Il mondo del mercato del lavoro è a un bivio. È tempo di tirare le somme a due anni dall’inizio della pandemia. Una cosa è sicura, occorreranno delle nuove competenze per rilanciare occupazione e, nel suo complesso, proprio il mondo del lavoro tutto. 

Verrà il giorno in cui sarà eletto il nuovo Capo di Stato, sarà quello l’attimo in cui andranno tirate le fila sulla legislatura ormai prossima al tramonto.

Cominciamo a dire che fatto salvo la riforma degli iter atti all’integrazione al reddito approvata di non molto, i provvedimenti messi in campo dal vigente ministro del Lavoro e delle Politiche sociali Andrea Orlando si mostrerebbero non soddisfacenti a incoraggiare la progressione del mercato del lavoro del nostro Paese nella prospettiva di una facilitazione e razionalizzazione complessiva. 

Luisa Treccani, in un video caricato sul suo canale Youtube, ci spiega il significato di competenze chiave e soft skills:

Lavoro, un punto sull’operato del ministro Orlando

Ci si è mossi, ma con ogni probabilità non adeguatamente, specie per le politiche attive, come pure in ottica di semplificazione e sburocratizzazione. 

Le attese erano diverse. Ci si sarebbe aspettati, per dirne una, che si giungesse a provvedimenti in grado di regolamentare i contratti a tempo determinato o la distribuzione di manodopera e capaci quindi di superare il così designato Decreto Dignità. Il dicastero ha preso una strada differente, virando altresì sul alternative provvisorie, palliative e non organiche. 

È così, quindi, che i mesi conclusivi dell’odierna legislatura saranno, nella fattispecie, l’immancabile opportunità di vagheggiare il destino del mercato del lavoro che sarà e, allo stesso modo, i provvedimenti che il governo che verrà dovrà architettare allo scopo di non mancare fondamentali appuntamenti verso l’obiettivo di serbare la struttura del Paese quanto maggiormente concorrenziale possibile sui mercati planetari.

Lavoro, il mercato che guarda alle competenze

Vi sono comunque delle certezze dalle quali poter ripartire. Gli anni trascorsi hanno lasciato in eredità un insegnamento piuttosto importante, il mercato del lavoro del domani non potrà fare a meno delle cosiddette competenze. Il riferimento non è diretto solamente alle competenze tecniche o digitali. Si guarda anche a quelle relazionale, altrimenti dette soft skills. 

Sarà pertanto necessario che il ministero del lavoro che verrà si sforzi di incanalare le proprie forze nel realizzare programmi indirizzati alla crescita e all’aggiornamento delle competenze di quanti sono tutt’ora inseriti nel mondo del lavoro. L’obiettivo è quello di diminuire e prevenire le ricadute che lo sviluppo della tecnologia potrebbe dettare sugli odierni standard occupazionali. 

Lavoro, l’importanza di aggiornamento e formazione continua

Essenziale sarà la programmazione di una autentica strategia per la formazione continua, il cosiddetto life learn learning. Un piano che dovrà andare all’unisono con le componenti sociali e dovrà essere inserito con attenzione nel contesto della contrattazione collettiva, coordinatore e regolatore di percorsi formativi messi in campo per mezzo di investimenti interprofessionali, con una intensa coordinazione tra ministero del Lavoro, Regioni e fondi. 

Altro fattore importante in questa prospettiva dovrebbe poi essere rappresentato dalla realizzazione di una struttura di stampo nazionale di certificazione accreditata delle competenze conseguite dalla forza lavoro, in modo che possa essere adibita a principio caratterizzante del mercato del lavoro italiano. 

Lavoro, l’utilità di una patente delle competenze

Si tratterebbe di una sorta di “patente delle competenze”. Una strada percorribile che asseconderà la assunzioni o riassunzioni più celeri della forza lavoro. Questo perché ciascun datore di lavoro verrà messo nelle condizioni di avere piena e garantita visione di tutte le competenze del parterre di ogni potenziale candidato. Gli effetti propizi sulla qualità del lavoro conclusivo saranno tangibili in breve.

Vi è anche un’altra considerazione di cui tener conto. Si andrà incontro a una fervente propulsione del celebre sistema duale. Questo consisterà nel restituire una struttura alla metodologia di apprendimento, una scelta che conduca a una decisa complementarietà tra formazione e lavoro per mezzo dell’impiego del contratto di apprendistato per la qualifica e il diploma professionale di cui al d.lgs. 81/2015. 

Soltanto un complesso strutturale che sia basato con non poca forza sulla nozione di “imparare lavorando” potrebbe assicurare ai giovani del nostro Paese una formazione che sia in grado di individuarli con rapidità, captando i loro talenti e inquadrandoli nel mondo del lavoro. 

Lavoro, la partnership tra pubblico e privato

Vi sono anche altre questioni da esaminare, elementi di assoluta importanza. Vi è un fattore che dovrà porsi al centro di efficaci (quanto necessarie) azioni nell’immediato futuro, si tratta dell’incontro tra istanza e offerta di lavoro. 

Sarebbe necessario mettere a nuovo l’intero pacchetto destinato all’orientamento al lavoro sulla base di autentiche partnership tra pubblico e privato, premendo su finanziamenti e supporto alla rete delle Agenzia per il lavoro (Apl) già in attività nel nostro Paese e da anni operante con buonissimi successi nei servizi al lavoro, invece che all’incessante sperpero di investimenti pubblici in un apparato fondato esclusivamente sui Centri per l’impiego (Cpi) che, lo si voglia o meno, col trascorrere del tempo ha dato prova di non procedere in maniera ottimale e funzionale.

