Gli effetti negativi della Pandemia non si contano, ve ne è uno che senz’altro impressiona, non si tratta solo di disoccupazione:gli italiani sono demotivati o scoraggiati nella ricerca di un lavoro o una nuova occupazione, a rinunciarci sono stati oltre 3,5 milioni. L’anno segnato dall’emergenza Covid ha quindi siglato un altro record negativo, il peggiore di quest’ultimo decennio. Al Covid si accompagna la disoccupazione, ma non tutto è perduto. 

La disoccupazione, il Covid e il «è tutto fermo»

A tracciare questo desolante quadro è stata l’analisi dell’Unione europea delle cooperative (Uecoop) su dati Istat in riferimento all’iniezione di fiducia con una netta spinta sull’occupazione stando a quanto previsto dal Recovery Plan presentato dal premier Mario Draghi per il rilancio dell’Italia e per sanare le ferite inferte dalla pandemia. 

Sono innumerevoli le problematiche che sono andate accumulandosi nel corso della gestione di quest’emergenza: il clima di incertezza, le chiusure, l’attività a singhiozzo di tantissimi settori produttivi, i maggiori e spropositati carichi familiari, le limitazioni agli spostamenti. Ciascuna delle astrusità emerse nel corso della pandemia sono andate senz’ombra di dubbio a sostentare un crescendo di scetticismo nel mercato del lavoro e accresciuto le fila di quanti, dopo aver perso un’occupazione, si sono astenuti dal ricercarne un altro.

Un sussulto per un Paese in cui negli ultimi 365 giorni – come annota Uecoop – lo status di perenne di incertezza ha gravato sulle occasioni di possibile impiego e sulla speranza degli italiani di poter trovare un lavoro. In molti pare si siano arresi, le rinunce talvolta paiono più o meno definitive.

I motivi dell’assenza di volontà sono molteplici. Si pensi al celebre «è tutto fermo», o al «nessuno assume a causa del Covid», ma ad influire anche la preoccupazione di un eventuale contagio. In tanti esprimono l’attesa e l’augurio che si attenui la pandemia, solo dopo sarà tempo di “caccia al posto”. Ma non manca chi ha mollato la partita perché convinto che non vi siano i giusti auspici per realizzarsi. Il tutto è ben illustrato dall’ultima relazione Istat al Parlamento. 

Come cercare lavoro post covid: i consigli di Valerio Villani

Sul suo canale YouTube, Valerio Villani, ex recruiter, headhunter, selezionatore, spiega come cercare lavoro sia un vero e proprio lavoro. La questione va affrontata seriamente e lui propone alcuni pratici consigli per combattere la disoccupazione e andare alla ricerca di un nuovo lavoro. 

Giovani ma non troppo (giovani)

Ma passiamo ora ad alcuni dati. Uecoop sottolinea come più di un rinunciatario su quattro (25,8%) abbia un’età tra i 45 e i 54 anni: una fascia in cui la pensione è ancora distante, nonostante le diverse soluzioni di anticipo a oggi in vigore, ma al contempo sono ormai alle spalle i potenziali accessi ai diversi contratti di inserimento con decontribuzione che invece sono alla portata di aspiranti giovani lavoratori.

L’analisi di Uecoop racconta di come nell’anno segnato dall’emergenza sanitaria il numero complessivo degli “immobili” (insieme che abbraccia dai scoraggiati cronici a chi ha lasciato per motivi personali o familiari) abbia compiuto un notevole balzo, si parla del 7,2% a livello nazionale accompagnato da aumenti significativi nelle regioni del Nord, principale polo epidemico almeno nella prima fase.

Le statistiche parlano da sé: dalla Lombardia (+7,6%) al Piemonte (+5,4%), dal Veneto (+5,3%) all’Emilia Romagna (+6,2%), dalle Marche (+6,2%) all’Abruzzo (+5,6%). Nel Mezzogiorno, specie nelle sue più grandi regioni, il progredire del numero degli inattivi è stato in parte arginato: si parte dalla Calabria al +2,2%, la Sicilia al +2%, la Puglia al +0,8%, solamente la Campania è arrivata a sfiorare il 4%.

