Dal 15 ottobre come ormai sappiamo tutti, o quasi, il Green Pass diverrà obbligatorio per accedere al posto di lavoro, sia nel pubblico che nel privato. La misura obbligatoria è prevista sulla scia del ritorno in ufficio e la fine dello smart working per migliaia di dipendenti della Pubblica Amministrazione.

Green pass in azienda: facciamo chiarezza

Ormai ci siamo, questo venerdì scatterà il fatidico giorno che vedrà due situazioni intrecciarsi: il ritorno in ufficio per centinaia di migliaia di dipendenti della Pubblica Amministrazione e l’obbligo di green pass per i dipendenti che rientrano in azienda.

A partire dal 15 ottobre cambia tutto e, dunque, il dipendente che sarà costretto a rientrare a seguito del lungo periodo di lavoro agile o smart working, dovrà essere in possesso della certificazione verde o green pass che attesta l’avvenuta conclusione o quantomeno l’avvenuto inizio del ciclo di vaccinazioni.

Si ricorda infatti che il green pass viene rilasciato già a seguito della prima inoculazione del vaccino ed ha una durata limitata sino a quando non viene somministrata la seconda dose.

A questo punto, ovvero al termine della seconda dose, si riceve un certificato verde (Green pass) che ha validità di 12 mesi (1 anno).

15 ottobre 2021: la data di ripartenza

Come anticipato il 15 ottobre si riparte, o meglio, l’Italia cerca di riavviare i motori della Pubblica Amministrazione.

In realtà i motori sono stati attivi per tutto il tempo della pandemia in quanto, tramite il Decreto legge del 23 febbraio 2020, n. 6, recante “Misure urgenti in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da COVID-19”, è stato reso possibile per i dipendenti della Pubblica Amministrazione il lavoro in modalità remoto.

Collegarsi da casa, ovunque questa fosse ubicata, un sogno divenuto realtà per tutte quelle persone costrette al pendolarismo per motivi di lavoro e che nello smart working hanno potuto ricalibrare le proprie esigenze.

Tutto questo, il 15 ottobre 2021, sarà soltanto un pallido ricordo, dettato dalle ragioni più disparate: ad esempio la necessità di riattivare il consumo di prossimità ovvero quel micromondo di bar, tavole calde e ristoranti ubicati vicino l’ufficio che più di tutti hanno sofferto l’allontanamento forzato dei dipendenti.

15 ottobre 2021: cosa succederà?

Cosa succederà esattamente il 15 ottobre?

Se il dipendente si reca in azienda privo del green pass, senza giustificato motivo, come ad esempio un’esenzione particolare cui ha diritto e che deve essere certificata dal medico curante, verrà sottoposto a procedura di sospensione.

La procedura di sospensione avrà una durata di 5 giorni, che non verranno calcolati né a fini dello stipendio, né per il conteggio di ferie e permessi.

Il dipendente potrà inoltre incorrere in una sanzione pecuniaria che va dai 600 ai 1.500 euro.

Anche per il datore di lavoro sono previste delle sanzioni in caso di omesso controllo nei confronti di quei dipendenti che hanno avuto accesso ai luoghi di lavoro, privi della necessaria certificazione.

In riferimento ai datori di lavoro, è prevista una sanzione pecuniaria che oscilla dai 400 ai 1.000 euro.

Il datore di lavoro diventa controllore dei green pass

Il green pass, reso obbligatorio per l’accesso nelle aziende, sia pubbliche che private, necessita di una figura che ne verifichi la regolarità e il possesso.

Questa figura che funge da vero e proprio controllore, è il datore di lavoro.

In base a quanto stabilito Decreto Legge del 21 settembre 2021 n. 127, il datore di lavoro è tenuto a verificare la regolarità del green pass posseduto dal lavoratore/dipendente che si reca in azienda, sia pubblica che privata.

Il datore di lavoro per verificare la validità della certificazione esibita dal dipendente, deve dotarsi di un’applicazione in grado di scansionare e leggere i QR code (il codice a barre presente nel green pass sia in formato cartaceo che digitale).

L’applicazione ufficiale per la verifica del green pass è la seguente: Verifica C19.

Gli obblighi del datore di lavoro

Particolare attenzione, a partire dal 15 ottobre, sarà rivolta agli obblighi in capo al datore di lavoro che fanno riferimento sia alla predisposizione delle misure necessarie per effettuare la verifica del green pass, sia delle misure da attuare nel rispetto della privacy dei lavoratori e del trattamento dei dati personali.

Proprio in tal senso, è fatto obbligo al datore di lavoro di rilasciare apposita informativa sul trattamento dei dati del lavoratore e di come verranno utilizzati.

A tal proposito, devono essere rispettati i principi imposti dall’Art. 25 GDPR che testualmente, al secondo comma recita:

“ Il titolare del trattamento mette in atto misure tecniche e organizzative adeguate per garantire che siano trattati, per impostazione predefinita, solo i dati personali necessari per ogni specifica finalità del trattamento”

Questa previsione va letta in combinato disposto con il comma 5 dell’art. 13 del DPCM del 17 giugno 2021 che sancisce il divieto di conservazione dei dati del dipendente a seguito dell’attività di verifica in merito al possesso del green pass.

