Se stessimo navigando in mare potremmo dire che stiamo assistendo ad una tempesta perfetta. Crisi delle materie prime insieme al rincaro dei carburanti stanno mettendo in serio pericolo la ripresa economica.

A far vacillare i segnali di ripresa più fattori concomitanti che stanno alimentando un circolo vizioso. Il primo fattore senza dubbio scatenante è stata la chiusura di tutte le attività a causa del Covid che ha di fatto abbassato a livelli mai visti prima la domanda globale di generi di ogni tipo.

A questo è seguito un inverno molto rigido che ha invece esaurito quasi ovunque gli stock di gas. Quando poi la morsa della pandemia si è allentata, il mondo è come se si fosse svegliato tutto insieme da un profondo sonno letargico, per cui i livelli di domanda delle materie prime di ogni genere sono improvvisamente schizzati verso l'alto il che ha fatto esplodere i costi dei trasporti che si sono poi riversati sulle materie prime. 

Un classico dei circoli economici viziosi che si autoalimenta.

Inflazione e post pandemia: il problema delle supply chain.

In effetti, molto delicata è la situazione che stanno attraversando le catene globali del valore in questo particolare periodo storico, strette in una morsa letale da quello che possiamo definire un ingorgo da ripartenza alimentato da due elementi di criticità congiunta e cioè il forte aumento di domanda a livello globale conseguenziale alla fase di ripresa post pandemica e contemporaneamente il collo di bottiglia dei settori di trasporti, in difficoltà ad assolvere questo ritrovato e unanime vigore commerciale.

Questo ha inevitabilmente spinto verso l'alto il costo delle materie prime ad un livello difficilmente immaginabile fino a qualche tempo fa. In effetti se c'è una cosa che la pandemia ha messo senza dubbio in evidenza, è tutta la criticità del modello di globalizzazione cosi come fino ad oggi inteso. 

Il fatto che ci sia stato un continuo e a volte anche esasperato ricorso alla delocalizzazione dei siti produttivi verso aree con costi di materie prime o costo del lavoro più bassi, ha di fatto portato non poche falle nel sistema delle supply chain che in un momento come questo hanno mostrato tutta la loro debolezza caratterizzate da una eccessiva dispersione tra i vari continenti e quindi estremamente esposte a rischi geopolitici e a qualunque tensione nelle dinamiche dei trasporti aerei e navali. 

Fattori questi che si sono manifestati tutti in modo concomitante durante la pandemia. Non è un caso in effetti, che oggi si parli anche di un possibile rimpatrio delle produzioni, almeno di quelle più strategiche innescando così un processo di deglobalizzazione che sicuramente avrà delle ripercussioni sui prezzi dei prodotti finiti.

Inflazione e post pandemia: costo delle materie prime.

Il periodo post pandemico se da un lato è caratterizzato dalla ripresa, ci sta facendo comprendere a pieno che tale ripresa non è assolutamente a costo zero. 

Nel marzo del 2020 l'inizio pandemia aveva portato la chiusura del London Metal Exchange, il luogo dove avvenivano le contrattazioni dei principali metalli, evento storico mai realizzatosi neanche durante la seconda guerra mondiale, tanto che i più pessimisti erano pronti a scommettere che in realtà non avrebbe più riaperto, completamente soppiantato dalle negoziazioni elettroniche.

Ma a dispetto di tutte le più pessimistiche previsioni quando 18 mesi dopo il Ring ha riaperto, il 6 settembre 2021, la sorpresa per tutti è stata un'altra. 

Prima della pandemia infatti, l'ultima contrattazione relativa allo scambio di una tonnellata di alluminio si assestava ad un valore di 1.500$, il 13 settembre 2021, il contratto di consegna a tre mesi per la stessa quantità di metallo veniva regolato ad un valore di 3.000$ corrispondente esattamente al doppio. Quello dell'alluminio è un caso emblematico perché al suo aumento hanno contribuito contemporaneamente più fattori. 