Le imprese sfidano la crisi e la disoccupazione

Come spesso andiamo a sottolineare la pandemia è stata un terremoto che non solo ha stravolto la salute e la psiche di tutti gli italiani, ma a pagarne a caro prezzo le conseguenze vi è stato anche l’intero sistema economico: si pensi al tasso di disoccupazione stimato al 17% e al taglio di 65 miliardi di euro degli investimenti per mano delle imprese nel 2021, come rileva (e rivela) Uecoop su dati Cerved.

Quello che senz’altro peserà in un senso o in un altro sarà la capacità di resilienza del sistema delle imprese cooperative italiane: sarà fondamentale la difesa e la tutela dei posti di lavoro nell’attesa della tanto sperata e agognata ripartenza che ci si augura giunga entro l’anno.

Sono 80mila le realtà che a oggi possono disporre di oltre un milione di occupati. Le previsioni del 2021 rivelano di come il 78% delle imprese cooperative sia convinta che riuscirà a serbare il personale attuale, il 15% preveda finanche di riuscire ad assumere nuove unità, e solo il % ritenga sarà necessario licenziare. I dati Uecoop lascerebbero ben sperare. 

Contro la disoccupazione: Recovery plan e campagna vaccinale

Ovviamente molto dipenderà dalla buona riuscita e dalla celerità della campagna vaccinale, come espresso da Uecoop, le sorti per il rilancio del Paese e per il recupero dei 945mila posti di lavoro persi nel 2020 si andranno a giocare proprio in questo passaggio fondamentale.

Stando all’indagine portata avanti da Uecoop a livello nazionale, i primi settori che andranno incontro alla ripresa potrebbero essere nell’ordine il turismo, poi l’alimentare e i servizi alle aziende, dalle pulizie alla logistica, dalla sicurezza all’informatica, e a ruota  gli altri comparti, dall’immobiliare allo spettacolo, dallo sport all’abbigliamento.

In questo orizzonte sarà determinante il veloce arrivo in Italia dei fondi connessi al Recovery Plan europeo così da agguantare la ripresa, rimettere in moto a pieno ritmo il mercato interno, restituire vigore al sistema economico nazionale e – risolve Uecoop – attenuare i maggiori costi sostenuti con la pandemia che sono andati ad appesantire in maniera piuttosto gravosa sul debito pubblico italiano venuto a lambire il 160% del Pil.

Tra disoccupazione e posti vacanti, i calcoli Inapp

Altro dettaglio da tenere in considerazione è quello che viene fuori dai calcoli dell’Inapp, il mondo del lavoro è di fronte a un paradosso: si annoverano 1 milione di disoccupati ma anche 73mila posti vacanti, questo poiché le diverse aziende non sono più in grado, per una serie di molteplici fattori, a individuare le figure professionali richieste. Proviamo a inquadrare i settori più colpiti dal cosiddetto mismatch.

Si calcolano più di 73mila posti di lavoro vacanti a causa dell’ormai celebre fenomeno del mismatch. La questione sembrerebbe in una prima analisi piuttosto elementare: le aziende rintracciano sul mercato determinati profili professionali che però non riescono a recuperare perché i lavoratori non godono delle competenze essenziali.

Il dato è stato quantificato dall’Inapp nel suo Policy Brief. Il sistema duale come risposta all’evoluzione dei fabbisogni di competenze del mercato del lavoro che pone a confronto l’ultimo rapporto sul sistema IeFP (Istruzione e formazione professionale) con l’analisi di Unioncamere sui fabbisogni professionali.

Lo skill mismatch, alle radici del fenomeno

Lo Skill mismatch viene definito come quel gap tra le competenze acquisite e quelle rivendicate in ambito lavorativo.

Una vera e propria piaga economica e sociale che trae origine dall’arretratezza e dalla mancanza di riforme che affligge il mercato del lavoro, specie nel nostro paese. Allorché si parli di riforma del mercato del lavoro, il pensiero corre subito ai salari, all’orario, alla sicurezza e alle diverse tipologie di welfare del lavoratore. Aspetti determinanti dai quali dipende il grado di civiltà di una società.

