La pandemia, un pensiero quotidianamente ossessivo che accompagna l’esistenza dell’uomo moderno da quasi un biennio a questa parte. La domanda che, specie in questo periodo di rilancio, sta diventando persistente è questa: a seguito della crisi vi sarà un boom economico? La Storia può insegnarci qualcosa a riguardo?

Le comparazioni tra eventi epocali, tra passato e presente, non sempre sono ipotesi vagliabili. Quel che accade dopo una pandemia non segue mai un filone univoco: se da un lato sarà possibile trovare individui in grado di osare e investire di più, dall’altro, invece, va detto che diverse sono state le epidemie capaci di spazzar vie interi popoli.

Ovviamente, meglio ripeterlo, occorre andar piano con i confronti. Basti pensare il parallelo Covid/Spagnola, contesti storici e conoscenze igienico-sanitarie completamente differenti

In questa prospettiva calzerebbero a pennello le parole di uno scrittore britannico, Leslie P. Hartley, che nell’incipit illuminante della sua opera, L’età incerta (anche il titolo sembra scelto su misura), edito nei anni Cinquanta, afferma che

Il passato è un Paese straniero, tutto si svolge in modo diverso laggiù. 

Una citazione che può fungere da ottima base di partenza per partire alla volta delle tappe di quanto accaduto nella Storia dopo l’esplosione e la conclusione di eventi (non finanziari) drammatici e critici di enorme portata, si pensi appunto alle pestilenze o alle epidemie. Un percorso volto a capire se vi sarà o meno una rinascita economica e sociale senza pari, una sorta di nuovo boom economico, un 2.0. 

Nuisia Raridi, in un video caricato sul suo canale youtube, presente le peggiori epidemie della storia, vediamo quali:

La pandemia e la Storia, quale la lezione da imparare? 

Lo scenario che si è vissuto, e che si vive tutt’oggi, ha un qualcosa di sicuramente non convenzionale, i maggiori economisti hanno fatto appello alla Storia per capirne di più, comprendere se realmente ci si possa attendere una ripartenza dell’economia senza precedenti o se ad averla vinta sarà la crisi scaturita dall’ondata pandemica. 

Il rischio dello sguardo sul passato per comprendere il presente è sempre lo stesso: di consuetudine si selezionano circostanze storiche che vadano nel caso ad avvalorare l’oggetto della nostra ricerca. 

In questa prospettiva potremmo effettivamente indicare come sia l’ondata di Colera dei primi anni Trenta del XIX secolo che dilaniò con severità l’Europa, sia la conclusione della peste bubbonica, furono al principio di una ripresa economica. 

I francesi seguirono i britannici sull’onda della rivoluzione industriale e della riedificazione stravolgente del tessuto urbano. A porsi come fautore di queste ipotesi l’Economist, che sembrerebbe non sbagliare almeno in due circostanze: gli individui, i fautori e gli artefici delle riprese post eventi traumatici, presentano un animo più predisposto all’incognita e si rivelano così più inclini a investire alla conclusione di congiunture complesse come possono essere quelle pandemiche, occasioni che possono infervorare l’intera economia. 

Ma la Storia racconta anche di altro. 

La pandemia e il crollo delle civiltà

Dunque, la Storia racconta che fino alla peste bubbonica non vi fu scampo, ogni ondata epidemica fu al principio del tramonto delle civiltà vittime della crisi.

La peste fu un flagello divino per diverse civiltà: gli Ittiti nel XIV secolo a.C, innumerevoli dinastie egizie furono annientate da peste, tularemia e schistosomiasi, le civiltà di Harappa e Mohenjo-Daro nella Valle dell’Indo furono spazzate via forse dalla peste.

Altri episodi emblematici sono la celebre Peste di Atene che trafisse la città-stato democratica per eccellenza nel corso del secondo anno della Guerra del Peloponneso (430 a.C): alla pestilenza Atene pagò con la scomparsa dal panorama geopolitico, perdendo anche il suo leader, Pericle. Medesimo discorso per il vaiolo con la Peste Antonina e quella di Cipriano nella Roma della fine del II sec e del III secolo d.C. Eventi che diedero il là al crepuscolo dell’Impero romano. 

La Peste Bubbonica cambia tutto

Quello tra il 1347-1352 fu un quinquennio che segnò un’epoca. 

Il più classico dei salti di specie. Un batterio trasmesso dalle pulci dei topi andava diffondendosi nel Vecchio Continente, a bordo delle rotte commerciali marittime e terrestri. Si portò via con sé circa la metà della popolazione europea, si registrarono 20 milioni di vittime.

Le origini della morte nera giunta nel nostro continente nel XIV secolo (e andata avanti ad ondate fino al XVIII secolo), non sono ancora del tutto chiare. La teoria perlopiù condivisa è che il batterio Yersinia pestis sia approdato qui insieme ad alcune imbarcazioni che giunsero dal Mar Nero.

Storia vuole che siano stati i guerrieri mongoli di stanza a Caffa, in Crimea, a trasmettere il batterio ai mercanti genovesi residenti in città, gli stessi che dopo, rientrando in patria, diffusero l’infezione, sostanzialmente, per due ragioni:

Essi stessi erano contagiati e pertanto veicolo di contagio;

Fra le merci si annidavano quei topi con le pulci alla base proprio delle infezioni.

La rotta marittima divenne una efficiente e rapida rotta infettiva.

