Nonostante l'occupazione in Italia sia finalmente ripartita, il nostro mercato del lavoro, se confrontato con i numeri di tutta l'Unione Europea, segnala un vero e proprio record in negativo. È vero, in quest'ultimo anno c'è stata una vera e propria esplosione di contratti precari, ma i recenti dati di Eurostat sottolineano altro.

Secondo le stime l'Italia si colloca all'ultimo posto della classifica europea per il totale di soggetti che risultano essere disponibili a trovare un impiego, ma che non lo cercano attivamente. La percentuale di questi disoccupati non attivi è pari all’11 %. E nel resto dell'Europa?

Lavoro, disoccupati e non attivi: l’Italia confrontata con il resto dell’UE

Come abbiamo detto poc'anzi, la percentuale di soggetti disponibili a lavorare ma che non cercano in modo attivo un'occupazione è dell'11 %. Sopra il nostro Paese troviamo:

  • La Serbia con un 5 % di soggetti disponibili, ma non attivi

  • L’Irlanda anch’essa con il 5 % di persone disponibili e non attive

  • La Spagna è poco sopra, con un 4 %

Osserviamo subito che la percentuale italiana è nettamente maggiore a quella degli Stati appena elencati, mentre di un abisso superiore a paesi come la Germania, che registra solamente il 2,2 %. Insomma, il numero degli italiani disoccupati e non attivi per la ricerca di un lavoro è il triplo di tutta la media europea, attestata al 3,7 % in totale e che si innalza di poco al 4,1 % nella sola area euro.

Ma quanto vale questo 11 %? I numeri sono spaventosi poiché i cittadini italiani disoccupati e che non ricercano un lavoro in maniera attiva sono pari a 3.074.000

Chi sono i disoccupati che non ricercano attivamente un lavoro?

Più e più volte, nei nostri articoli, abbiamo parlato dei NEET - Not in education, employment or training – un acronimo che sta ad indicare tutti quei soggetti di età compresa fra i 15 e i 29 anni che non studiano, non lavorano e non svolgono alcun corso di formazione professionale. 

In questo caso, però, i dati che ci fornisce Eurostat sono completamente differenti. Non si parla, infatti, dei giovani NEET, anch’essi un problema, ma di soggetti di età compresa fra la maggiore età e dopo i 55 anni anni. I dati sono preoccupanti. 

Questi oltre tre milioni di italiani sono così suddivisi:

  • la maggior parte sono donne, per un totale di 1.73 milioni. 

  • Di queste, la fetta più ampia è quella che comprende donne fra i 25 e i 54 anni, per un totale di 2 milioni di individui. 

  • Abbiamo, poi, 620 mila non occupati e che non risultano attivi nella ricerca di un lavoro fra i 55 e 74 anni.

  • Infine, anche la fascia dei giovanissimi è molto ampia, con 415 mila ragazzi e giovani adulti fra i 15 e i 24 anni.  

È stata la pandemia di Coronavirus a segnare questo declino? I numeri dicono di no. Certo, la pandemia ha giocato un ruolo importante, con un leggero aumento al 12 % del dato, ma le percentuali sono rimaste pressappoco invariate. 

Come riporta il quotidiano La Stampa, infatti, nel 2019 la percentuale era del 10.9, mentre nel 2018 del 11.1 %.

Perché queste persone senza un impiego non cercano attivamente un lavoro?

Nonostante i dati dell’Istituto Italiano di Statistica ISTAT sottolineano un tasso di occupazione dell’8.3 % (dati marzo 2022), la volontà di trovare un impiego rimane alta e va ben oltre, ma rimane un grosso numero di persone che non cerca attivamente un lavoro, perché scoraggiata

Le ragioni di questa ‘mancanza di volontà’ sono davvero varie. Ci troviamo davanti a persone che rinunciano a trovare un lavoro poiché devono badare a un bambino piccolo, oppure ad un anziano. In particolare, delle madri senza un impiego, che in Italia sono addirittura il 42.6 %, abbiamo trattato in questo nostro articolo:

“Nel nostro Paese, infatti, è ancora difficile pensare a una mamma lavoratrice, soprattutto per la situazione culturalmente arretrata dell’Italia. Si pensi che il Bel Paese domina – in negativo – la classifica europea per il tasso più elevato di disoccupazione tra le madri, davanti a Grecia e Spagna.”

