La sostenibilità sociale della transizione verso il sistema contributivo richiede che le regole d’uscita siano uniformate estendendo ai lavoratori “misti” la flessibilità che la riforma Fornero riserva ai “contributivi puri”. Purtroppo, non è questa la strada imboccata dal governo.

La manovra

A chi gli chiese un parere su quel “vestito d’Arlecchino” che è sempre stato il sistema pensionistico italiano, Peter Diamond replicò che i ponti devono progettarli gli ingegneri. Le cronache autorizzano a dubitare che la condizione sia sufficiente, ma nessuno vorrà negare che è almeno necessaria. Di ingegneri al lavoro sulle pensioni se ne vedono pochi. Anzi, la legislazione procede a tentoni sfornando interventi disordinati, perlopiù dimentichi della scelta contributiva compiuta 23 anni fa.

La “quota 100”, con cui il governo Conte voleva superare lo “scalone Fornero”, non era meno sbagliata della “quota 95” con cui il governo Prodi superò lo “scalone Maroni”. Infatti, la sostituzione uno‑contro‑uno che le quote ammettono fra età e anzianità contributiva (un anno in più dell’una compensa uno in meno dell’altra) è priva di fondamento ed estranea alla “filosofia contributiva” basata sulla libera scelta dell’età entro una fascia condivisa da tutti i lavoratori. Le età della fascia sono indifferenti perché un coefficiente di trasformazione inferiore è incaricato di compensare la superiore durata della pensione spettante a chi sceglie un’età più giovane. La restituzione dei contributi versati è comunque garantita.