Il Piano di ripresa e resilienza proroga i superbonus del 110%. Il costo per il bilancio dello stato non è indifferente e dunque occorre destinare le risorse a progetti che possano garantire risultati per la collettività. A partire dalle case popolari sfitte.

I superbonus nel Pnrr

Il Piano nazionale di resistenza e resilienza ha allungato di un anno la vita dei superbonus del 110 per cento, introdotti nel 2020 (decreto legge n. 34, convertito con la legge 77/2020) per contenere gli effetti negativi della pandemia sul mercato dell’edilizia. Lo strumento per perseguire l’obiettivo è la concessione di una detrazione d’imposta pari al 110 per cento della spesa sostenuta per realizzare, su immobili residenziali, interventi per ridurre il rischio sismico degli edifici e migliorare la loro efficienza energetica, per installare impianti fotovoltaici e colonnine per ricaricare le macchine elettriche.

Il Pnrr sposta il termine per beneficiare dei superbonus dalla fine di quest’anno al 31 dicembre del 2022 per gli interventi sugli edifici privati e al 30 giugno 2023 per quelli sulle abitazioni di proprietà pubblica. Nel discorso di presentazione del Pnrr in Parlamento, il presidente Draghi ha promesso che il governo prorogherà  la misura al 2023 (e semplificherà le procedure per la realizzazione degli interventi); avvertendo però che la decisione terrà “conto dei dati relativi alla sua applicazione nel 2021, con riguardo agli effetti finanziari, alla natura degli interventi realizzati, al conseguimento degli obiettivi di risparmio energetico e di sicurezza degli edifici”.

Lo stanziamento per i superbonus è di 18 miliardi di euro per gli interventi realizzabili entro le scadenze ora previste. Se è stato determinato con la metodologia di calcolo illustrata nella relazione tecnica del disegno di legge per la conversione del Dl 34/2020, l’importo dovrebbe essere già scontato del gettito delle imposte dirette e indirette prodotto dalla spesa ammessa allo sconto fiscale.

La proroga dei superbonus e il loro non trascurabile costo per il bilancio dello stato, che crescerà se la promessa di estensione sarà mantenuta, dovrebbero spingere a un approfondimento sulle finalità della misura, la quale, non va dimenticato, è finanziata a debito. Occorrerebbe evitare che l’utilizzo delle risorse disponibili diventi “debito cattivo” e non “debito buono”, per dirla con Mario Draghi. Per esempio, si fa debito buono se, oltre a sostenere l’occupazione e l’economia, la misura aiuta anche a fronteggiare problemi di degrado urbano ed esigenze di carattere sociale.

Non disperdere le risorse

Bisogna perciò contenere al massimo la dispersione delle risorse, indirizzandole su interventi destinati a soddisfare necessità abitative primarie e su progetti mirati. Lo stesso Pnrr indica due importanti ambiti di intervento, le cui possibilità di attuazione sarebbero fortemente rinforzate se vi fossero convogliate quote consistenti dei superbonus.

Il primo riguarda la rigenerazione urbana e gli interventi integrati su pezzi degradati delle città: il Pnrr prevede a questo scopo 6,2 miliardi di euro, destinati ai comuni e alle città metropolitane. Con i fondi è possibile finanziare, si dice nel Piano, progetti per ristrutturare e rendere funzionali strutture edilizie pubbliche esistenti, per migliorare il decoro del tessuto urbano sociale e ambientale e la dotazione infrastrutturale delle aree sulle quali intervenire.

Ma per recuperare le aree degradate è indispensabile intervenire anche sul patrimonio edilizio privato. E qui può essere d’ostacolo la parcellizzazione della proprietà. I due terzi delle abitazioni possedute da persone fisiche sono prime case, abitate dai loro proprietari. Queste persone potrebbero non avere sufficienti risorse finanziarie oppure potrebbero non essere interessate a utilizzarle per sostenere le spese per migliorare, se non addirittura abbattere e ricostruire, le loro proprietà. I progetti di rigenerazione risulterebbero così opere incompiute. Per evitarlo, si dovrebbe riservare una quota del costo dei superbonus a iniziative coordinate pubblico-privato. Si tratterebbe però di iniziative più complesse, la cui definizione richiederebbe più tempo rispetto a quello necessario per organizzare l’intervento sul singolo immobile: per queste sarebbe dunque giustificata la prevista proroga al 2023.

L’altro ambito verso il quale dovrebbe essere indirizzato l’utilizzo dei superbonus è quello delle “case popolari”, una definizione che da anni era uscita dal lessico della politica e delle istituzioni e ora è sorprendentemente riscoperta da Draghi. Nel beneficiare dei superbonus, le case popolari devono fronteggiare la forte concorrenza delle abitazioni private. Il Pnrr prevede infatti che le misure possano riguardare ogni anno circa 50 mila edifici, cioè 150 mila in un triennio. Poiché gli edifici possono essere condomini, il numero di abitazioni interessate è molto più grande (potrebbero essere anche dieci volte tanto), soprattutto se si considera che per i loro proprietari gli interventi sono a costo zero, se la spesa sostenuta non supera i limiti massimi che possono essere portati in detrazione per le singole tipologie di lavori.

In particolare, per evitare di disperdere le risorse e per recuperare dal degrado zone di città, sarebbe opportuno riservare una parte dello stanziamento dei superbonus al particolare segmento delle case popolari costituito dagli alloggi sfitti, che ora rischiano di passare in secondo ordine. Gli enti che le gestiscono potrebbero scegliere infatti di concentrarsi sulle case abitate, perché migliorarne la sicurezza e le prestazioni energetiche li espone a minori rischi sulla tenuta strutturale e, nel caso degli assegnatari a basso reddito, può ridurre la morosità nel pagamento delle utenze.

Il numero delle case popolari sfitte non è piccolo. Alcune evidenze (qui; qui) fanno ritenere che siano molte di più delle 55 mila stimate da Federcasa. Migliaia di queste abitazioni non possono essere assegnate perché necessitano di ristrutturazioni, anche sul versante energetico e della messa in sicurezza, per le quali gli enti proprietari non hanno i fondi. Rimettere in circolo le case popolari sfitte o inagibili approfittando dei superbonus aumenta la loro offerta e riduce i tempi per l’assegnazione alle famiglie più deboli che ne hanno diritto rispetto alla costruzione di nuove case. Né va trascurato il fatto che la spesa per questi interventi, oltre a produrre debito buono, resterebbe nei confini del settore pubblico in senso lato.

Di Raffaele Lungarella