In data 11 Marzo 2020, l'Organizzazione Mondiale della Sanità dichiarava lo stato di Pandemia. In questo anno e mezzo la nostra società ha dovuto ripensare e modificare alcune pratiche che si erano consolidate nei decenni.

Se da un lato questa trasformazione ha messo in atto processi di modernizzazione che stavano avvenendo a un ritmo molto più blando, dall'altro ha evidenziato diverse fragilità strutturali e contribuito in prima persona alla creazione nuovi elementi critici.

Nei giorni scorsi, l'ISTAT ha pubblicato due indagini estremamente interessanti per leggere al meglio questi cambiamenti: la prima analizza le nuove disuguaglianze nel mondo del lavoro, la seconda gli effetti delle politiche adottate in questo periodo sulla redistribuzione del reddito.

Sebbene il coronavirus sia ancora un problema presente, proviamo a guardarci alle spalle e analizzare attraverso i numeri la situazione attuale del nostro paese. 

Le conseguenze del Covid sul Mercato del lavoro

Il coronavirus in Italia ha dato il via ad una crisi non indifferente. Il mercato del lavoro, in crescita da 5 anni ha incontrato una brusca involuzione a inizio 2020 per poi timidamente risalire dai primi mesi del 2021.

Tutte le categorie di lavoratori ne hanno fatto le spese, ma a risentirne maggiormente sono stati dipendenti a tempo determinato e autonomi.

Durante la leggera ripresa a beneficiarne sono stati soprattutto i lavoratori a tempo determinato, che in un contesto di instabilità consente alle aziende di cambiare velocemente la propria struttura organizzativa.

Per farla breve, il covid ha favorito la fluidità - o se vogliamo la precarietà - all'interno di un mercato del lavoro in cui regna l'incertezza.

Misure di sostegno durante la Pandemia Covid

Per fronteggiare questa dura crisi, i vari governi hanno messo in piedi diverse misure al sostegno dell'economia. Come si legge sul sito del Ministero:

"Nel 2020 Governo e Parlamento hanno messo in campo risorse senza precedenti per affrontare l’emergenza Covid-19. Con i Decreti Cura Italia, Liquidità, Rilancio e Agosto sono stati adottati interventi di vasta portata su sanità, liquidità, lavoro, fisco, famiglie e imprese"  

Da qui nascono la miriade di provvedimenti quali bonus, reddito di emergenza, contributi a fondo perduto, deroga della cassa integrazione e sgravi per le imprese, per citarne alcuni. Questi, uniti al già esistente Reddito di Cittadinanza hanno "determinato una riduzione della diseguaglianza di 14,1 punti percentuali dell’indice di Gini: da un valore di 44,3 punti misurato sul reddito primario a uno di 30,2 in termini di reddito disponibile" e una "riduzione del rischio di povertà dal 19,1% al 16,2%".

Il rischio di povertà è stato ridotto in maniera significativa soprattutto per i disoccupati (7%) e gli inattivi (3,5%).

L'indice di Gini restituisce sempre un numero compreso tra 0 e 100, per cui 100 indicherebbe una disuguaglianza massima e 0 quella minima.

Bisogna quindi fare due constatazioni:

  1.  le misure straordinarie intraprese dal governo hanno ridotto efficacemente la disuguaglianza economica nel 2020.
  2. Senza le misure straordinarie, il coronavirus in Italia avrebbe aumentato enormemente la disparità(44,3).

Lo spaccato che ne scaturisce racconta un paese che dal 1980 vede aumentare la differenza tra ricchi e poveri, rendendosi così dipendente dall'intervento statale per non aumentare eccessivamente questo divario.

Le disuguaglianze geografiche 

Le misure di sostegno hanno avuto un impatto estremamente positivo a nord-ovest, dove il rischio di povertà è sceso dal 14,8 al 10%, andando all'incirca a conformarsi con quelli del nord-est e del centro.

Al contrario il sud vede il rischio di povertà diminuito solamente del 2,1% a fronte di un rischio di povertà di oltre il 30%.

Va comunque precisato che centro e nord hanno risentito maggiormente della crisi in quanto a posti di lavori persi in percentuale e che il sud - per la sua vocazione turistica - ha beneficiato maggiormente della ripresa estiva 2020 (e presumibilmente 2021).

In definitiva, nella celebre ed evidente disuguaglianza tra nord e sudnon sono stati particolarmente rilevanti nè il coronavirus nè le misure messe a sostegno dell'economia. 

Gli stranieri

Sicuramente i più penalizzati dal coronavirus sono stati gli stranieri, come constatato dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali nel rapporto "gli stranieri nel mercato del lavoro in Italia".

Se da un lato i dati del rapporto testimoniano un chiaro e ulteriori aumento della disuguaglianza, dall'altra la problematica è molto più complicata di quanto appare e si presta a molteplici interpretazioni.

Come si legge su Ansa.it:

"Il calo di occupazione straniera colpisce soprattutto i giovani under 24enni comunitari e quasi tutti i settori a partire dalle attività finanziarie e assicurative (-76,8% su anno), alberghi e ristoranti (-19,3%), costruzioni (-13,7%), altri servizi collettivi e personali (-13%) " 

Per cui il maggior impatto del coronavirus sugli stranieri in Italia potrebbe essere spiegato principalmente dai settori in cui essi lavorano, tendenzialmente più colpiti dal Covid.