Altre persone ancora, invece, hanno provato a cercare talmente tanto un lavoro in passato, con scarsissimi risultati, che hanno deciso di rinunciare

La ciliegina sulla torta, infine, è messa da stipendi troppo bassi e da supporti economici come il Reddito di Cittadinanza, che non invogliano le persone a cercare attivamente un lavoro. 

La non-ricerca attiva di un lavoro colpisce l’incontro fra domanda e offerta

Qualsiasi sia la ragione che spinge le persone a non cercare attivamente un impiego, non importa. Il problema è un altro: mediante questa inattività si riduce notevolmente la platea di lavoratori potenziali, colpendo soprattutto alcuni settori che necessitano di assumere del personale, ma non riescono a fare in modo che domanda e offerta riescano ad incontrarsi

In questo modo, più di un non occupato rimane escluso dal mercato del lavoro, più questo si sentirà scoraggiato e continuerà a non cercare. Sarà sempre più difficile, dunque, trovargli un impiego in futuro. 

Per evitare di perdere questo capitale umano – molto importante se ricordiamo che settori come turismo o ristorazione continuano a cercare del personale, con scarsissimi risultati – occorrerebbe procedere con delle politiche attive del lavoro che funzionino

Un’idea, secondo l’economista dell'Ocse Andrea Garnero, potrebbe essere quella di istituire un registro con i nomi di tutti i cittadini che cercano un lavoro. Queste persone dovrebbero essere contattate e consultate con costanza. 

Ma Garnero, secondo anche quello che riporta il quotidiano La Stampa, avrebbe anche affermato che:

“La verità, purtroppo, è che a malapena rispondiamo a quelli che sono attivamente alla ricerca (di un’occupazione). Tutte le persone demotivate che in passato si erano proposte per un lavoro le abbiamo dimenticate.”

Mancanza di personale: è colpa degli stipendi troppo bassi!

Abbiamo analizzato, in un precedente articolo, alcuni dati dell’analisi FragilItalia, elaborata da Area Studi Legacoop e Ipsos, che evidenziano come i pensieri degli italiani vadano in due direzioni: la mancanza di un salario minimo e la necessità di reshoring di tutte quelle aziende che, per risparmiare – soprattutto sui costi della manodopera – hanno deciso di aprire la propria sede all’estero.

Insomma, pare proprio che i problemi da risolvere siano moltissimi. Il Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali, Andrea Orlando, sta lavorando per la creazione di un salario minimo. Questo, non sarà di tipo universale, come quello adottato dalla maggioranza degli Stati UE, ma settoriale

Vale a dire che ogni categoria e ogni settore avrà il suo salario minimo. Orlando, in alcune recenti dichiarazioni, ha parlato di un’attuazione di un salario minimo entro la fine del 2022. 

Per quel che concerne, invece, il reshoring, cercando di far tornare in Italia le imprese che sono “espatriate”, ancora tutto tace

Alcune forze politiche, inoltre, puntano il dito su sostegni come il Reddito di Cittadinanza per la mancanza di volontà delle persone a cercare attivamente un lavoro

Le polemiche, infatti, sono molte, non solo fra i politici contrari alla misura, tra cui spiccano Matteo Salvini, Matteo Renzi e Giorgia Meloni, ma anche fra imprenditori di strutture alberghiere, lidi o ristoranti che, nonostante la stagione estiva sia alle porte, si trovano senza personale. 

E, così, arriva anche una proposta dal Ministro del Turismo, Massimo Garavaglia, dopo la denuncia del Presidente di Federalberghi Bernabò Bocca sulla mancanza di personale per la stagione turistica. La soluzione è questa: 

“Dare il 50% del Reddito di cittadinanza agli stagionali, purché vadano a lavorare".

Per quest’estate i numeri fanno davvero preoccupare, mancano la bellezza di 350 mila persone nel settore del turismo, con un tasso di oltre il 10 % di disoccupazione