La busta paga è al centro delle attenzioni della politica. E quando si parla di busta paga inevitabilmente si ha a che fare con i soldi dei lavoratori.

Dal 15 ottobre, la busta paga dei lavoratori sia nel settore della pubblica amministrazione che del privato è soggetta a decurtazione nel caso in cui il lavoratore non si presenta sul posto di lavoro perchè non ha il green pass. La certificazione verde infatti è stata introdotto come obbligo dal 15 ottobre per prestare la propria attività sul posto di lavoro.

Ho scritto un approfondimento su questo aspetto nell'articolo Busta paga e Green Pass: ecco le novità di ottobre di Draghi.

Ma la busta paga sarà anche oggetto di revisione per effetto della riforma fiscale su cui il Governo ha posto la delega, con il progretto di revisione delle aliquote Irpef che dovrebbero abbassare la pressione fiscale, e quindi aumentare i soldi in busta paga.

Da ultimo, dal 2022 ci dovrebbe essere il livellamento della busta paga tra lavoratori e lavoratrici. Su questo punto, proprio il 13 ottobre, la Camera che dato il via libera al disegno di legge sul Gender Pay Gap. Con 393 voti favorevoli, ora il disegno di legge sulla parità salariale passa al Senato.

Tre interventi che mettono le mani sulle tasche degli italiani che lavorano. In un caso come riduzione e negli altri due come potenziali aumenti. 

Busta paga e green pass: cosa cambia

Il 15 ottobre, l'Italia che lavora deve avere il green pass. L'obbligo introdotto per legge a settembre con il decreto Green Pass -ter, resterà in vigore fino al 31 dicembre 2021, quando scadrà anche lo stato di emergenza.

Cosa cambia per il lavoratore da venerdì 15 ottobre? Se non si presenta a lavoro perchè non può dimostrare di avere il green pass, risulterà assente ingiustificato ed il datore di lavoro non conterà quella giorna come lavorativa. Sul piano della busta paga significa una riduzione dell'importo che si percepirà a fine mese, per ogni giorno di assenza ingiustificata. Ma non è solo la componente retributiva ad essere decurtata, ma ogni altro elemento retributivo come i contributi versati all'Inps, la quota di TFR che si matura, i ratei di ferie e permessi retribuiti. Ma anche le eventuali detrazioni per carichi di famiglia saranno ridotti di conseguenza.

Qualora invece il lavoratore non si presenta a lavoro per eventi di salute e quindi con un certificato medico, oppure sfruttando i permessi concessi dalla legge 104/1992 per lavoratori con disabilità grave oppure per i loro famigliari, la busta paga non sarà ridotta, ma il datore di lavoro erogherà per intero la retribuzione e gli altri elementi della stessa.

Oltre alla retribuzione ci sono anche delle sanzioni cui può incorrere il lavoratore in base al contratto collettivo nazionale. 

Infine, qualora il lavoratore rischi di presentarsi al lavoro pur senza green pass, in caso di controlli, che sono obbligatori da parte del datore di lavoro, sarà soggetto ad un sanzione amministrativa di 1.500 euro.

Busta paga: come incide l'Irpef

La retribuzione è una somma algebrica dell'emolumento che spetta in base sia ai valori positivi rappresentati dagli stipendi tabellari del Contratto Collettivo Nazionale del lavoro di riferimento che ad assegni ad personam, oltre a diverse altre voci come indennità, e dei valori negativi rappresentati dai contributi Inps e dall'imposizione fiscale. 

Poi in base alla propria condizione soggettiva e famigliare, si sommano a favore le detrazioni per lavoro, o le detrazioni per carichi famigliari e l'eventuale assegno al nucleo famigliare.

Una delle voci importanti della busta paga è l'imposizione fiscale, ossia l'Irpef, imposta sulle persone fisiche.

L'Irpef è calcolata in base ad aliquote applicate sulla retribuzione imponibile. Quest'ultima è calcolata come somma di tutte le componenti lorde e sottraendo i contributi versati all'Inps (il 9.19% o 9.49% in caso di redditi alti). 

L'imposizione fiscale attuale è di tipo progressivo, per cui in corrispondenza di fasce di reddito, si applica un'aliquota. Gli scaglioni sono cinque.

1° scaglione: contribuenti con reddito compreso tra 0 e 15 mila euro. L’aliquota IRPEF è pari al 23% e corrisponde, in caso di reddito pari 15.000 euro, ad una tassazione di 3.450 euro. Nulla è dovuto per i redditi fino ad 8.174,00 euro (no tax area);

2° scaglione: reddito tra 15.001 e 28 mila euro. In questo caso l’aliquota IRPEF prevista per i contribuenti è del 27%;

3° scaglione, riguarda i redditi compresi tra 28.001 e 55 mila euro. L’aliquota IRPEF è pari al 38%;

4° scaglione: reddito da 55.001 a 75 mila euro. In questo caso l’aliquota IRPEF da corrispondere sulla parte eccedente la quota di 55 mila euro è pari al 41%.;

5° scaglione: soggetti con reddito oltre i 75 mila euro, per i quali l’aliquota IRPEF applicata è del 43%.

