Nel mondo post pandemico a dominare nel mondo dell’economia e del lavoro ci saranno due “nuovi” protagonisti: digitale e robot

La pandemia, come spesso si è detto, ha lasciato un segno e lo ha fatto anche per quel che riguarda l’economia e il mercato del lavoro. La decisa virata e l’incredibile sviluppo su e della robotizzazione, l’incessante utilizzo di tecnologia basata su intelligenza artificiale, questo il nuovo diktat imposto dalla crisi sanitaria.

Altri cambiamenti epocali son stati il diffondersi dello smart working e il divampare della logistica anche nell’ambito dei consumi. 

L’esperienza traumatica del Coronavirus ha mutato le esistenze di ciascuno e con ogni probabilità le cicatrici non si rimargineranno ancora per diverso tempo. Oltre ai postumi sociali, culturali e psicologici, la crisi ha devastato e cambiato completamente il volto di economia e mercato del lavoro. 

The Zapper, in un video caricato sul suo canale Youtube, ci rivela i robot che a sua detta cambieranno il mondo

L’economia e il lavoro: la conta degli effetti della crisi

A conti fatti gli aspetti più lampanti sarebbero almeno due, in primis il largo impiego dello smart working, poi il fenomeno prorompente della logistica anche nell’ambito dei consumi.

Ciò nondimeno il pericolo di un allargamento della catena del contagio e di conseguenza dell’arresto di ogni iter produttivo è andato a fomentare la cosiddetta robotizzazione e l’affidarsi a tecnologie incentrate sull’intelligenza artificiale. 

Tale circostanza conterà effetti duraturi e costanti sull’ossatura economica mondiale, in quanto i cospicui sforzi nell’investire sulle nuove tecnologie, andati in porto, non avranno facilmente la possibilità di essere dismessi. 

Viceversa, lo smart working comincia a manifestare i primi sintomi di una crisi. Un’analisi di Bloomberg su dati OCSE ha rivelato che, in seguito a un iniziale boom del lavoro da casa nel corso dei mesi dell’emergenza sanitaria (sfiorando il 79% dei dipendenti nel settore dell’apprendimento, che in sostanza contavano di loro già una soglia prossima al 40%), il numero dei lavoratori che fa rientro nei rispettivi ambienti di lavoro abituali è in deciso aumento.

L’unica eccezione è quella del settore manifatturiero, ambito in cui il lavoro da casa non ha mai seriamente attecchito (lambendo il 10% prima della crisi sanitaria e al di sotto di un quarto in questo momento).

Se da un lato sarebbe possibile considerare il fatto che fabbriche e uffici rimarranno ancora per diverso tempo il cuore pulsante del sistema produttivo, dall’altro occorre aver presente anche quanto stesso discorso non valga per le tecnologie, sebbene a seguito di ogni trascorsa epidemia abbiano ogni volta avanzato e preteso maggiore spazio. 

Economia, lavoro e pandemia, un po’ di storia

Le crisi sanitarie non sono mai state identiche, gli esiti e i mondi che ne sono susseguiti si sono mostrati sempre differenti, basti pensare al fenomeno peste, sia nel XIV che nel XVII secolo. 

Da circa un secolo gli uomini di questo mondo non fronteggiavano una piaga epidemica di tale portata. È il caso di dirlo, sembra trascorso un secolo. 

La celebre “spagnola”, divampata al tramontare del primo conflitto globale, andò a mietere un numero maggiore di vittime rispetto al sars cov 2, una stima che si aggira tra le 50 e le 100 milioni di persone. Ovviamente saltano all’occhio numerose differenze, le condizioni igienico sanitarie dell’epoca, la minore durata e le conseguenze economiche che andarono a sommarsi a quelle tremende del conflitto mondiale. 

L’ebola e molte altre e funeste varianti dell’influenza (si pensi a SARS e MERS) hanno coinvolto territori obiettivamente circoscritti e confinati nei sobborghi dell’economia mondiale.

Dalle ceneri della peste, il fiorire di Umanesimo e Rinascimento 

Torniamo indietro nel tempo e per rintracciare avvenimenti della portata del Covid toccherà far tappa alla metà del XIV secolo, alla peste fonte d’ispirazione per il Boccaccio, a un male che falcidiò di un terzo (anche se alcuni parlano del 60%) la popolazione del Vecchio Continente. Questa prima violentissima epidemia fu in grado di produrre metamorfosi economiche a dir poco epocali

Tra chi si è cimentato nell’esaminare gli effetti della peste nera sull’economia vi è stato di recente Guido Alfani. Il professore della Bocconi ha evidenziato quanto la penuria di manodopera fu alla base (o con ogni probabilità accelerò un processo già in corso) del declino e della conclusione di un’economia incentrata sulla servitù della gleba e, in linea di massima, sancì l’impraticabilità di tecnologie eccessivamente labour intensive

Questo nuovo contesto si concretizzò in un ripensamento dell’intero sistema produttivo agrario. Fu in questo frangente che furono messe in azione le primissime macchine nella manifattura. Il nascente clima agevolò per lo più il crescere dei salari reali, cooperando così all’affievolirsi delle disuguaglianze. 

Ma quelli erano secoli in cui l’avvicendamento tra uomini e macchine era essenzialmente impensabile; al perlopiù si sarebbero potuti utilizzare congegni più proficui e un numero di animali da lavoro maggiore per sostenere il lavoro dell’uomo e talvolta sostituirlo. 

La peste del Seicento e i suoi postumi in Italia

L’ondata di peste seguente fu quella raccontata poi da Manzoni, il riferimento è ovviamente alla pestilenza del Seicento. Una epidemia che, sebbene abbia ridotto di un terzo la popolazione europea, non comportò incrementi salariali né tantomeno miglioramenti per la questione disparità sociali.

