Il lavoro cambia e cambia velocemente, così velocemente che le nuove professioni cominciano a non contarsi più e nascono nuove forme di business adattate e adattabili all’offerta del mondo del lavoro.

Secondo il nuovo Rapporto annuale redatto dall’INPS si stima che siano attivi in Italia un volume di persone che svolgono tipologie di lavoro on-demand pari a 700.000 utenti.

Sono definiti gig-workers, ovvero i figli della gig-economy.

Adnkronos agenzia di stampa nazionale, lancia così la notizia:

“Si stima che in Italia siano attivi circa 700 mila gig-worker tra baby sitter, rider, idraulici, artigiani, addetti alle pulizie, traduttori e che a tendere (2025) il volume stimato del settore possa oscillare tra lo 0,7 e l’1,3% del prodotto interno lordo. E’ quanto si legge nel rapporto annuale dell’Inps.”

Secondo il XX Rapporto Annuale dell’INPS, che è disponibile a questo link, alla pagina 62 delle 272 che compongono il rapporto viene estratto un interessante riassunto del sistema Italia e di come:

“…in controtendenza rispetto ad altri Paesi, la quota di lavoro autonomo sul totale dell’occupazione è costantemente diminuita in Italia negli anni. Tale quota infatti sfiorava il 28% nel 2004, era attorno al 25% dieci anni dopo, attualmente è sotto il 23%.”

Ma come sempre all’interno della stessa analisi si evince che:

“...il dibattito è come cristallizzato sulla tematica dei rider, quasi che la consegna di cibo a domicilio esaurisse il vasto campo della gig economy, che invece è molto articolato e riguarda almeno tre macro-gruppi di piattaforme digitali”.

Dunque chi sono e che cosa offrono questi 700.000 lavoratori tracciati dall’INPS che prendono il nome di Gig-Workers?

Per capirlo facciamo un passo indietro e chiediamoci cosa sia la Gig-Economy.

Cos’è la Gig-Economy e chi sono i Gig-Workers che ne fanno parte

Da un estratto di N26 di un articolo dedicato alla Gig-Economy tracciamo quali sono le condizioni che hanno fatto nascere la Gig-Economy:

“Con l'ascesa di internet, la forza lavoro ha vissuto un cambiamento epocale. Le email e le telecomunicazioni hanno reso il lavoro più flessibile e permesso alle persone di interagire più velocemente. Durante la pandemia di COVID-19, il concetto di lavoro legato alle tecnologie ha assunto un significato ancora più importante.”

Ecco che il primo quesito è centra il lavoro digitale? Si, ma non per tutto il comparto.

La tecnologia ha creato le condizioni per aiutarci a sopportare meglio il disagio causato dalla pandemia. Senza la nostra attuale tecnologia non avremmo retto il black-out che il lockdown ha generato nelle nostre economie. Il sistema del mondo del lavoro è però cambiato, si è modellato ed adattato alle esigenze della richiesta.

La tecnologia è come la stessa INPS sottolinea, abbastanza articolata. Il rapporto annuale individua ad esempio tre diversi gruppi di gig-workers:

Il primo è costituito da coloro che attraverso le app svolgono una attività concreta che ha dei risvolti materiali. 

Si appoggiano a piattaforme come Deliveroo, Uber tra le più conosciute, ma il Rapporto INPS ne cita anche altre come TaskRabbit, Handy, Wonolo, BeMyEye.

Sono piattaforme che sostanzialmente offrono servizi: dal tuttofare, al taxi, dal rider alla baby sitter, dal dog sitter ad un aiuto per fare il trasloco, dall’elettricista all’idraulico.

Alcune non sono affatto nuove professioni, l’imbianchino, l’elettricista, l’idraulico, sono professioni ben collaudate, artigiani del sapere, il popolo del fare che con esperienza e certificazioni, però trova una platea più ampia proprio affidandosi a piattaforme che ne valutano anche la competenza a regola d’arte a mezzo dei commenti degli stessi utilizzatori.