Busta paga: come cambia l'Irpef con la riforma fiscale

La richiesta a Mario Draghi, che arriva dalla destra è quella di destinare le risorse finanziarie che si libereranno dai vari interventi di revisione dei bonus o del reddito di cittadinanza, alla riforma fiscale ed in particolare alla riduzione dell'Irpef. La prima mossa è stata fatta con l'assegno unico a figli che partirà in modo universale a gennaio 2022, e che dovrebbe prevedere un importo per ogni figlio di 250 euro in corrispondenza dell'ISEE più basso che alcune voci pongono a 9.000 euro, rispetto agli attuali 7.000 euro dell'assegno temporaneo.

Ma l'altro tassello della riforma fiscale è quella di rivedere l'attuale sistema degli scaglioni. Se inizialmente l'idea era quella di ridurre le aliquote Irpef, secondo un sistema alla tedesca, le risorse a disposizione possono invece favorire una rimodulazione dell'attuale sistema degli scaglioni andando a ritoccare alcune aliquote soprattutto quelle dei redditi medio bassi.

In particolare la soluzione allo studio è la revisione del terzo scaglione che soffre di un salto di 11 punti dal secondo scaglione, quando invece in media, il salto di aliquota tra uno scaglione e l'altro è di 3 o 4 punti. 

La proposta è una suddivisione del terzo scaglione in due scaglioni al fine di ridurre di conseguenza l'aliquota Irpef. A beneficiare di questa manovra sarebbero soprattutto i redditi medi, che si pongono tra i 28.000 euro e 40.000 euro. Non è caso il reddito dei 40.000 euro che quello in corrispondenza del quale si annulla il bonus Irpef di 1.200 euro all'anno, che appunto si ottiene in misura piena fino a 28.000 euro e decresce fino ad azzerarsi ai 40.000 euro.

Il risultato è una minore imposizione e quindi una maggiore disponibilità in busta paga, come importo netto.

Busta paga: arriva la parità di trattamento

La parità tra uomo e donna deve passare anche dalla retribuzione. Per decenni, la busta paga delle donne, è risultata più bassa di quegli degli uomini, così come spesso in posizioni chiave e di vertice ci sono gli uomini e non le donne. Per sanare questa discriminazione si sono mosse le istituzioni e adesso la politica. Ad esempio nelle società quotate, nei consigli di amministrazione una percentuale (30) di posti deve essere "rosa" quindi destinata alle donne. Così come nelle liste di candidati per le elezioni politiche, la legge elettorale, in un modo simile a quello spagnolo, fissa al 60% la percentuale massima di candidati dello stesso genere nelle liste elettorali. 

Mercoledì 13 ottobre è stato fatto un altro passo avanti, e la Camera dei Deputati ha approvato con 393 voti a favore il disegno di legge sul Gender Pay Gap con cui si appiattisce ulteriormente il divario di salario tra uomo e donna.  

Secondo uno studio della Banca d’Italia la parità di salario vale un più 7% del Pil.

La novità del disegno di legge è che la parità viene introdotta già in fase di colloquio. Inoltre per monitorare la situazione sul territorio, la legge delega istituisce una certificazione di parità. Ma scopriamo cosa prevede la legge delega.

Busta paga paritaria tra uomini e donne: si inizia dal colloquio

La riduzione della discriminazione tra donne e uomini nel mondo del lavoro, che la legge delega vuole portare avanti, inizia già in fase di colloquio. Infatti il Decreto legge definisce finalmente la condizione di discriminazione in ragione del sesso, dell’età anagrafica, stato di gravidanza, paternità o maternità (anche adottive) quando ci presentano determinate condizioni. Nel testo è riportato:

posizione di svantaggio rispetto alla generalità degli altri lavoratori;

limitazione delle opportunità di partecipazione alla vita o alle scelte aziendali;

limitazione dell’accesso ai meccanismi di avanzamento e di progressione nella carriera.

Parità di stipendio tra uomini e donne: certificazione della parità di genere

Busta paga: parità con certificazione 

Superata la fase di colloquio, in cui le aziende non devono più discriminare le donne rispetto agli uomini secondo le condizioni sopra riportate, si deve anche garantire parità di busta paga una volta assunte. E per garantire questa condizione, dal 2022 si introduce il certificato di parità, una sorta di bollino che riconosce ai datori di lavoro l'aver adottato le misure necessarie per ridurre il divario di genere in relazione a:

  • pari opportunità di crescita in azienda
  • parità salariale a parità di mansioni
  • politiche di gestione delle differenze di genere
  • tutela della maternità

Le aziende che non presenteranno la certificazione di parità, oppure falsificheranno i dati, saranno soggetti ad una sanzione amministrativa che andrà da 1.000 euro a 5.00 euro. A monitorare l'applicazione di questa legge, sarà istituito il Comitato tecnico permanente sulla certificazione di genere nelle imprese.

Inoltre per favorire l'applicazione della parità di genere nei trattamenti economici, sono previsti degli sgravi fiscali pari all'1% per un massimo di 50.000 euro. Inoltre se si riporta la certificazione di parità, si potrà più facilmente accedere agli aiuti di Stato e ai fondi europei.