L’ennesimo salvataggio di una banca italiana (Carige) è avvenuto senza clamore, sotto la regia della Banca d’Italia. Dalla vicenda si ricavano alcune considerazioni su assicurazione dei depositi, meccanismi europei di risoluzione e ruolo dello stato.

Così si salva Carige

Il salvataggio di Carige è avvenuto senza clamore, come vuole la miglior prassi. La regia è rimasta saldamente nelle mani di Banca d’Italia; i protagonisti sono stati le banche italiane, mentre il Fondo interbancario di tutela dei depositi (Fitd) ha offerto la scena. Tutti hanno lavorato secondo una trama in larga parte già stata sperimentata lo scorso anno per il salvataggio delle banche del Centro. Tuttavia, il copione è stato migliorato in più punti. Vediamo come.

Quando le autorità di vigilanza hanno capito che la banca genovese aveva bisogno di un ennesimo aumento di capitale, che in questo momento il mercato difficilmente avrebbe sottoscritto, è partito l’allarme. Prima che fossero avviate procedure di insolvenza si è pensato di mobilitare lo Schema volontario di intervento dell’Fitd, costituito nel novembre del 2015, per rispondere alle obiezioni della Commissione europea, che non vedeva di buon grado un intervento diretto del Fondo, perché considerato alla stregua di un aiuto di stato. Quest’ultimo, infatti, è regolato da una legge (il Dl n. 30/2016), che recepisce una direttiva europea (la Directive on Deposit Garantee Schemes del 2014), e obbliga tutte le banche a parteciparvi. Allo Schema, invece, hanno volontariamente aderito all’ultima chiamata alle armi l’84 per cento delle banche consorziate nel Fitd, che rappresentano il 96,1 per cento dei depositi protetti. Pur avendo una contabilità e una governance distinta, si serve delle strutture del Fitd, con cui condivide anche il presidente (Salvatore Maccarono). Strutture simili esistono anche in Germania e Austria con ampie capacità d’azione nei casi in cui è vietato utilizzare denaro pubblico: banche solventi, il cui default non comporta rischi sistemici.