I lavoratori italiani sono sempre più poveri, ed è colpa della pandemia di coronavirus che, solo nel 2020 tra lockdown e limitazioni, ha causato una perdita di stipendi e salari pari a circa 40 miliardi di euro. L’Italia è seconda sola alla Spagna, dove questa riduzione è stata altrettanto pesante. In entrambi i paesi è stata più alta della media europea.  

L’erosione dei redditi dei lavoratori dipendenti e assimilati è uno dei sintomi più gravi della crisi economica che stiamo affrontando. Il fenomeno suggerisce che la pandemia non ha colpito solo il benessere di alcune categorie di lavoratori: autonomi, liberi professionisti o stagionali. Al contrario, l’emergenza sanitaria coinvolge tutti.  

I dati dell’Istituto europeo di Statistica (Eurostat) e quelli dell’Istituto Nazionale di Statistica (Istat) confermano questa tendenza italiana a buste paga più magre. Eppure, lo Stato è intervenuto più volte a sostegno dei redditi dei lavoratori e delle famiglie, pensiamo al bonus Renzi del 2015 o alla novità dei 100 euro con il taglio al cuneo fiscale.

La voce dei redditi da lavoro dipendente compone il Prodotto interno lordo (Pil) diminuito nel 2020 oltre l'8%. Per il 2021 il nostro paese dovrebbe recuperare il 4% circa di valore aggiunto. Un dato molto importante, contestualizzato all’emergenza sanitaria, dopo 12 anni di crescita economica contenuta tra lo zero virgola e l’un per cento all’anno. 

Stipendi e salari, in Italia buste paga più magre dei paesi europei

Con il Covid-19 gli stipendi e i salari degli italiani sono più bassi di quelli degli altri paesi europei. La riduzione è stata pari al 7,4%. Nell’Unione europea il calo degli stipendi e dei salari è stato pari all’1,92% rispetto al 2019. A diminuire sono stipendi e salari commisurati al costo della vita. 

Anche nel 2019 l’Italia ha registrato una diminuzione notevole del livello dei redditi, a causa della crisi economico-finanziaria del 2008-2011. Tanto che, in dieci anni tra il 2009 e il 2019, i lavoratori italiani sono stati quelli che in Europa hanno perso più salario e stipendio: circa il 2%

Nella Ue l’assottigliarsi dei redditi dei lavoratori dipendenti è una tendenza generalizzata; prima del Covid-19 infatti l’erosione dei salari e degli stipendi ha riguardato anche la Gran Bretagna, la Spagna, l’Ungheria, il Portogallo, la Grecia, Cipro e la Croazia. In assoluto, i lavoratori più poveri in Europa sono i greci.

Nel 2019 solo una manciata di paesi – Germania, Finlandia, Belgio, Francia – è riuscita a mantenere invariate o addirittura ad aumentare le buste paga dei lavoratori. In Germania, per esempio, in dieci anni sono cresciute dell’11% mentre in Francia del 7%. 

Ora però l’emergenza Covid-19 sta danneggiando i salari e gli stipendi anche dei paesi europei che hanno raggiunto risultati migliori sul mercato del lavoro e in termini di crescita economica. 

Nel 2020 i lavoratori francesi hanno perso più stipendo e salario rispetto al 2019: in totale 32 miliardi di euro. La Germania invece è riuscita in parte a contenere il contraccolpo del Covid-19: la perdita di stipendi e salari è stata di appena 13 miliardi di euro. Rispetto al 2019 i lavoratori tedeschi hanno perso in busta paga appena lo 0,87%.  

L’Italia, tornata ai livelli del 2016, ha bruciato così gli effetti positivi della decontribuzione sulle assunzioni introdotta dal governo Renzi nel 2015. Il nostro paese, rispetto alla Spagna dove il calo dei salari e degli stipendi è stato del 6,44% rispetto al 2019, ha perso meno occupati nel 2020: 464 mila posti di lavoro in meno contro 600mila lavoratori spagnoli costretti a rimanere a casa. 

Stipendi e salari, perché in Italia le buste paga sono sempre più magre

La riduzione degli stipendi e dei salari è dipesa dai due lockdown – quello totale del marzo 2020 e dell’ottobre e del dicembre scorso con la seconda ondata di contagi – dal calo del numero dei contratti a tempo determinato e dei lavoratori in cassa integrazione.

Per la cassa integrazione possiamo contare anche sulle risorse del programma europeo Sure, per un totale di 27,4 miliardi di euro. Ma l'Italia ne ha già spesi circa 22 dall'inizio della pandemia di Covid-19. Sul fronte occupazione invece nei primi tre mesi del 2021 il numero dei dipendenti regolari resta invariato a quello dell’anno precedente, quando è iniziata la perdita di posti di lavoro legata all’emergenza Covid-19. 