Soltanto un procedimento inquadrato tra Cpi e Apl potrà senz’altro assicurare minuziosità, molteplicità di servizi concessi e capacità economica del complesso.

Lavoro, l’Italia tra transizione digitale, green economy e assunzione di nuove risorse

Un mercato del lavoro che possa dirsi all’avanguardia, come quello al quale dovrebbe aspirare il nostro Paese, non può non prendere in considerazione un apparato fiscale e contributivo che sia all’insegna della modernità, scevro da pregiudizi di natura ideologica e che dia il suo apporto al mantenimento del tenore del lavoro italiano, concorrenziale in confronto ai maggiori competitor del mondo occidentale

Per il conseguimento di quest’obiettivo, sarà opportuno prendere provvedimenti intorno alle aliquote contributive al momento in vigore in Italia. In tal modo si andrà a diminuire in maniera proporzionale la spesa del lavoro per le aziende, consentendo la liberazione di quanto utile per la trasformazione digitale, la green economy e il reclutamento di nuove risorse. 

Uno scenario che andrà implementato con una serie di misure ad hoc volte a ottimizzare gli adempimenti fiscali e contributivi delle aziende e a facilitare i procedimenti burocratici a oggi in vigore.

Non è tutto. Uno svolgimento tributario maggiormente sistematico e dinamico permetterebbe al nostro Paese di presentarsi con ogni probabilità più appetibile agli occhi delle società straniere, come pure verso quelle che dalla nostra penisola hanno optato per l’uscita dai propri confini.

Lavoro, il fenomeno della fuga delle imprese

Riferendosi alla cosiddetta “fuga delle imprese”, sarà necessario prendere coscienza di come l’elemento “migratorio” non possa essere sostenuto solamente dal versante del contrasto alla delocalizzazione. Il punto è che dovrebbe essere amministrato anche in una prospettiva di reshoring.

Va detto anche di come siano stati ufficializzati consistenti provvedimenti aventi come fine quello di avvantaggiare il ritorno del più valente patrimonio umano nazionale trasferitosi oltre confine (il così chiamato “rientro dei cervelli”). Parimenti si dovrebbero attuare politiche per far sì che possa far ritorno anche la migliore imprenditoria nostrana “datasi alla fuga” all’estero. 

Restituire credibilità concorrenziale all’Italia vale a dire renderla il più possibile un polo d’attrazione e, in questo senso, il reshoring delle società italiane potrebbe determinare una bella boccata di ossigeno per il mercato del lavoro nazionale, attivando un automatismo benefico di cui trarrà i suoi maturi frutti, a breve medio termine, l’intera economia italiana.  

Lavoro, le politiche attive del lavoro e il reddito delle competenze

In conclusione, sarà fondamentale un convinto cambio di rotta per quel che concerne le politiche attive del lavoro. Occorre essere consapevoli di un fattore, i posti di lavoro vengono forgiati innanzitutto dalle imprese e che, in quest’ottica, lo Stato si atterrà soltanto a una mansione di accompagnamento, in una prospettiva di garanzia alle imprese.

Allo Stato spetterà assicurare che l’ambiente sia il più funzionale possibile all’operato e aiutare al contempo per la salvaguardia del provento in qualsiasi circostanza o situazione eccezionale o di crisi industriale.

È necessario, in altri termini, virare l’impegno e la premura assistenziale “nuda e cruda”, in direzione di apparati virtuosi di aggiornamento professionale e dinamico e rinnovato inserimento nel contesto lavorativo.

In quest’ottica, si rivela allora improrogabile una generale revisione del provvedimento del reddito di cittadinanza, che dovrebbe convertirsi in un “reddito di competenze”. Un nuovo istituto che dia garanzia al beneficiario di un celere reskilling o upskilling, senza eventualità per i suoi fruitori di poter declinare l’offerta di lavoro potenzialmente godibile in termine all’operato del dispositivo di politica attiva.

Il Paese è prossimo a un bivio e non sono più pensabili ulteriori perdite di tempo. La straordinaria contemporaneità e giuntura economica e l’ascesa del Pnrr si pongono come un appuntamento che il prossimo governo non potrà permettersi di mancare, così da assicurare ai cittadini e alle generazioni che verranno sviluppo, prosperità e competitività a livello internazionale.

Competenza e competenze chiave

Dare la definizione del concetto di competenza non è operazione semplice. La Raccomandazione del Parlamento Europeo si avvale delle seguenti parole per donare senso a un’espressione di per sé abbastanza  composita:

un insieme di conoscenze, abilità e atteggiamenti

Da questa esplicitazione proviene poi anche quella di “competenze chiave”, che sono:

quelle di cui tutti hanno bisogno per la realizzazione e lo sviluppo personali, l'occupabilità, l'inclusione sociale, uno stile di vita sostenibile, una vita fruttuosa in società pacifiche, una gestione della vita attenta alla salute e la cittadinanza attiva. Esse si sviluppano in una prospettiva di apprendimento permanente, dalla prima infanzia a tutta la vita adulta, mediante l'apprendimento formale, non formale e informale in tutti i contesti, compresi la famiglia, la scuola, il luogo di lavoro, il vicinato e altre comunità.