certo, anche qui dobbiamo dire che i cospicui segni più davanti alla variazione del Pil derivano totalmente dal fatto che l’anno precedente sappiamo tutti cosa è successo.

Ma insomma …

Ed allora perché il maggior giornale economico al mondo, il Financial Times lancia l’allarme stagflazione?

Beh, per la verità il Financial Times parla di rischio stagflazione, certo potrete dirmi la differenza è minima, concordo con voi, comunque ciò significa che attualmente non siamo in una situazione di stagflazione, ma potremmo caderci a breve.

Il giornale economico inglese fa un parallelo fra la situazione odierna e quella all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, insomma il Covid avrebbe fatto i danni che ha fatto la seconda guerra mondiale? Alcuni in effetti sostengono proprio questo.

Ed allora cosa dobbiamo aspettarci?

Come di consueto, dobbiamo guardare a quel che accade negli Stati Uniti per capire cosa accadrà da noi in seguito. 

Ed allora, l’economia a stelle e strisce sembra andare bene, magari non a gonfie vele, ma direi bene, questo però rafforza il dollaro, oddio il dollaro di sta rafforzando anche per i previsti aumenti dei tassi negli Stati Uniti.

Non ho mai parlato del dollaro forte, ma è una situazione da monitorare attentamente perché sta continuando ormai da diverso tempo.

Allora cari ascoltatori, è bene sempre dare un occhio al principale cambio ossia il cross Euro/dollaro che è arrivato a 1,15 e rotti, ma a mio avviso ha ancora margini di discesa, tuttavia io guardo con attenzione un altro cross molto importante soprattutto dal punto di vista speculativo, ossia il cambio dollaro/yen e qui abbiamo superato quota 112 insomma siamo sui massimi degli ultimi tre anni.

Questa forza del dollaro ovviamente penalizza le imprese americane, quindi potrebbe rallentare la crescita Usa, mentre l’inflazione, la vera inflazione, a mio avviso non può tardare. Perché?

Io lo ripeto sempre.

Perché già Ricardo, quindi già dalla fine del settecento, attribuiva come principale causa dell’inflazione, la sovraemissione monetaria di natura patologica.

E vivaddio da anni in tutto il mondo assistiamo ad una sovraemissione monetaria assolutamente di natura patologica, quindi personalmente ritengo che dall’inflazione non si possa scappare, non si possa evitare.

Ed allora, chiariamo, siamo nel campo delle previsioni, quindi nel campo aleatorio, ma questo rischio, ossia il rischio stagflazione, potrebbe assolutamente essere un rischio concreto in futuro.

Quindi potremo andare incontro ad una crisi economica?

Certamente sì, ma se si fermasse lì sarebbe forse il male minore, il rischio maggiore, infatti, è che invece alla base di tutto ci fosse una crisi finanziaria, tipo 2007/2008, tanto per intenderci.

E le notizie che arrivano sullo stato di salute soprattutto delle Banche tedesche e francesi non sono per nulla buone. 

L’andamento del Dax, ossia dell’indice principale della Borsa tedesca qualche preoccupazione la dà.

D’accordo, era talmente salito che una discesa si può assolutamente considerare fisiologica, in effetti poi quando l’altro giorno è sceso sotto i 15.000 punti è immediatamente rimbalzato, però … anche questo cambio ai massimi vertici della politica in Germania, non giova.

Insomma per oggi mi fermo qui. Certamente tornerò a parlare di economia con un focus sul comparto bancario, sia per quanto riguarda gli Istituti italiani che quelli europei.