Ma una società deve inseguire l’evoluzione, cercare di stare al passo col progresso tecnologico. Perdere il passo varrebbe a dire perdere competitività, senza la quale  andrebbero a ridursi in maniera drastica le chance di protezione sociale del lavoratore.

La situazione italiana: disoccupazione "titolata"

A tal ragione, in Italia si ha la necessità di riformare in primis le strutture della formazione: dall’istruzione primaria a quella superiore, dall’università ai differenti percorsi di specializzazione avanzata. È necessario conformare l’offerta formativa alle nuova domanda, in modo che il concetto di formazione non vada a ridursi in pratica alla mera realizzazione da un lato di stipendifici che si sopravvivono in modo corporativo, e dall’altro di moltitudini di disoccupati straordinariamente titolati.

Lo scarso e precario equilibrio tra domanda e offerta di lavoro è andato acuendosi sempre più nel corse dell’emergenza da Covid -19.

La pandemia è stata una frustata per il mercato del lavoro, consegnandoci alla vigilia del 1° maggio, un vero e proprio paradosso: ci sono più disoccupati, quasi un milione, ma anche più posti vacanti.

A ribadirlo l’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche, che preme sull’urgenza di virare su politiche attive al fine di eludere il mismatch, allineando così gli sviluppi di rinnovamento tecnologico avanzati dalle imprese e le competenze professionali dei lavoratori.

Esaminando con attenzione i dati elaborati nel rapporto, l’Inapp rivela come l’offerta formativa complessiva (circa 80 mila unità) a oggi sia capace di appagare solo il 52% della domanda potenziale, con circostanze decisamente più gravose per gli indirizzi della meccanica, della logistica e dell’edilizia.

Il Professor Fadda: "tra disoccupazione e carenza di figure professionali"

Il professor Sebastiano Fadda, presidente dell’Inapp, ha spiegato come il blocco dei licenziamenti assieme all’appello consistente degli ammortizzatori sociali abbiano causato una specie di prodotto ottico: il blocco momentaneo  di una disoccupazione che irrimediabilmente divamperà accanto alla carenza di figure professionali sempre più bramate dalle aziende. Gli effetti della pandemia hanno obbligato molte imprese a trasformarsi, scommettendo sul digitale e sul commercio elettronico, una metamorfosi che però non perviene nell’offerta di lavoro, sebbene le professionalità più ricercate siano proprio nell’ICT.

Stando a Fadda il “matching” tra domanda e offerta di lavoro dovrebbe avvalersi di un totale miglioramento dell’istruzione e della formazione tecnica professionale. Propositi che il Governo pare stia portando avanti, non a caso, nell’ambito del decreto semplificazioni previsto per maggio: predisposti 600 milioni per consolidare il sistema duale, favorire l’occupazione giovanile e giungere a un compromesso con le richieste delle imprese in materia di competenze.

La domanda viene spontanea, quali sono i settori più colpiti dal mismatch? Rifacendosi allo studio dell’Inapp, nel 2019, la forbice tra qualificati/diplomati e utili delle imprese si raccoglie soprattutto in tre settori: meccanico (con oltre 26mila posti a disposizione), servizi di vendita (12.326) ed edilizia (quasi 10mila unità).

In percentuale, a mancare sono perlopiù le figure relative all’edile e ai sistemi e servizi logistici, che vedono coperto meno del 5% del fabbisogno, seguiti da servizi di vendita, meccanico e legno (coperto tra 16 e 21% del fabbisogno).  

Il report evidenzia poi come esistano altresì figure per cui l’offerta supera la domanda, se pensi quelle inerenti l’abbigliamento, e altre per cui la soglia di rispondenza al fabbisogno supera il 90%, come nel caso dei settori servizi di custodia e accoglienza, trasformazione agroalimentare e ristorazione.

Infine, concludiamo ancora con le parole di Fadda:

Il matching tra domanda e offerta di lavoro richiede un radicale miglioramento dell’istruzione e della formazione tecnica professionale. Il “sistema duale” è uno strumento molto utile per ridurre significativamente il “mismatching”