La costante incertezza per il futuro, tra pandemia ed emergenza climatica (vedi i ghiacciai del polo nord ormai ridotti a piscinette, o l’Australia che continua a bruciare come se non ci fosse un domani) è ormai parte integrante nella quotidianità di qualsiasi giovane con un briciolo di coscienza sociale. Secondo un articolo di la Stampa

"I ragazzi italiani detengono con francesi e turchi il primato (53%) del pessimismo per il futuro considerando il mondo 'un posto che va peggiorando'."

L’attacco di panico del “cosa vuoi fare da grande” o “cosa fai dopo la laurea” è assicurato, quindi provate a immaginare dover anche solo minimamente pensare a un qualche tipo di fondo pensione. È percepito alla pari di una qualsiasi figura mitologica. Conferma la Repubblica

"E alla pensione non ci pensano? Certo che ci pensano, almeno il 64% lo ha fatto, ma è un pensiero nero perché immaginano, appunto, che sarà il tempo dell'indigenza."

Insomma, è difficile anche solo trovarlo un lavoro, figurarsi mantenerlo o pensare a una pensione, soprattutto ora che si avvicina il "post-Quota 100". Se siete interessati a questo aspetto, il Sole 24 ore propone a riguardo diverse ipotesi valide riguardo l'immediato futuro delle pensioni

Ma prima rimanete con me. 

Il problema del crollo delle nascite

Io inizierei con il parlare di un problema che sembra non c’entrare nulla, ma che in realtà è radicalmente insito e parte del problema: il crollo del tasso di natalità e il conseguente invecchiamento della popolazione. Secondo l'Istat

“In Italia, Paese che invecchia più velocemente di altri, ci sono 602 pensionati da lavoro ogni 1000 lavoratori. Questo rapporto è migliorato rispetto a vent’anni fa, quando i pensionati erano 757. Nel 2019 in Italia quasi una famiglia su due ha fra i suoi componenti un pensionato.” 

Questa è una situazione che a lungo andare creerà dei grossi problemi a proposito delle pensioni: i giovani di oggi sono meno propensi a fare figli e questo comporterà, e comporta tutt’ora in realtà, un rapporto impari tra lavoratori e pensionati, un problema che abbiamo già ad oggi: siamo agli ultimi posti in Europa nel rapporto tra pensionati e numero di giovani che lavorano. 

Secondo teleborsa, uno degli obbiettivi da porci per il 2030 sarebbe quello di accrescere il numero di figli per donna di 0,6 unità entro la fine del decennio: il risultato sarebbe un aumento di nascite del 33%, circa 130 mila nati nell’arco di dieci anni, con 517 mila nati in più rispetto alla situazione attuale. 

Tutto molto bello, ma questa teoria potrebbe avere diverse falle, tutte nate dal fatto che le donne (ma in realtà naturalmente anche gli uomini, che però non sono stati resi partecipi dei calcoli…strano, pensavo che i figli si facessero in due) non sono macchine sforna-bambini, ma persone con una coscienza, ci saranno dei motivi per cui le coppie non desiderano più di tanto avere dei bambini. 

Che non se la prendano i nostri amici di teleborsa, quello che intendo dire con una malcelata ironia è che per quanto questo tipo di previsioni siano anche parecchio ottimiste (e questo ci piace), non bisogna dimenticare che non potranno mai esserci dei calcoli precisi a riguardo, sarebbe utopico pensare ciò, perché si tratta di un argomento che riguarda o riguarderà la sfera privata di molte coppie di giovani. 

Quindi i giovani sono una massa di egoisti come spesso si sente dire e che porteranno tutti all’estinzione del genere umano, o ci potrebbero essere altre motivazioni più che valide alla base dietro alle scelte di figliare meno?

Alto tasso di disoccupazione giovanile

Pensate un numero da uno a ventisette e indovinate in che posizione è l’Italia per disoccupazione giovanile? Ho sentito un tre? Esatto, l’Italia si classifica come il terzo peggior paese per disoccupazione giovanile in Europa

Ma la situazione è più complicata di così: bisogna tenere in conto diversi fattori, tra cui lo scontro generazionale: non solo c’è meno lavoro, ma ad oggi vi è una forte scolarizzazione, che comporta un aumento degli anni di studio (che non vengono pagati e durante i quali naturalmente non si versano contributi) e che sfocia quindi in un’entrata nel mondo del lavoro più tardiva rispetto alle altre generazioni.  

Vi è anche una sorta di “standardizzazione”, se così si può chiamare, dei titoli di studio dei giovani. Oggi avere un diploma non basta per trovare un lavoro ben retribuito, la laurea diventa sempre più fondamentale per ottenere un lavoro. I giovani ne sono consapevoli, vanno all’università per anni e spesso non hanno nemmeno l’esperienza lavorativa richiesta una volta laureati. 

Rapporto di Euris e Consiglio Nazionale Giovani

Secondo i dati Istat che La Repubblica ci riporta, 

“poco più di un giovane italiano su tre (37%) ha un lavoro stabile, mentre un quarto degli intervistati (24%) risulta disoccupato. Un'esigua minoranza, il 12%, possiede una casa di proprietà.”

L’autonomia arriva tardi, e le statistiche parlano chiaro: un lavoro stabile, se arriva, non arriva prima dei 35 anni. Il lavoro in nero è un problema: il 55% dei giovani afferma di aver lavorato in nero almeno una volta nella vita o chi ha dovuto pagare per poter lavorare, anche se in minoranza. Non sono di poco conto tutti gli stage retribuiti (e non retribuiti) o il problema dell'apprendistato. 

