Lavoro nel ramo della ristorazione da 10 anni, ma mai prima d’ora mi ero preoccupata così tanto per la sorte di questo settore.

Sono sempre stata convinta della sua importanza e della sua costante presenza nella quotidianità delle persone, sia come luogo di ristoro occasionale sia come punto di ritrovo per feste e celebrazioni.

Non avrei mai immaginato di vedere serrande chiuse, sedie ammassate e tavoli vuoti.

Dipendenti a casa da lavoro, proprietari allo stremo e un grande senso di vuoto pervadere l’aria.

Eppure è quello che è successo con l’arrivo di questa pandemia, che ci ha messi in ginocchio sia in termini medici che economici e che ha strategicamente avvolto milioni di realtà commerciali nella carta da imballaggio.

Il settore ristorativo in ginocchio

C’è un limite oltre cui nessuno riesce a restare sospeso nel vuoto senza farsi prendere dal panico

è una frase dello scrittore Andrea De Carlo e non potrebbe essere più azzeccata.

La situazione che stanno vivendo i ristoratori, gli albergatori, gli istruttori di palestre e centri sportivi,  è qualcosa di oscuro e sconosciuto.

Il senso di disorientamento in loro è così latente che non riescono a vederne il fondo.

L’arresto delle attività in conformità delle restrizioni decise durante il Governo Conte prima e con il Governo Draghi poi, ha rappresentato un colpo durissimo da incassare.

Nella maggior parte dei casi è stato mortale per quelle realtà ristorative poco capitalizzate e dipendenti dal cash flow.

Ma com’è stato possibile arrivare fino a qui?

Perchè i bonus sono stati inventati ma faticano ad arrivare?

Perchè il Governo ha deciso di abbandonare i propri commercianti e i propri cittadini?

Crediamo ci sia una spiegazione, anzi, eliminiamo il “crediamo”. Certo che c’è una spiegazione, anche se scomoda e a tratti sconfortante.

Quali sono le cause e le conseguenze

L’impatto del Coronavirus sulla ristorazione si è tradotto sin dai primi lockdown in un calo esorbitante del fatturato di oltre il 30%.

Per tante realtà ristorative, tutto ciò è stato reso possibile sia dalle restrizioni imposte dal Governo sia dalla conseguente flessione della clientela.

Al blocco totale dell’economia e all’alto tasso di disoccupazione raggiunto, anche la cancellazione improvvisa di prenotazioni storiche e giornaliere e il minor ( per non dire nullo) afflusso di persone in circolazione, ha fatto la sua parte.

Come se non bastasse, i ristoratori hanno comunque dovuto fare i conti con gli affitti, le bollette e la quantità di cibo ordinato ma mai venduto.

E lo Stato non li ha agevolati più di tanto.

Una vera e propria “disfatta di Caporetto” se così vogliamo chiamarla, perché se facciamo due conti, l’Italia ha all’incirca 300.000 attività di ristorazione che producono più di 1 miliardo di entrate di tasse statali.

Quindi quanto ha perso il nostro Paese per colpa di chi siede alle poltrone rosse??

Secondo le parole del Segretario Generale dell’Associazione Italiana Ambasciatori del Gusto, Cesare Battisti :

il dilagare dell’infezione è stato gestito, sino ad oggi, in modo serio e opportuno da un punto di vista medico ma esasperato e strumentalizzato, al limite dello sciacallaggio, da alcuni quotidiani e media, creando allarmismo ingiustificato

e non potremmo essere più d’accordo.

Le informazioni inesatte, gonfiate e trasmesse a cittadini, già saturi di una fobia incontrollata, non hanno fatto che peggiorare la situazione.

Le restrizioni cambiate a piacere senza tenere conto di chi lavora e di chi ha un’attività ristorativa propria, sono state la goccia che ha fatto traboccare il vaso.

Bonus avviati, soldi non pervenuti

In fatto di sostegni, in molti pensano che lo Stato si sia mobilizzato giusto lo stretto necessario.

Durante le manifestazioni nelle principali piazze italiane e nelle interviste in diretta, i ristoratori si definiscono essere rimasti “a bocca asciutta”.

Le tasse devono essere pagate, gli affitti non si dimezzano nè si congelano e nella cassetta della posta le bollette non mancano mai.

I bonus? Quali bonus? Forse quelli che dovevano già essere nelle loro tasche ancora da dicembre e che invece, non si sono ancora visti? In tanti si chiedono dove siano i soldi.