Delega del datore di lavoro

Come spesso accade nelle aziende, soprattutto quelle più grandi, il datore di lavoro delega alcune delle attività cui per legge sarebbe preposto, ad altri soggetti che hanno conoscenze e qualifiche più specifiche per ottemperare agli obblighi imposti dalle legge.

Ad esempio, è questo il caso, ovvero dell' obbligo di verifica del green pass, il cui potere rientra tra quelli di cui il datore di lavoro è titolare e che delega ad una terza persona.

Questa persona per adempiere agli obblighi di verifica imposti dalla legge, deve essere appositamente delegata dal datore di lavoro (al quale la legge stessa riconosce la titolarità dei poteri in merito alla verifica e trattamento dei dati in azienda).

Ciò significa che, in assenza di una delega specifica, nessun soggetto al di fuori del datore di lavoro, potrà svolgere attività di controllo e verifica dei requisiti previsti per l’accesso ai luoghi di lavoro, pena la comminazione di una sanzione pecuniaria elevata.

Chi è senza green pass?

Chi è senza green pass perché non vaccinato, come può fare per accedere in azienda?

La soluzione è una soltanto: effettuare il tampone.

Come sappiamo però il tampone ha una validità di circa 48 ore e, dunque, si verrebbe a creare un problema per le tasche del lavoratore che, di media, dovrebbe fare almeno due tamponi a settimana, ad un costo stimato di circa 15 euro di media per quello rapido e di circa 60-70 euro (in alcuni casi i prezzi sono anche maggiori) per quello molecolare.

Insomma, un vero e proprio salasso per quelle famiglie in cui ad esempio lavorano entrambi i soggetti, privi del green pass.

Quanto mi costa lavorare se non ho il green pass?

Facendo il più classico di conti della serva, vediamo il costo per accedere nei luoghi di lavoro, per una famiglia con figli a carico che non ha il green pass.

Se si fa riferimento ad una spesa per i tamponi che tiene conto di una settimana lavorativa media di 5 giorni, il costo per ogni lavoratore sarebbe più o meno di circa 180 euro al mese, quindi il doppio se considerati entrambi i coniugi.

Se, come detto, nella famiglia è presente un figlio, qualora minore avrà diritto ad uno sconto sulla quota del tampone (rapido e molecolare), sconto che comunque sarà di poco inferiore ai dieci euro di costo per ogni tampone effettuato.

Una spesa che sommata tra i vari componenti del nucleo familiare, rischia di gravare pesantemente sull’economia domestica e sulle finanze familiari in generale.

Tamponi gratuiti: un aiuto per le famiglie e non solo

Proprio la necessità di venire incontro alle famiglie per abbattere i costi dovuti al rientro al lavoro (per coloro che sono obbligati e sono privi del green pass), sono stati istituiti dei presidi in tutta Italia dove è possibile per talune categorie di soggetti, effettuare i tamponi gratuitamente.

Tale presidio è stato organizzato dalla Croce Rossa Italiana tramite un accordo che la Federazione cui la Croce Rossa appartiene, ha stipulato per l’Italia con la Commissione Europea.

L’accordo prevede lo stanziamento di circa 35 milioni di euro a copertura delle spese per effettuare i tamponi in maniera gratuita, consentendo dunque a migliaia di cittadini di risparmiare sulla relativa spesa.

Sul fronte politico proprio in questi giorni si sta discutendo circa la possibilità di estendere il periodo di validità del tampone molecolare a 72 ore (contro le attuali 48 ore) e renderlo gratuito, accorpando il relativo costo tra le spese che l’azienda, cui il lavoratore appartiene, deve sostenere.

Obbligo vaccinale: è davvero la soluzione?

Da ultimo, va affrontata una questione assai spinosa che fa riferimento alla proposta, avanzata da talune sponde politiche di prevedere l’estensione dell’obbligo del vaccino.

L’imposizione dell’obbligo vaccinale a tutti, stando alle correnti politiche favorevoli a questa misura “estrema”, consentirebbe di ridurre le spese per i tamponi sia per le aziende, che per i dipendenti stessi.

Ricordiamo che l’obbligo vaccinale attualmente è previsto solo per le categorie del personale sanitario e di coloro che (sanitari e non) lavorano nelle RSA (Residenze Sanitarie Assistenziale).

Il motivo di quest’obbligo è dato dalla particolarità dei servizi resi a favore di persone fragili che hanno necessità di cura costanti (nel caso delle RSA) o perché si lavora in ambienti il cui rischio di contagio è assai elevato, come gli ospedali dove si devono garantire cure ed assistenza a tutti indistintamente.

Insomma, se per talune categorie di persone l’obbligo vaccinale è visto (anche se non da tutti) come una misura necessaria data l’importanza dei servizi svolti a favore della collettività (cure mediche ed assistenza a persone anziane), lo stesso non si può dire per la possibile estensione dell’obbligo a tutti indistintamente.

Insomma, c’è da scommetterci che le proteste in merito al green pass e alla possibile estensione dell’obbligo di vaccino, proseguiranno ancora.