Chi popola allora queste piattaforme? Tendenzialmente liberi professionisti, lavoratori part-time che offrono il loro supporto tecnico o artistico ma che non sono legati principalmente a questa sola unica attività e non lavorano alle dipendenze di nessuno se non di loro stessi.

Il secondo gruppo è quello chiamato Crowdwork, che tradotto letteralmente significa “lavoro di folla”, ovvero il lavoro compiuto da professionisti come i programmatori, i freelance in genere, gli informatici, i professionisti tecnici. Sono professioni diversificate che per la maggior parte vengono svolte da casa propria ma anche dal proprio studio. 

Coloro che offrono la loro professionalità, lo fanno collaborando mediante piattaforme che interagiscono con un vasto pubblico a livello globale. Tra le varie l’INPS cita UpWork, Freelancer, Amazon Mechanical Turk, Twago, GreenPanthera, CrowdFlower. 

In queste piattaforme l’iter funziona più o meno così: definisci il tuo budget e decidi se vuoi un professionista pagato ad ora o a progetto, scegli se vuoi uno specialista in traduzioni o copy writing, in grafica o design, in programmazione php o java. “Targhettizzi” la tua richiesta sino a ottenere un gruppo di persone collegate online da tutto il mondo che ti propongono un preventivo alle tue condizioni basiche. Un bel risparmio ti tempo rispetto al passaparola, ma soprattutto una grande concorrenza e un abbassamento dei costi. 

Il terzo gruppo comprende tutti quei lavoratori che si possono definire facenti parte di un settore l’Asset rental, ovvero l’affitto o in certi casi il noleggio di beni e di proprietà

Qui un gran passo in avanti lo ha fatto la sharing economy, che ha sviluppato soluzioni accessorie di prestazione lavorativa. Pensiamo a piattaforme come Airbnb e all’indotto intorno al quale oltre al proprietario che affitta c’è tutto un mondo di collaboratori che offrono servizi che vanno dall’accoglienza degli ospiti, alle pulizie finali degli appartamenti, sino a proporre eventi e servizi aggiuntivi attraverso i quali è davvero possibile organizzarsi una vacanza o uno spostamento di lavoro unicamente all’interno della stessa piattaforma.

Queste attività che possono essere secondi lavori che aiutano ad arrotondare, o attività a tempo pieno, sono costituite dai Gig-Worker ovvero dai lavoratori che di base costituiscono la Gig-Economy.

Definire se si fa parte più o meno della Gig-Economy non è tanto dato dal proprio background lavorativo, o se si rientra in uno dei settori lavorativi sopra elencati, quanto più se si decide di lavorare a breve termine o a un progetto, e non tanto a lungo termine e per una singola azienda.

700.000 Gig-Worker che lavorano ma non sempre sono visibili come i rider

Secondo i dati forniti dall’INPS, la maggior parte di questi lavoratori - in Italia ve ne sono oltre 700.000 – sono degli “invisibili”.

I motivi per cui vengono tracciati come invisibili è che non sono tracciati affatto, e le ragioni sono molteplici. 

Una tra tutti, quella principale, è ad esempio è che il mercato è dominato da collaboratori autonomi occasionali

Gli occasionali possono emettere ricevute all’atto del ricevimento di quanto svolto sempre che l’attività non sia continuativa, ma appunto occasionale, sino ad un massimo di 5000 euro l’anno, sotto la cui soglia non vi è obbligo di contribuzione pensionistica.

Tra i rider, professione che ha fatto tanto parlare proprio per le condizioni dei lavoratori, il caso di Foodora in Italia ha creato un’importante precedente aprendo il quesito se i collaboratori di questa azienda o di aziende simili dovessero o no essere considerati dipendenti a tutti gli effetti. 