Peggio ancora, si verificarono importanti dislivelli tra i differenti territori, discrepanze che andarono a corrodere in maniera irrimediabile le sorti dell’economia della penisola. 

Nel corso del XVII secolo, del resto, andavano già diffondendosi pratiche capaci di fronteggiare la notevole mancanza di braccia da lavoro. Ci si avvaleva di macchine tessili sempre più innovative,  alcuni congegni per riuscire bene nella lavorazione dei metalli, strategie come le colture intensive, etc. 

Altro dettaglio da tenere a mente è che nel corso di questo secolo aveva piantato le sue prime radici una primordiale forma di globalizzazione, la quale garantiva l’approvvigionamento di merci di provenienza coloniale e solitamente frutto del lavoro schiavistico, derrate che sconvolsero la produzione interna e che ridussero il fabbisogno di manodopera continentale.

Le conseguenze economiche post pandemiche

Le previsioni parlano chiaro, gli esiti economici della pandemia dovrebbero differire da quelli scaturiti dalle più grandi epidemie della storia umana. In primis, la conta delle vittime si attesta molto più in basso rispetto a quella calcolata durante le pestilenze precedenti (“spagnola” compresa) e va concentrandosi maggiormente tra persone della terza età, pertanto gli effetti sul mercato del lavoro si presentano come relativamente marginali.

In seconda battuta, il Coronavirus ha rallentato i traffici di beni e i viaggi internazionali (una vera e propria batosta per l’intero mercato del turismo) soprattutto per via degli accertamenti sanitari. 

In ultimo il tracollo degli standard di produzione, sebbene l’era dei lockdown, è stato in grandi linee sopportabile, considerando anche i tempi della crisi pandemica. Il Fondo Monetario Internazionale ha stimato, difatti, quanto il Pil globale sia andato a calare solamente del 3,3% durante il biennio 2019-2020 e che tale discesa sia stata ormai largamente riscattata già nel corso del 2021.

Pesanti effetti collaterali si sono appurati in zona euro (una perdita del 6.5%, con un recupero assoluto del Pil atteso solo per il 2022) e in America latina (con un calo del 7.1% e un recupero ritardato al 2023). 

Per provare a imbastire un confronto, la crisi finanziaria del 2007-2008 fu alla base di un tracollo del Pil nell’area dell’euro equivalente al 4.5%, un baratro che è andato colmato solo sette anni più tardi, anche per via degli strascichi della crisi dei debiti sovrani durante il triennio 2011-13. 

Gli studiosi della storia in futuro potranno allora affermare che, quantomeno nel Vecchio Continente, la pandemia esplosa nel 2020 abbia sortito effetti sull’economia equiparabili a quelli di un crack finanziario, ma di gran lunga meno duraturi. 

Ma ciò che ha senz’altro sorpreso di questa crisi è stato l’accelerare di una vocazione già in corso negli anni addietro, e cioè quella all’avvicendamento delle braccia da lavoro con quelle delle cosiddette macchine “intelligenti”.

Pandemia, lavoro e processo di robotizzazione

I dispositivi meccanici, del resto, non essendo soggetti alle leggi della natura dell’uomo, assicurano importanti parametri di sicurezza sanitaria e quindi anche la possibilità di non interrompere le attività di produzione in casi di crisi sanitarie e simili.

Altra aspetto favorevole, una macchina con AI in momenti particolari potrebbe essere ripensata e rimodulata ad hoc per la produzione di beni e servizi in quel frangente richiesti dal mercato. 

Altro “vantaggio”, i robot, almeno nel mondo reale, non scioperano. Sebbene a differenziare notevolmente il lavoratore e la macchina sia che il primo possa essere licenziato con estrema semplicità, mentre la seconda, quando la si installi, non potrà essere dismessa se non al prezzo di cospicue perdite.

Fino a prima della crisi sanitaria, quando una macchina mostrava inefficacia le banche che ne avevano sovvenzionato l’acquisto non erano disposte a scendere a patti o a rilasciare sussidi.

Nondimeno la pandemia e rilevanti sostegni pubblici per gli investimenti nello sviluppo hanno sfatato anche questo tabù. Il processo di robotizzazione pare che a questo punto sia inarrestabile in ogni angolo del globo.

Dal lavoro degli eroi al non lavoro dei disoccupati, un labile confine

Su quello che accadrà con l’exploit delle nuove tecnologie si è detto tanto. Il tutto verte intorno alla disoccupazione, più o meno? La pandemia ha poi assommato un altro fattore di insicurezza sul mondo del lavoro. 

Le chiusure, il terrore del contagio e la stessa crisi sanitaria hanno forgiato diverse occasioni lavorative, si pensi alla logistica e al settore farmaceutico e dell’assistenza.

Al tramontare dell’emergenza (che ci si augura sia ormai a un passo) tante di queste attività saranno considerate un di più e tanti di quelli che fino a poco tempo fa erano stati acclamati alla stregua di eroi diverranno lavoratori di cui provare a liberarsi in qualsiasi modo.

Si pensi solo all’esercito di fattorini, riders, trasportatori, personale medico e addetti alla produzione di medicinali, disinfettanti e mascherine. Le possibilità d’impiego si ridurranno, gli effetti non prevedibili.  

Queste le figure che potrebbero rappresentare la vittima sacrificale della metamorfosi tecnologica e logistica figlia della pandemia. 

Del resto non è pensabile che il rilancio economico sia così dinamico da riacciuffare il suddetto personale negli ambiti che sono in netta ripresa, si pensi al turismo e al tempo libero. 

Ci vorranno anni per comprendere davvero chi siano i vincitori, chi le vittime e chi i superstiti, di questo processo appena analizzato. Staremo a vedere.