L'alluminio sarà infatti uno dei metalli trainanti della transizione energetica, la Guinea che insieme alla Cina, è il principale fornitore di bauxite, è attraversata da enormi disordini politici, non ultima la stretta che ha imposto proprio la Cina sulle emissioni alle sue industrie ad alta intensità energetica; tutti questi fattori hanno contribuito alla eccezionale quotazione che si è registrata nel Ring. 

Tuttavia non solo l'allumino è stato interessato da forti rincari. Stime più recenti infatti registrano un incremento dei prezzi di alcune materie prime solo per questo ultimo anno, nell'ordine del 200%.

Tra questi menzioniamo ad esempio l'acciaio, che ha fatto registrare un incremento nel prezzo addirittura del 300%, passando dai 380 dollari per tonnellata di giugno 2020, ai 1.100 dollari per tonnellata di settembre 2021.

Stesso discorso per il rame che ha avuto un rincaro del 243% passando dai 4.300$ a tonnellata del marzo 2020, ai 10.475$ per tonnellata a settembre 2021.

Analogo discorso per altri metalli preziosi il cui impiego avviene principalmente nei settori dell'elettronica e dell'alta tecnologia che sono stati quelli maggiormente interessati dalla scarsità di materie prime.

Tuttavia abbiamo visto che non solo le materie prime di questi settori sono state toccate dai rincari. L'aumento abbiamo detto che è stato diffuso e generalizzato e ha toccato anche mais, caffè, grano, soia, carta, semiconduttori, plastica, cartoni per imballaggi, cotone e altre ancora. Ad esempio il grano ha toccato la quota record in Europa di 297€ a tonnellata, il mais ha avuto un rincaro del prezzo del 77%, il cotone del 104%, il caffè un aumento dl 59%, la carta del 70%, tutto questo semplicemente rispetto ai prezzi del 2020. Si capisce bene che si tratta di rincari astronomici.

Se siete interessati ad approfondire l'argomento, di seguito un video tratto dal canale YuoTube Francesco Carrino - YouTube che offre spunti interessanti.

Inflazione e post pandemia: costo dell'energia.

Come era prevedibile attendersi poi alla fine di questa estate, si è avuta un'impennata dei prezzi dell'energia anche in questo caso trainati verso l'alto da un duplice aspetto.

L'incremento della domanda di idrocarburi, in particolare gas naturale, a fronte abbiamo già detto di una riduzione generalizzata del livello dell'offerta. Nello specifico il solo gas naturale è aumentato di circa il 120%.

Il secondo elemento che inciderà pesantemente sul costo dell'energia, sarà tutto quello che è connesso alla transizione energetica che comporterà necessariamente un incremento dei costi delle energie fossili e di cui già stiamo vedendo le prime conseguenze.

Non bisogna poi mai dimenticare però che i rincari di materie prime non si spiegano solamente con carenze di riserve o come avviene in questo particolare momento per il processo di decarbonizzazione. 

Questi aspetti possono spiegarlo ma solo in parte perché bisogna sempre considerare che i prezzi delle materie prime possono aumentare ovunque su larga scala, per effetto delle guerre commerciali tra i vari paesi, ne è un esempio quello che accade tra Stati Uniti e Cina prima con i dazi imposti dalla precedente amministrazione Trump, ora con la politica di Biden che sembra addirittura più protettiva del suo predecessore. 

Queste guerre commerciali possono privare uno stato di una materia prima fondamentale, così come altri possono essere privati della componentistica o delle importazioni, facendo comunque schizzare verso l'alto il costo delle materie alla stessa stregua degli altri due eventi.

Inflazione e post pandemia: eventuali strategie di controllo.

Alla luce di tutte queste considerazioni desta sempre più attenzione per molti paesi il controllo dell'inflazione che da tutto questo deriva.