Gli esiti furono catastrofici tradotti seduta stante in problematiche sociali e crisi demografiche. Frattanto occorre chiarire come nei primi secoli del millennio si contarono considerevoli rinnovamenti agricoli, nautici, etc.

Il numero delle vittime fu altissimo, sebbene quest’eventi generò anche una specie di omogeneizzazione sociale ed economica, una riduzione della forza-lavoro. In tale contesto le persone avrebbero potuto chiedere retribuzione maggiore per lavorare, tanti proprietari di enormi beni perirono, il tutto contribuì a una redistribuzione

Le ventate di peste in Europa proseguirono fino al XVIII secolo. Ondate che causarono processi sociali che favorirono lo sviluppo delle innovazioni culturali e della realizzazione di istituzioni politico-amministrative atte alla schedatura di elementi utili sulla circolazione del pestifero batterio. Furono gli anni che avviarono la burocratizzazione della società moderna. 

Sembrerebbe veritiero che, in Inghilterra e nel Nord Europa, con ogni probabilità, la pandemia da peste provocò il crescere dei salari, favorendo le specializzazioni e agevolando il tramonto del cosiddetto sistema feudale.

Qui prende forma la borghesia e si dipana il commercio. Persino la Riforma Protestante, con le sue premure per le necessità delle comunità locali, fu favorita dalle urgenze sanitarie dovute ai pericoli che si celavano dietro i venti di epidemia.

Pandemia: peste e coronavirus, quali connessioni? 

La minaccia della pestilenza nera ha sovvertito l’ordine della società, i popoli si sono rimboccati le maniche, un po’ alla buona, un po’ con inventiva, alla ricerca di nuove occasioni e determinando una riorganizzazione economica e pertanto addirittura un prosperità sociale. 

Con il Coronavirus la storia potrebbe ripetersi, ma ogni uomo è figlio del suo tempo, non solo, si potrebbe anche affermare come ogni virus sia figlio del suo tempo. Di conseguenza il covid potrebbe contare esiti differenti sull’economia al variare degli scenari geopolitici.

Ovviamente avanzare previsioni non è mai semplice. In Occidente, tra fattezze capitaliste, economia di mercato e democrazia liberale, si disporrà di molteplici alternative per reagire in prospettiva di rilancio a questa crisi

Ma tra questa pandemia e le altre almeno una differenza sembra esserci: se è vero che epidemie come la Spagnola a un tratto terminavano o si arrestavano, andando incontro a ventate periodiche su scala globale e vantavano tempistiche di latenza più o meno durature, con il covid il discorso è un altro: il coronavirus prosegue il suo cammino, riapparendo in focolai locali e presentandosi in nuove varianti, mentre scarseggiano riferimenti puntuali sui tempi effettivi dell’immunità.

Regna l’incertezza, le previsioni, come i confronti, hanno il sapore di azzardo. 

La pandemia e la dicotomia crisi/boom economico

Smartworking, digitalizzazione, cablaggio, uso intelligenza artificiale, qualcosa si è mosso, una rivoluzione che guarda al progresso. Ma siamo convinti che sia la strada giusta? La pandemia ha spinto la società alla chiusura. In questo lasso di tempo è stato quasi del tutto ignorato il grido di aiuto (specie psicologico) di cittadini assoggettati a stremanti periodi di lockdown e a ogni tipo di malessere e ipocondria che il covid ha causato.

Le conseguenze di queste attenzioni tralasciate andranno prima o poi prese in esame. Importante sarebbe non dimenticare quanto, prima di ogni cosa, l’essere umano sia un animale sociale, l’interazione son le sole macchine alla lunga potrebbe gravare a psicologia e produttività. 

Si pensi alla scuola ad esempio. Si dovrà fare il conto con le conseguenze della Dad: sono tanti i giovani che avranno mancato l’appuntamento con l’opportunità di assorbire delle competenze specifiche (e sul campo). Questo non potrà non avere un peso sulla loro capacità di aggiornarsi e formarsi in un mondo che va sempre più fondandosi sull’acquisizione di conoscenze e tecniche esigenti un notevole apporto di studio.

Pandemia, l’economia spaccata

Alcuni fattori segnalano come nell’economia ci siano sia attività in crescita, si pensi al settore tecnologico e informatico, sia altre in un drammatico calo, il turismo e la ristorazione a portare la bandiera. Le persone prima che divampassero i fuochi pandemici, amavano viaggiare, creando circostanze favorevoli al circolare delle merci, dando avvio a sviluppi economici e del mercato del lavoro. 

La pandemia ha arrestato tutto o quasi, sebbene sia vero che il commercio si sia serbato proficuo su scala globale. Occorrerà riabilitare una adeguata libertà per le persone, sia ai lavoratori sia ai turisti, veri protagonisti in quanto portatori di notevoli risorse in molti Stati: viaggiare, spostarsi, questo servirà a supportare un’economia in forte affanno.

Ma sarà possibile immaginare una società totalmente differente? Una rivoluzione economica e sociale?

Una cosa è sicura, la digitalizzazione tanto bramata ai nostri giorni, l’Intelligenza artificiale, il machine learning, il deep learning, sebbene siano lì ad agevolare le nostre esistenze, sono pur sempre arti artificiali di un’intelligenza che non sfiora nemmeno gli standard di quella che gli uomini sanno esprimere, appunto, in quanto esseri umani.