Il passo indietro del governo sull’alternanza scuola lavoro è un brutto segnale verso le esperienze positive che erano emerse fra la pur tante difficoltà. È anche indizio dell’assenza di una visione chiara di scuola alla quale ispirare le politiche.

Il taglio nella legge di bilancio

Con la legge di bilancio 2019, il governo vuole ridurre significativamente le ore di alternanza scuola-lavoro (Asl) nelle superiori, che era stata rafforzata e resa obbligatoria dalla Buona scuola del governo Renzi nel 2015. Una parte dei docenti non l’ha mai amata, ma la decisione di ridimensionarla e, chissà, in futuro di chiuderla è stata presa senza alcuna analisi sistematica del suo funzionamento.

L’alternanza scuola-lavoro nasce per portare in Italia un pezzo del sistema “duale” tedesco, nel quale gli studenti di ogni indirizzo trascorrono periodi presso imprese, enti pubblici o del terzo settore, entrando in contatto con il mondo del lavoro. Nel dibattito italiano spesso si è confusa la parte con il tutto: la forza del modello tedesco non sono tanto gli stage, quanto una formazione professionale molto efficace, condivisa fra scuola e impresa. Da noi, invece, la formazione professionale di stato o regionale funziona solo al Nord e con difficoltà. Senza la controparte formativa, l’alternanza non può ambire a far apprendere un mestiere o a orientare le scelte lavorative. Ma è comunque utile perché apre le porte della scuola al mondo esterno, mostrando che il lavoro oggi richiede non solo conoscenze disciplinari, ma anche competenze trasversali, le quali quasi per definizione presuppongono sempre un processo di trasferimento al di fuori del contesto scolastico: ad esempio, per comunicare,  orientarsi concretamente alla soluzione dei problemi o  continuare a imparare.