Le stime parlano addirittura di 30mila domande pervenute via web al sito www.portaleristorazione.it e almeno 15mila attraverso gli uffici postali, per un importo di ben 7mila euro a richiesta.

Che cos'è il "Salva Made in Italy":

Il fondo “Salva Made in Italy” di 345 milioni di euro ( di cui il plafond raggiungeva i 600 miloni ) prevede l’acquisto di quei prodotti  fatti al 100% in Italia.

Inoltre dice che i ristoratori possono richiedere contributi a fondo perduto per un minimo di 1000 e un massimo di 10 mila euro.

Questo vale per:

  • i ristoranti,
  • le pizzerie,
  • le mense,
  • gli agriturismi 
  • gli alberghi con possibilità di somministrazione di cibo.

I prodotti elencati nel Decreto devono valorizzare la materia prima del territorio e quindi, devono essere acquistati attraverso la vendita diretta oppure da una filiera integralmente nazionale.

Per evitare lo spreco si dà la priorità a prodotti DOP e IGP e l’acquisto viene dimostrato attraverso una documentazione fiscale.

Questo Fondo per i ristoranti, che rientra nel Decreto Legistativo Sostegni, però non contribuisce in modo decisivo.

Molte realtà chiedono più risorse:

La misura di per sé non ha avuto grande successo, sia per la complessità della documentazione da produrre sia perchè le richieste per ottenere il contributo sono state aperte tardi, quando ormai molti ristoranti erano chiusi, ma la cosa più importante è che la maggior parte dei richiedenti non ha ancora ricevuto l’anticipo in un momento in cui la liquidità scarseggia

il problema non è risolto, è solo aggirato:

Serve un progetto che dia una prospettiva di futuro reale alle imprese e non solo un sostegno temporaneo che appare oggi una fragile stampella

Chiedersi se mai si avrà un futuro, per i ristorati è diventato il quesito numero 1.

Cosa è andato storto:

Già da inizio marzo 2020 ( prima dei provvedimenti restrittivi ) Lino Enrico Stoppani, presidente della Fipe aveva rivolto al Governo delle richieste per sostenere le imprese e scongiurarne la chiusura.

La prima frase che aveva portato all’attenzione dei “piani alti” era stata:

L’emergenza sanitaria diventa un’emergenza lavoro e non solo. Le conseguenze sono molte e spesso imprevedibili con un effetto a cascata che rischia di trascinare tutto con sè

sembra quasi il realizzarsi di una profezia.

Non appena il virus ha messo radici, si è deciso di bloccare l’Italia completamente.

Da un lato è stato meglio così, lo Stato non era pronto nè organizzato a far fronte ad una pandemia così rapida ed invasiva ma dall’altro ha portato l’economia ad un passo dalla rovina.

Molti ristoratori hanno preferito cedere che accumulare debiti, altri hanno chiuso e dichiarato fallimento.

Che altro potevano fare?  Senza incassi non si riescono a pagare le tasse, chi ha un ristorante e paga i conti con quello che incassa di settimana in settimana di certo non può farcela.

In più ora si hanno zone di mille colori ed orari di apertura proibitivi:

  1. Un ristorante che lavora prevalentemente la sera come può avere la sala piena entro le 18.00?
  2. Un ristorante che non dispone di una zona esterna adibita a sala, come può servire all’aperto?

Esiste l’asporto, esiste il take away ma è un modo di lavorare che esige organizzazione, forza lavoro ed è comunque un costo aggiuntivo per chi non lo prevede.

Le modalità decise dal governo poi, sin da subito hanno fatto discutere.

Tutti i ristoranti, come altre imprese, hanno dovuto munirsi di separatori protettivi dal costo non indifferente e per quanto?

Una volta comprati e sistemati sui tavoli hanno dovuto girare la chiave e chiudere la porta, quindi si è tramutato presto in un costo inutile.

Siamo arrivati alla frutta:

Siamo tutti d’accordo nel dire che la situazione poteva essere gestita diversamente anche se non possiamo dire “sin dall’inizio”, perchè l’emergenza ha avuto risvolti inaspettati.

Ma dopo un anno stiamo ancora a chiederci come andrà a finire, riponendo speranze in un sistema che non fa altro che costruire ostacoli.

Andrà tutto bene, e se non andrà bene, stavolta dovremmo prendere un'iniziativa tutt'altro che piacevole.