Il comparto del food-delivery è cresciuto esponenzialmente negli ultimi due anni: se già infatti nel 2019 il valore di questo mercato ammontava a 560 milioni di euro, nel 2020 è aumentato del 19%. Sono dati questi emersi da una recente ricerca dell'Osservatorio e-Commerce B2c Netcomm - Politecnico di Milano che ha certificato anche la forte espansione territoriale degli operatori del settore, che ora coprono la totalità delle città con almeno 50.000 abitanti ed hanno raggiunto più del 60% degli italiani. Riccardo Mangiaracina, responsabile Scientifico dell'Osservatorio eCommerce B2c Netcomm - Politecnico di Milano, ha osservato come la spinta decisiva all'affermazione del comparto sia necessariamente connessa alle vicende drammatiche dei mesi di lockdown: 

la domanda online di prodotti alimentari è in alcuni casi decuplicata, mettendo forte pressione agli attori eCommerce: le nuove esigenze e paure dei consumatori hanno fatto cadere le barriere all'utilizzo del canale eCommerce (e dei pagamenti digitali)

Oltretutto il successo delle app di delivery ha dato respiro al settore della ristorazione offrendo un servizio supplettivo, riuscendo ad arginare in piccola parte le gravi perdite subite dalle chiusure forzate, e spianando però anche la strada a nuovi potenziali clienti. 

Nuovi contratti di lavoro: se il mercato cresce, la tutela non troppo

La torta dunque diventa sempre più grossa - e ghiotta - ed i player di alto livello in campo in Italia sono cresciuti in parallelo. Glovo, ad esempio, la startup di Barcellona nata nel 2015 ed arrivata nel nostro Paese nel 2018, ha registrato una crescita di +247% rispetto all'anno precedente, vedendo aumentare anche tutti gli altri servizi di consegna, non solo quelli legati alla ristorazione. Nel 2018 ha rilevato una società concorrente tedesca, Foodora, attiva nel nostro Paese dal 2016 al 2018, assorbendone il parco-clienti.

La casa madre di Deliveroo, a Londra, ha recentemente completato un rifinanziamento di oltre 180 milioni di dollari proprio percé il settore è visto in continua espansione ovunque dagli investitori, mentre la piattaforma nostrana, sbarcata sulla Penisola nel 2015, nel maggio 2020 ha visto aumentare i propri ordini del 130% ed ha allungato la propria presenza in oltre duecento città, arrivando a collaborare con oltre 13.000 ristoranti. 

E' cresciuta del 30% rispetto all'anno precedente anche la piattaforma Uber Eats, emanazione nel settore del food-delivery dell'azienda Uber, nota in tutto il mondo per il servizio di noleggio di automobili tramite un'app.

Per quel che riguarda Just Eat, l'ultimo protagonista importante del mercato, ha raggiunto nel 2020 una quota intorno al 25% del totale sull'intero settore delle consegne a domicilio e prevede un ulteriore crescita per l'anno 2021, con l'obiettivo di raggiungere il valore di 1 miliardo di euo.

Ora, la comprensibile felicità di CEO, imprese e social media marketing a questo punto si scontra con le oggettive difficoltà dei lavoratori più esposti di queste piattaforme, ovvero i rider che, guidando biciclette e motorini, esplorano in lungo ed in largo le nostre città per effettuare le consegne nei tempi previsti e sfidando molto spesso condizioni climatiche avverse. E stiamo parlando di circa 30.000 lavoratori italiani.

E' dunque un lavoro certo usurante, proprio perché si svolge prevalentemente in strada, con tutti i rischi prevedibili connessi alla circolazione urbana. Ma il vero nodo da sciogliere, che ha sollevato molte perplessità e critiche fra gli stessi riders ed aperto un confronto con le sigle sindacali, sono le condizioni contrattuali. D'altra parte la questione è cruciale ed attualissima: una parte consistente dell'occupazione odierna si basa sul modello dei cosiddetti "gig workers", ovvero quel mondo fatto di lavoro a chiamata, dunque non continuativo e privo di molte tutele.

Fin dai primi tempi in cui hanno operato queste società in Italia, verso i fattorini si è sempre instaurato una forma di contratto di collaborazione occasionale, stipulato tramite un form on-line sul sito dell'azienda. Nulla di scritto, dunque, ma soprattutto, nei primissimi tempi, nessuna tutela: niente ferie e niente permessi retribuiti; nessuna indennità in caso di malattia od infortunio; nessuna retribuzione minima stabilita da un pur minimo contratto collettivo di lavoro.

Non solo. Gli strumenti per poter lavorare sono sempre stati forniti dalle aziende ad ogni rider (il contenitore per portare i vari ordini e la pettorina di riconoscimento, per esempio) ma in cambio di una cauzione iniziale, mentre le spese di mantenimento del mezzo con cui si effettuano le consegne, il bollo e la benzina sono rimaste a carico del lavoratore. 

Nuovi contratti di lavoro: le prime proteste dei riders

Una prima svolta arriva nel 2016: i lavoratori di Foodora di Torino prendono coscienza e si ribellano alle condizioni di lavoro piuttosto umilianti a cui sono sottoposti, complice  anche una retribuzione altalenante ed estremamente bassa, chiedendo al Tribunale di essere riconosciuti al pari dei lavoratori con contratto di lavoro subordinato. Insomma, rivendicano anche per il loro settore tutele, garanzie e diritti previdenziali. 

