Anno complicato, anno da dimenticare il 2020. Un altro dato negativo per le donne che proprio oggi dovrebbero festeggiare la Giornata Internazionale della Donna, ma c’è poco da festeggiare se si contano i danni che nel mondo del lavoro il Covid-19 ci sta lasciando come eredità.

L’ufficio Studi Confesercenti proprio oggi, ha rilasciato in occasione della Festa della Donna, l’informazione di come l'imprenditoria femminile nel 2020 abbia interrotto la sua crescita che proseguiva instancabilmente dal 2014.

Una battuta d’arresto che pone un freno alla velocità di sviluppo che da sei anni a questa parte aveva visto salire con un incremento superiore a quella maschile l’imprenditoria guidata dalle donne.

4mila imprese guidate da donne perse

Sono purtroppo 4mila in meno rispetto al 2019 le imprese e le attività guidate da donne che hanno chiuso i battenti per colpa del Covid. Il calo è dello 0,29% in un anno.

Il prezzo di questa pandemia è molto salato. Le donne sono state le più colpite. Ne avevamo già accennato in un altro articolo sulla disoccupazione: “Istat, disoccupazione in salita”. Di 101.000 persone che nel dicembre 2020 avevano perso il lavoro, 99.000 erano donne

Un dato davvero impressionante se pensiamo che il 70% dei posti di lavoro persi nell’intero anno, apparteneva a donne. 

In quale area la maggiore penalizzazione

Chi è stato maggiormente penalizzato? 

Se dividiamo l’Italia in tre macro-aree Nord, Centro è Sud, il territorio più penalizzato sul fronte delle imprese sono stati il Centro e il Nord. 

Barbara Ferrari, presidente Impresa Donna Confesercenti Modena, ha mostrato la sua preoccupazione già lo scorso mese: 

“Frenate nella voglia di mettersi in proprio dalla pandemia, le donne d’impresa mostrano una maggior necessità di supporto economico e finanziario e sono poco fiduciose su un rapido rientro alla produttività pre Covid”.

Sono state 74 solo in provincia di Modena le imprese a conduzione femminile del commercio, del turismo e del settore terziario che hanno subito la crisi. 

Si tratta di settori che in Emilia Romagna coprono il 60% del lavoro, un circolo vizioso che se messo in arresto procurerà danni a tutto il sistema economico complessivo.

Nel Centro Italia sono state 2.400 le attività che hanno chiuso del 2020, in calo dello 0,81% rispetto al 2019.

Nel Nord Est si è registrata per le imprese condotte da donne la perdita di 1.500 unità con un calo dello 0,63%. Nel Nord Ovest non è andata meglio, i valori sono di 1.200 imprese femminili in meno lo 0,39%.

In crescita invece il Sud che nonostante tutto ha guadagnato un +0,26% con 1300 aziende in più.

A cosa può essere dovuta questa discrepanza? 

Probabilmente al fatto che sono state svolte molte campagne informative sulle opportunità che un’impresa gestita da donne abbia maggiori incentivi governativi. Un progetto utile al rilancio di una politica atta a incrementare il gap esistente in un’ottica di parità, ma ancora non è abbastanza.

Le imprese del Sud, secondo i dati di Confesercenti del 31 marzo 2019, hanno dato lavoro a quasi un milione di persone, nonostante le attività guidate da donne rispetto alle attività totali mostrino ancora fragilità. Si tratta perlopiù infatti di imprese individuali che hanno difficoltà rispetto alla media delle imprese a restare sul mercato e ad essere competitive.

Imprese femminili i numeri della crisi

Tra le imprese che in Italia hanno chiuso lo scorso anno, le più penalizzate sono state quelle gestite da donne under 35

Si tratta di 154mila imprese che dal 2019 al 2020 sono calate all’11,52% rispetto al 12,02% di copertura nazionale dell’anno precedente.

"Nonostante la sua natura resiliente", l'imprenditoria femminile non è riuscita a sfuggire agli effetti della pandemia, anche " perché - spiega la responsabile nazionale di Impresa Donna Anna Maria Crispino - le difficoltà poste da lockdown e restrizioni nella dimensione familiare si sono scaricate principalmente sulle donne. Molte imprenditrici, in assenza di una rete di welfare che permetta loro di conciliare vita familiare e lavoro, si sono fermate".