Il 37,5% ha accettato pagamenti inferiori rispetto al dovuto pur di avere un lavoro. Inoltre c’è da precisare che secondo queste statistiche un giovane su tre afferma di aver cambiato città per lavoro: dunque la poca disponibilità dei giovani a cambiare città è solo un falsa credenza. 

Non c’è da stupirsi quindi se i giovani rimandano sempre più il momento di fare famiglia, l’orologio biologico ha smesso di ticchettare freneticamente per dare più spazio alla ricerca di una stabilità economica sempre più difficile da raggiungere. Inoltre il problema del trovare un lavoro e la crescente disoccupazione costituisce già di per sé un problema. 

Quindi le pensioni?

Se i lavoratori, dunque chi versa i contributi sono numericamente inferiori rispetto a chi in pensione lo è già, si rischia di entrare in un rompicapo di davvero difficile soluzione. 

Inoltre l’assenza di un lavoro o comunque un lavoro precario porta a una triste realtà: poche pensioni per i giovani di adesso che inevitabilmente prima o poi invecchieranno e pochi futuri lavoratori (dato il forte calo delle nascite di cui abbiamo parlato sopra) che pagheranno per i novelli pensionati del futuro. 

Un’altra problematica sono le notevoli differenze tra uomini e donne: le donne che percepiscono una pensione sono circa la metà degli uomini. In questo però il colpevole (oltre al patriarcato, ma non stiamo parlando di questo) è da ricercare nel tasso di occupazione delle donne in Italia, che è numericamente molto inferiore rispetto agli uomini e presentano carriere meno durature e discontinue, oltre alla perpetua differenza di salario tra i due sessi. 

Ci sono delle soluzioni?

Questa è una domanda da un milione di euro, ed è sempre stato un tema molto caldo nella politica italiana. Di solito la risposta più comune a questa problematica è aumentare l’età pensionistica, un classico sempreverde di stampo internazionale. Questo però non fa che “rimandare” in un certo modo il problema, anche perché non si dà abbastanza spazio ai lavoratori più giovani. Questo è l’incubo di ogni giovane, in pratica. 

Lump of labour theory

Una soluzione potrebbe essere il cosiddetto “Lump of labour Theory”, stilata da alcuni economisti inglesi addirittura nell’Ottocento. Ne parla bene orizzonti politici, in un articolo in cui propone diverse soluzioni alla visione "classica" delle pensioni. Dice: 

“Questa teoria economica si basa sull’assunzione che esista un’offerta di lavoro fissa distribuita fra tutta la popolazione attiva. Se ciò fosse vero, si potrebbero spalmare le ore di lavoro di una giornata su più lavoratori, così da far lavorare più persone e per meno ore.”

Questa teoria lascerebbe molto spazio ai giovani, poiché diventerebbero i “sostituti” naturali dei neopensionati, e il fatto che ci siano teoricamente soltanto lavori fissi renderebbe più stabile l’offerta di lavoro. Questa teoria è piuttosto utopica e dà per scontato che tutti i lavoratori, essendo perfettamente sostituibili con altri, abbiano le stesse competenze, capacità ed esperienza. Ma ovviamente sappiamo bene che non è così, non siamo tutti uguali in nessun aspetto della nostra vita, men che meno nel lavoro. 

La staffetta generazionale

Fu proposta dal ministro Giovannini nel 2013. Il sistema è molto simile alla teoria precedente, soprattutto nel fine di favorire l’ingresso nel mondo del lavoro ai giovani. Questi lavori potrebbero essere ottenibili anche attraverso incentivi fiscali o sburocratizzazione delle assunzioni. 

Tutto questo per favorire il ricambio generazionale e un maggiore sazio ai giovani a discapito dei più anziani. 

Quota 100

Una soluzione piuttosto “creativa” tutt’ora in atto nel nostro paese è la “Quota 100”, proposta nel 2018 dal governo Lega-5 Stelle con il fine di superare la Riforma Fornero. È un sistema di anticipazione della pensione che consiste in un divertente gioco matematico: prendi la tua età, sommala con il numero di anni di contributi. Se il risultato è 100, puoi andare in pensione. Per esempio con 60 anni e 40 di contributi puoi andare a casa. 

Ma c’è un ma: è stata fissata un età minima di 62 anni e 8 di contributi. Vi era molto scetticismo all’epoca per questa proposta, finché Bankitalia ha confermato tutti i dubbi, affermando che il fine di liberare più posti di lavoro ai giovani grazie a queste pensioni anticipate non è stato particolarmente redditizio, sottolineando come sostituire i vecchi lavoratori con dei nuovi non faccia magicamente aumentare i posti di lavoro, e soprattutto come i lavoratori giovani e anziani debbano essere complementare, e questo dovrebbe essere un valore aggiunto anche per il datore di lavoro. 

Qual è dunque la soluzione ideale? In generale, orizzonti politici propone: 

“bisogna puntare proprio sull’integrazione dei nuovi entranti nel sistema e facilitare il passaggio dall’istruzione al mercato del lavoro, consentendo anche l’ottenimento di contratti stabili e di un compenso adeguato.”

In conclusione non c’è una soluzione definitiva né la possibilità di sapere se effettivamente vi sia un collegamento tra numero di pensionati e nuovi posti di lavoro per i giovani. Ai posteri l’ardua sentenza.