La sentenza della Corte d’Appello di Torino ha definito la linea, accogliendo il ricorso di cinque ex rider e stabilendo che dovessero avere diritto a ferie, malattia e tredicesima mensilità. 

Una decisione che ha certamente segnato la gestione lavorativa di società che offrono servizi di rider per la consegna del food delivery, e che in certo modo ha avvicinato i lavoratori della Gig- Economy a quelli subordinati.

Lo ha fatto sulla base che la prestazione lavorativa del rider rientra tra le prestazioni personali, continuative e le cui modalità di svolgimento sono tecnicamente configurate dal committente attraverso l’organizzazione dei tempi e luoghi in cui il lavoro deve svolgersi. 

Questa importante sentenza ha determinato la nascita del decreto-legge n. 101/2019 (convertito nella legge 128/2019). Il decreto prevede la tutela del lavoro tramite piattaforma digitale con particolare riferimento ai lavoratori impiegati in attività di consegna di beni per conto altrui, in località urbane e con l’ausilio di velocipedi o veicoli a motore.

Oltre ai rider l’incremento dei baby-sitter

Lo stesso può valere per un’altra professione quella dei/delle Baby Sitter. Ci sono piattaforme a offrire opportunità di impiego per questa attività ma per lo più si basa ancora sul passaparola. 

Se in regola, la professione del Baby Sitter ha avuto una discreta impennata di visibilità tra i dati dell’INPS del 2020.

Questo è dovuto al Decreto Cura Italia che nell’art.23 ha previsto dal 5 marzo 2020, la possibilità di fruire di un bonus con cui pagare i servizi di assistenza per i minori, il cosiddetto bonus baby-sitting.

A causa dei provvedimenti che sospendevano i servizi scolastici durante la pandemia, molte famiglie si sono trovate nella condizione di non poter sostituire le attività didattiche scolastiche. Il bonus nato per supportare le famiglie con figli in età scolastica ha avuto un utilizzo importante: sono state 1,3 milioni le domande per averne accesso, per un valore pari a 1 miliardo di euro. 

Di questi circa la metà 720.000 hanno ricevuto l’accoglimento della domanda. Il valore del bonus è stato usato da alcuni come pagamento dei centri estivi e dei servizi integrativi, ad altri le somme sono servite per remunerare occasionalmente tramite il Libretto famiglia il lavoro di 560.000 baby-sitter.

Conclusioni sul tema del lavoro dei Gig-Worker

La crescita negli ultimi anni dell’interesse verso nuove forme di prestazioni lavorative è indubbia ed è il frutto dei tempi che cambiano. Ci si adegua alle soluzioni che l’utente finale richiede.

Certo è che le professioni comprendono una grande molteplicità di soggetti lavoratori, ristoranti, piattaforme, clienti, ci troviamo ad essere lavoratori e clienti al tempo stesso. 

La gestione delle nuove forme lavorative è molto complessa per quanto riguarda la loro regolazione contrattuale, vedi il caso dei rider, dove è molto diffuso il lavoro sommerso.

E’ da considerare anche la possibilità che sussistano sovrapposizioni tra i lavori svolti e che potrebbero dare origine a differenti forme assicurative e previdenziali.

Ecco perché oggi è fondamentale che ci sia informazione e controllo soprattutto per garantire le corrette misure di sicurezza e assicurare i livelli minimi di protezione (Legge n. 128/2019 - Disposizioni urgenti per la tutela del lavoro e per la risoluzione di crisi aziendali).

L’Inps anche per questo ha progettato un Registro digitale per rider e piattaforme dove registrare tutti i protagonisti coinvolti, raccogliere dati, segnalare eventi e modalità di svolgimento del lavoro.

I dati raccolti serviranno a raccogliere informazioni che potranno essere usate da altri enti come la fornitura di servizi previdenziali quali oltre l’Inps anche l’Inail utili al monitoraggio delle condizioni di lavoro.