Da marzo 2020 a febbraio 2021, però, l’Italia ha creato circa 300mila nuovi occupati in meno. A giugno 2020 ha registrato il dato peggiore: - 600mila posti di lavoro dipendente regolare. Siamo riusciti a recuperarne solo la metà. Intanto, il governo Draghi in attesa che l’emergenza sanitaria migliori o si stabilizzi ha deciso di prorogare il blocco dei licenziamenti.

Nel decreto Sostegni, che dovrà essere convertito in legge entro il 22 maggio, sono stati inseriti due rinvii diversi:

  • fino al 30 giugno 2021 i datori di lavoro non possono licenziare se beneficiano della cassa integrazione ordinaria e straordinaria.
  • dal 1° luglio al 31 ottobre 2021 il divieto varrà solo per le imprese che beneficiano degli ammortizzatori sociali Covid-19, quali l’assegno ordinario e la cassa in deroga.

Il sindacato ha chiesto al governo di ripensare la norma e di estendere il blocco a tutti i lavoratori fino al 30 giugno 2021.

“Lo stop per tutti è importante perché siamo ancora dentro l’emergenza”, ha detto la scorsa settimana il segretario generale della Cgil, Maurizio Landini. 

Stipendi e salari, aiuti economici tra bonus e agevolazioni fiscali

Diminuiscono anche i contributi sociali dei datori di lavoro, quasi 200 miliardi di euro nel 2019. Lo scorso anno invece ne sono stati pagati 184 miliardi di euro. 

Si riducono così i contributi previdenziali, assicurativi e assistenziali: l’altro lato della crisi innescata dal Covid-19 che impoverisce l’Italia, in generale tutti i cittadini europei, e che rischia di prosciugare risorse importanti per le pensioni, per garantire tutele e servizi sociali. Questo circolo vizioso dipende soprattutto da una riduzione consistente della ricchezza prodotta. Perché meno produciamo, meno possiamo distribuire le risorse, anche per pagare salari e stipendi. 

I governi italiani hanno tentato di sostenere le retribuzioni dei lavoratori dipendenti intervenendo con bonus e agevolazioni: nel 2015 il bonus di 80 euro di Renzi. Nel 2020 quello di 100 euro, confermato dall’ultima legge di Bilancio. 

Stipendi e salari, buste paga più ricche per gli impiegati

Il bonus di 100 euro è erogato ai lavoratori dipendenti che non percepiscono redditi superiori ai 28mila euro. Sopra questo limite fino ai 35mila euro il bonus si trasforma in un'agevolazione fiscale: una detrazione che si azzera una volta superato i 40mila euro di retribuzione annua.  

I lavoratori che traggono maggiore beneficio da questo bonus, che ha abolito in modo definitivo quello introdotto dal governo di Matteo Renzi, ci sono gli impiegati. In Italia guadagnano tra i 26 e i 28mila euro all’anno e hanno tratto vantaggio anche dall'ex bonus Renzi. Fino al 30 giugno 2020 infatti lo hanno percepito tutti i lavoratori che in busta paga ricevono 26.600 euro di reddito all'anno.  

Le persone che guadagnano tra i 24.600 euro e i 26.600 sono riuscite a ottenere in un anno fino a un massimo di 960 euro all’anno in più. Con la nuova agevolazione la situazione non cambia. Gli impiegati restano i principali beneficiari dell’aumento in busta paga, proprio perché il bonus di 100 è destinato a tutti i lavoratori che guadagnano fino ai 28mila euro. Il governo Conte ha solo esteso la platea dei beneficiari che con Renzi era di 11 milioni di persone.  

Con il Covid molti dipendenti italiani sono soddisfatti delle retribuzioni

Il calo dei salari e degli stipendi a causa del Covid-19 restituisce un’immagine diversa dei dipendenti italiani da quella che ci si aspetterebbe. Molti lavoratori sono convinti che le retribuzioni continuano a essere insufficienti ma dinanzi alla pandemia si sentono comunque soddisfatti

Secondo il rapporto Salary Satisfaction 2021, realizzato dall’Osservatorio Job Pricing, tra i lavoratori c'è anche chi ha l'impressione che le retribuzioni siano migliorate rispetto al 2019. Soprattutto grazie allo smart working c'è una fetta di italiani che in tempo di crisi ringrazia per il proprio stipendio e salario.

Come spiega lo studio cambiano le priorità dei lavoratori: tra il 2020 e il 2021 gli italiani hanno a cuore il proprio posto di lavoro e non vogliono perderlo. 

“La percezione del valore dello stipendio assume una dimensione relativa…l’elemento della sicurezza del salario assume un peso nuovo”. 

Tra le categorie più soddisfatte quindi ci sono i lavoratori che con la pandemia hanno iniziato a lavorare da casa. Tale soddisfazione scende sensibilmente tra i dipendenti che non hanno potuto beneficiare dello smart working e i lavoratori che con il coronavirus hanno lavorato di più mentre i guadagni delle aziende dalle quali dipendono hanno iniziato a lievitare.