Fra l’altro gli sbarchi continuano, anche senza le ONG. Giovedì 10, il giorno dopo la conclusione della vicenda delle due navi umanitarie, sono stati soccorsi e tratti in salvo 51 curdi, arrivati in barca a vela fino a Melissa, nel crotonese. A Lampedusa gli arrivi proseguono, soprattutto dalla Tunisia. Le autorità portuali dal canto loro hanno ripetutamente smentito che i porti siano mai stati chiusi: ci sono solo dei lanci su twitter. E’ la solita politica degli annunci.

Uno dei risvolti della radicalizzazione del conflitto intorno alle migrazioni e all’asilo è la politicizzazione dell’aiuto umanitario. Chi soccorre o aiuta i richiedenti asilo viene accusato di mettere in pericolo l’integrità e la sicurezza dello stato. Nello stesso spirito, in varie occasioni gruppi di estrema destra hanno appeso striscioni davanti alle sedi della Caritas o di altre istituzioni religiose, attaccandone il lavoro di accoglienza.

Anche un’altra dichiarazione salviniana indica quanto meno un pressapochismo inquietante: “Il traffico di esseri umani va fermato: chi scappa dalla guerra arriva in Italia in aereo, come già fanno in tanti, non con i barconi”. Chi scappa dalla guerra fugge come può, non ha la possibilità di procurarsi un visto, accedere a un aeroporto e prendere un aereo. Se non glielo impediscono gli eserciti in conflitto, provvediamo noi con le nostre politiche di contrasto degli ingressi. Solo i corridoi umanitari consentono l’arrivo sicuro e autorizzato di un piccolo numero di richiedenti asilo (all’incirca duemila persone fin qui, non i “tanti” dichiarati da Salvini), ma dopo che hanno già attraversato almeno una frontiera per cercare scampo in paesi confinanti. L’idea, condivisa da molte persone benintenzionate, che si possa programmare e regolare l’arrivo dei profughi non fa i conti con le logiche della guerra e delle persecuzioni, e neppure con quelle delle politiche migratorie.