Le riforme del sistema pensionistico in Italia sono utili per leggere la dinamica del rapporto debito pubblico/Pil. Sono infatti un segnale dell’intenzione di spostarne i costi sulle generazioni future. E se il debito è già alto, i rischi sono enormi.

Tutto inizia con la riforma Brodolini

In un bel libro sull’Italia dal 1945 al 2011, Giuliano Amato e Andrea Graziosi (Grandi Illusioni, Il Mulino 2013), propongono un’interpretazione delle origini del debito pubblico nel nostro paese. Secondo i due autori, il miracolo economico del primo dopoguerra, basato sul boom demografico e sul passaggio da una società rurale a una urbana e industriale, generò aspettative crescenti e l’illusione della crescita infinita. Dalla fine degli anni Sessanta, quando la spinta demografica comincia a calare e la transizione si completa, la grande illusione viene alimentata da una politica fiscale espansiva che sposta sulle generazioni future i costi di un debito crescente.

In quest’ottica, le riforme del sistema pensionistico sono utili per leggere la dinamica del rapporto debito pubblico Pil in Italia perché, oltre all’effetto diretto sui disavanzi tramite i trasferimenti (che si distribuisce lentamente nel tempo), hanno un contenuto segnaletico sulle intenzioni politiche nei confronti della redistribuzione intergenerazionale dei costi e benefici dell’intervento pubblico.

La figura 1 illustra come i punti di svolta della dinamica del rapporto debito/Pil siano segnati dalle più importanti riforme delle pensioni.

Figura 1