Differenze di genere ed età

Se a livello di genere la crisi ha impattato solo sensibilmente di più sulle donne rispetto agli uomini, la variabile età alimenta un discorso non ancora archiviato.

giovani fino ai 34 anni hanno accusato un calo dell'occupazione del 4,2% nel 2020. Le motivazioni sono da ricercare nella precarietà dei contratti con cui solitamente sono assunti, che li rende la categoria più vulnerabile.
Per la stessa ragione, nei primi mesi del 2021 si è registrata una rilevante crescita dell'occupazione dai 25 ai 34 anni; questo però non basta a colmare il gap (1,5%) con i numeri pre-crisi.

Sebbene i numeri portati dalla pandemia non siano eccessivi, vanno ad alimentare dati già in precedenza allarmanti:

  • Continuano così ad aumentare per l'ennesimo anno i NEET (Not in Education, Employment or Training), che rappresentano il 25% dei giovani tra i 15 e i 29 anni;
  • Aumentano i giovani in povertà (dall'11,4% al 13,6%);
  • Il tasso di disoccupazione giovanile ha toccato il 33,8% nel Gennaio 2021.

La povertà assoluta

Rispetto al 2019, nel 2020 la povertà assoluta è cresciuta dell'1,3% a livello familiare e dell'1,7% a livello individuale, per un totale rispettivamente del 7,7% e del 9,4%. C'è però un aspetto positivo: l'intensità della povertà assoluta è diminuita.

A testimoniare l'estraneità del covid dalla questione meridionale, la crescita più accentuata della povertà assoluta si osserva a nord-ovest e subito dopo a nord-est.

Tra i dati si legge anche un dato particolarmente preoccupante:

"Nel 2020 è aumentata la povertà tra coloro che possiedono un lavoro, sia dipendente che indipendente. " 

Va ricordato che le indagini non differenziano gli occupati in base al numero di ore lavorate. Per questa ragione, una riduzione delle ore, e quindi una riduzione del reddito, non implica una riduzione del tasso di occupazione, ma sicuramente un aumento della percentuale di povertà.

Un aspetto positivo del Covid

In mezzo a questo insieme di dati tutt'altro che rassicuranti, dobbiamo sforzarci di trovare il lato positivo di questa pandemia: la digitalizzazione.

Come scriveva già a Novembre agendadigitale.eu:

"Il Covid-19 ha accelerato il processo di trasformazione digitale intrapreso dall’Italia, ma per cogliere del tutto la possibilità offerta da questa crisi per fare il salto servono azioni concrete." 

Il primo e più immediato cambiamento è stata l'ampio utilizzo del lavoro da remoto, in precedenza soggetto a diversi pregiudizi. Un cambiamento piuttosto repentino che ha sconvolto le radicate abitudini nazionali, riportando il paese in linea con la media europea.

Questa modalità è stata comunque adottata con percentuali molto diverse in base al settore e al ruolo.

Il secondo evidente cambiamento è l'ascesa dell'Ecommerce che in Italia è comunque in ritardo.

Per quanto riguarda l'automatizzazione e la digitalizzazione dei processi in generale, la pandemia ha notevolmente accelerato gli investimenti delle grandi aziende, mentre ha ridotto quelle delle piccole e medie. I settori che più ne hanno beneficiato sono finanza, assicurazioni e servizi alle imprese.

Ma la rivoluzione digitale passa anche da eventi abbastanza banali, quale può essere far scaricare il Green pass a 49 milioni di italiani in meno di un mese.

Lo stesso ministro della salute Roberto Speranza ha commentato così su tgcom24:

"la più grande operazione di digitalizzazione che l'Italia abbia mai fatto" 

Il ritardo dell'Italia

Nonostante ciò, secondo il DESI (Digital Economy e Society Index) l'Italia nel 2020 è ancora quartultima in Europa per digitalizzazione. Dietro solamente Romania, Grecia e Bulgaria.

Ma a cosa è dovuto il ritardo dell'Italia?

In primo luogo il panorama italia è composto da molte PMI che, come già detto, faticano ad effettuare investimenti e a ottenere un facile accesso al credito.

Perciò, se da un lato il Covid è un'opportunità per l'implementazione delle nuove tecnologie, dall'altro rischia di rappresentare anche una barriera che rischia di inasprire maggiormente il digital divide da imprese di grandi dimensioni e PMI.

In secondo luogo, come precisa Eurispes in Italia sono presenti altri due problemi di non poco conto:

"Il primo riguarda la carenza di infrastrutturementre il secondo si lega allamancanza di competenze tecniche specifiche." 

Per colmare questo gap lo scorso 24 aprile il consiglio dei ministri ha approvato il PNRR (Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza): un progetto interno al più vasto e ambizioso Next Generation Eu, il quale si propone di far uscire l'Europa dalla crisi pandemica sia da una prospettiva economica che sociale, e gettare le basi per un futuro più sereno e sostenibile.

Il Pnrr dal canto suo, stanzia 49,2 miliardi complessivi e pone come missione 1: "Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura".

L'obiettivo principale è proprio quello di dotare il territorio di infrastrutture all'altezza, aiutare le PMI in questa transizione e intervenire sulla modernizzazione della Pubblica Amministrazione.