Ecco perché, aggiunge:

"bisogna fare di più, ripensando gli strumenti di sostegno e creandone di nuovi". 

Il costo della vita e l’organizzazione familiare impediscono alla maggior parte delle famiglie - a prescindere dai vari bonus baby sitter disponibili - di mantenere durante la Dad una famiglia ed un’impresa contemporaneamente senza problemi. Chi ne paga lo scotto sono spesso le donne che rinunciano alla propria attività per sopperire ai bisogni familiari di seguire i figli che restano a casa da scuola e che svolgono le lezioni online invece che in presenza.

Secondo un’analisi dell'Unione Europea delle Cooperative il dato tra l’altro è ancora incompleto. Quando terminerà il blocco dei licenziamenti previsto dal Governo, allora sì che la situazione potrebbe diventare davvero critica. In ballo ci sono centinaia di migliaia di posti di lavoro a rischio e non parliamo solo di imprese.

I comparti interessati 

Il comparto dei servizi in generale è quello che è stato maggiormente penalizzato. 

Per tipologia del lavoro il calo di mansioni impiegatizie, operaie, di supporto alle famiglie, di servizi domestici, per quanto in passato garantisse una maggiore resilienza proprio alle donne, con la capacità più rapida da uscire dalle crisi, unito oggi al fatto di dover gestire famiglia e figli a casa da scuola è un problema che ha stravolto tutti gli schemi sin qui esercitati.

I servizi del turismo, della ristorazione per le continue aperture e chiusure obbligatorie richieste dai Dpcm, la messa in cassa integrazione dei propri dipendenti, le spese fisse tra cui le tasse, gli affitti, le spese per il personale che debbono comunque essere sostenute, sono per molte imprese divenute impossibili da gestire. 

Il sistema è stato messo in ginocchio e le imprese stanno pagando il prezzo più pesante dal un punto di vista economico di questa pandemia.

Per non voler vedere tutto grigio una nota positiva in tutto questo caos c’è e riguarda il settore bancario. 

Uno studio compiuto dall'Ufficio studi di First Cisl sui primi otto gruppi bancari del Paese, informa che negli ultimi 22 anni, la percentuale di donne occupate nel settore è cresciuta del 10% salendo dal 38% al 48% tra il 1997 e il 2017, diminuendo il divario esistente tra i colleghi maschi. 

Restano però le differenze retributive e di inquadramento. Le donne hanno ruoli prevalenti in aree professionali per il 57,9%, ma restano indietro rispetto alle posizioni Quadro e Direttive con il 36,2% e restano al palo con il 15,7% nei ruoli da Dirigente.  Su questo c’è ancora tanto da investire. 

Un altro studio interessante è quello di N26 sull’analisi delle pari opportunità condotta in 100 paesi e 5 città italiane. N26 ci conferma che l’Italia è al 35° posto tra i paesi con le migliori pari opportunità. In cima alla classifica ci sono Norvegia al primo posto, Finlandia e Islanda. Come sempre i paesi nordici sono un faro in Europa e non solo in termini di diritti.

I fattori che sono stati presi in considerazione sono la leadership politica, la carriera lavorativa in ruoli di management, l’uguaglianza retributiva, il sostegno come il congedo per la maternità e nello specifico i risultati che nelle cinque città italiane, hanno portato in ambito lavorativo le donne a fare parte di settori amministrativi governativi locali o nei ruoli dirigenziali aziendali. I risultati non sono estremamente incoraggianti, possiamo fare di meglio.

Certo è che 4mila imprese femminili perse in un anno sono davvero troppe, perché significa che dove c’erano dei dipendenti anche questi sono stati vittime della pandemia e non solo sanitaria. 

E se a questo problema aggiungiamo le ineguaglianze di genere tra uomini e donne, qualcosa necessariamente deve cambiare. Speriamo che almeno da queste difficoltà si abbia la forza e lo spirito di cambiare le cose, sarebbe una grande vittoria... per tutti.