La vertenza si conclude nel 2018 con il riconoscimento da parte della  Corte di appello di Torino del loro status di lavoratori autonomi inquadrati nei parametri di sicurezza, ferie ed orari stabiliti validi per tutti i lavoratori subordinati.  

Da quella prima lotta, si sono poi registrate altre proteste. Nel novembre 2017 a Milano, i riders di Deliveroo chiedono a gran voce che venga applicato nei loro confronti il contratto nazionale dei Trasporti e della Logistica, di conseguenza reclamano un salario minimo, il riconoscimento delle indennità ed il rimborso delle spese. Negli anni successivi, iniziative come la creazione della “Carta dei diritti fondamentali dei lavoratori digitali nel contesto urbano” a Bologna ed il progetto “Riders on the storm”, nato a Bari, cercano di organizzare i lavoratori in una rete estesa in grado di offrire una prima assistenza sindacale. 

Nel frattempo anche le imprese si strutturano per affrontare le molte questioni aperte e tutelarsi: nel 2018 Deliveroo, UberEats, Glovo e Just Eat fondano un'associazione di categoria, Assodelivery, la prima del comparto di food-delivery.

Nuovi contratti di lavoro: qualcosa si muove 

Nell'Autunno 2019 le cose sembrano finalmente prendere una piega diversa, e sicuramente più istituzionale, grazie al Decreto Legge 101/2019 (“Disposizioni urgenti per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali”) che prevede norme e tutele minime per i lavoratori precari, fra cui figurano per primi i riders. Viene introdotto il compenso minino orario seguendo le linee delle tabelle dei contratti collettivi nazionali, e dunque di fatto viene negata la possibilità di retribuire i lavoratori in base alle consegne fatte, superando il modello del lavoro a cottimo. Scatta anche la copertura assicurativa Inail contro gli infortuni sul lavoro e le malattie. Detto ciò, lo stesso decreto sospende l'attuazione di queste misure per un anno al fine di consentire la redazione di un contratto collettivo in accordo con le parti sociali ed imprenditoriali.

Ad incendiare ancora di più gli animi arriva nel maggio del 2020, in pieno periodo pandemico, la causa ad uno dei colossi dell'industria di food-delivery, e le motivazioni sono piuttosto pesanti. La piattaforma è stata oggetto di un'indagine da parte della Procura di Milano in merito al presunto sfruttamento dei riders, configurando il reato di caporalato: secondo i magistrati i lavoratori sono sottoposti a condizioni umilianti, derubati di mance, puniti con la revoca della collaborazione in caso di proteste e, non da ultimo, pagati 3 euro per ogni consegna effettua. E così è partito il commissariamento di Uber Italy, con una manager indagata per la legge sulla responsabilità amministrativa.

Di fronte alle proteste, ai processi ed ai malumori dell'opinione pubblica Assodelivery gioca la carta di un nuovo contratto nazionale, sfruttando il momentaneo vuoto normativo. In un primo momento tenta la contrattazione con i sindacati confederali, che ripartono dalle richieste delle iniziative milanesi del 2017, e dunque puntano sul riconoscimento del lavoro dei riders come lavoro subordinato, vincolato al contratto collettivo nazionale dei Trasporti e della Logistica. Successivamente si rivolge alla sola UGL, mettendo nero su bianco il primo CCNL per il settore, che prevede fra le altre cose un'assicurazione contro gli infortuni, un orario minimo di 10 ore, maggiorazioni per il lavoro notturno. Rimane però la qualifica di lavoro autonomo, ed il nuovo accordo mantiene il cottimo, riduce i compensi e la sua firma è vincolante per poter ancora lavorare con le piattaforme. Il 3 novembre, giorno in cui il contratto entra in vigore, in tutta Italia i riders danno allora vita a scioperi e ad azioni di protesta.

Nuovi contratti di lavoro: la piattaforma Scoober

Dall'altra parte della barricata però Just Eat, nel frattempo fusasi con l'azienda concorrente Takeaway, annuncia la sua intenzione di abbandonare Assodelivery ma soprattutto annuncia di voler garantire a partire dal marzo 2021 la possibilità ai propri rider di essere assunti come lavoratori dipendenti.

Una posizione netta, che da una parte costringe Assodelivery a rialzare la posta per quel che riguarda le tutele dei propri lavoratori, dall'altra introduce un nuovo modello per assumere i riders e gestire il loro contratto. Il modello è rappresentato da Scoober, un'app innovativa già utilizza nel Nord Europa, e permette d'inquadrare finalmente i rider come lavoratori dipendenti, garantendo molte più tutele eliminando veramente il lavoro a cottimo. Pur prevedendo una certa flessibilità, l'accordo stipulato tramite questa piattaforma garantisce una paga oraria, bonus in base alle consegne e la possibilità di scegliere un lavoro part-time o full-time. Just Eat ha anche comunicato l'intenzione di aprire diversi hub nelle città, dove i riders potranno utilizzare i mezzi aziendali come scooter elettrici ed e-bike. 

Come spiega Daniele Contini, il country manager di Just Eat per l'Italia, il modello Scoober è

 in linea con la strategia del Gruppo e con la nostra volontà di investire sempre di più sul mercato con una nuova soluzione che permetterà ai rider di operare in qualità di lavoratori dipendenti. Crediamo infatti che, dopo i passi avanti già fatti nei mesi scorsi, sia giunto il momento di proseguire con il nostro impegno nel fornire tutele e protezioni ai lavoratori della gig economy