In effetti fino ad oggi le grandi economie possiamo dire abbiano adottato nella politica monetaria orientamenti piuttosto lassisti volti proprio a sostenere le attività a seguito dei lunghi periodi di stagnazione e deflazione che si sono registrati dopo la profonda crisi finanziaria del 2008-2009. 

Le politiche monetarie erano state piuttosto generose, tuttavia l'enorme gettito di moneta che si è avuto a disposizione ha senza dubbio contribuito ad aumentare il prezzo delle materie prime. In effetti la fase espansiva dei consumi post pandemia ha provocato un aumento di domanda di materie prime che non poteva essere prevedibile in un contesto in cui tra l'altro, la domanda delle stesse risultava in trend decrescente ormai da decenni.

Questo andamento discendente è lo stesso che per tanti anni ha scoraggiato le filiere produttive a fare investimenti per aumentare la capacità produttiva. In tutto questo neanche manovre speculative hanno interessato molto la situazione.

Tuttavia in questo momento gli stati si trovano a fronteggiare una situazione completamente opposta, il controllo della spinta inflazionistica che si sta registrando sui mercati non può più lasciare il tempo a politiche lassiste tanto che sia la Fed che la Bce stanno apportando modifiche alla loro politica monetaria.

La Fed nello specifico, ha introdotto recentemente il regime del cosiddetto "average inflation targeting", che prevede un target medio di inflazione da raggiungere solo con riferimento ad un determinato intervallo temporale.

Questo regime è stato introdotto per orientare meglio le aspettative d'inflazione. Nello specifico la banca dichiara che in periodi di stagnazione o deflazione con livelli dei tassi d'interessi molto bassi, se non addirittura negativi, è disposta a tollerare rialzi futuri dell'inflazione al di sopra del target con il fine di stimolare le aspettative e spingere al rialzo l'inflazione.

Nel contesto attuale tuttavia, lo shock che sta riguardando il prezzo delle materie prime sta facendo cambiare rapidamente orientamento e passare da visioni in cui si è disposti a tollerare una ripresa dell'inflazione oltre il target ad un orientamento in cui il controllo della spinta anti inflazionistica diventa prioritario.

D'altro canto anche le guerre commerciali che influenzano e non poco il costo delle materie prime costringono i governi a contenere la domanda con strumenti finanziari, rialzo dei tassi e provvedimenti similari.

Inflazione e post pandemia: evento transitorio o strutturale?

Vero è che questo autunno tutte le più grandi economie si troveranno a fare i conti con l'inflazione sperando che si abbia una ripresa così robusta che spinga indietro lo spauracchio della stagflazione.

In effetti è sempre acceso e attuale il dibattito riguardo al fatto se l'attuale impennata inflazionistica possa essere considerata un fenomeno transitorio o debba invece essere considerata strutturale.

La risposta non è univoca perché gli stessi economisti non concordano sulle visioni.

Alcuni economisti sostengono infatti, che per alcune materie prime la fiammata inflazionistica potrebbe spegnersi non appena si potrà ripristinare gli equilibri nelle supply chain a seguito del rimbalzo atipico della domanda del periodo post pandemia, altri invece sostengono che per altre materie prime, tipicamente quelle legate alla transizione energetica, si sia messo in atto un superciclo destinato a durare. 

Questo vuol dire che per alcune di esse, tipicamente il rame, la scarsità di materia prima potrebbe durare a lungo a fronte invece di una domanda crescente con conseguente effetto di un rialzo nel livello del prezzo.

Ecco perché quello che sembra possa essere l'orientamento generale prevalente per il futuro è di combinare aumenti soft dei tassi a un'inflazione dei salari invece, comunque contenuta in modo da poter accompagnare la ripresa graduale dei consumi.

L'obiettivo sarà sempre quello di proteggere le categorie più fragili e i più bisognosi dalle conseguenze che questo rialzo dei prezzi ed in particolare i costi della transizione energetica possono provocare per agevolarla sicuramente, ma evitando di andare ad incrementare il numero dei gruppi sociali in povertà energetica.