Il lavoro nero è una variante piuttosto costante e ben insinuata nel nostro Paese. Una istantanea scattata dalla CGIA rivela la stima attuale della questione e quanto questa impatti sugli infortuni. Una cosa sembrerebbe certa, al Sud la situazione pare stia degenerando

Un dramma economico e sociale che si calcola intorno ai 77,8 miliardi di euro di valore aggiunto. L’allarme su questa piaga nazionale e sui suoi numeri in forte crescita è stato lanciato dall’Ufficio studi della CGIA, precisando come, su scala regionale, manifesti standard tra loro piuttosto differenti.

Giuseppe Pappa, in un video caricato sul suo canale YouTube, parla dei rischi derivanti dal binomio reddito di cittadinanza e lavoro nero.

Lavoro nero, preoccupazioni al Sud

Cominciamo partendo dalla Lombardia che, malgrado annoveri ben più di 504 mila lavoratori impiegati irregolarmente, si presenta come l’area meno soggetta a questo infelice fenomeno: l’indice di irregolarità indica il 10,4 per cento, mentre la rilevanza del valore aggiunto frutto del lavoro nero su quello generale della regione si attesta al 3,6 per cento; la stima più bassa registrata in Italia.

Viceversa, il contesto più preoccupante viene a riscontrarsi in Calabria: a dispetto dei “soli” 135.900 lavoratori non regolari, la soglia di irregolarità sfiora il 22 per cento e l’incidenza del lavoro nero, il cosiddetto prodotto dal sommerso, sul complessivo regionale raggiunge il 9,8 per cento. Un primato nazionale, un record di quelli che nessuno vorrebbe eguagliare. 

In linea di massima si può ritenere che il contesto settentrionale sia tutto sommato gestibile, altresì, nel Mezzogiorno le cose sono ben diverse: considerando anche l’incidenza negativa di alcuni radicati elementi sociali, culturali ed economici, la virulenza del lavoro nero contagia e attacca ogni settore. 

A seguire la Lombardia, tra i territori a malapena “lambiti” dal sommerso vi sono il Veneto, la provincia di Bolzano, il Friuli Venezia Giulia, il Piemonte e l’Emilia Romagna. In tali contesti il carico del fatturato proveniente dal lavoro nero sul Pil regionale si aggira tra il 3,7 e il 4 per cento. Nella parte bassa di questa poco invidiabile classifica, a precedere la Calabria, si presentano critiche le realtà di Puglia (7,1 per cento), Sicilia (7,8) e Campania (8,5).

Considerando il quadro nazionale, l’Ufficio studi della CGIA calcola in poco meno di 3,3 milioni di lavoratori che ogni giorno per alcune ore o per l’intera giornata si avviano nei campi, in azienda, nei cantieri edili o nelle abitazioni degli italiani per svolgere una mansione lavorativa irregolare: l’indice di irregolarità segnala 12,8 per cento mentre l’incidenza della stima aggiunta prodotta dal lavoro nero si attesta sul 4,9 per cento.

Lavoro nero, il confronto con gli infortuni

Sono tanti gli artigiani ad affermare che, nonostante non vi sia una connessione specifica, sembrerebbe palese come nelle regioni ad alto tasso di lavoro nero vi sia una possibilità maggiore di avere un cospicuo conto di infortuni e morti bianche

Sfortunatamente, i computi ufficiali non hanno vita facile nel verificare tale supposizione; proprio in quei territori che vedono il dilagare dell’economia sommersa, difatti, i lavoratori soggetti a infortuni o non segnalano le circostanze o, qualora fossero obbligati a farlo, notificano il falso così da non procurare alcun problema ai caporali o a chiunque che li abbia assoldati in maniera illegittima.

Non siamo solamente di fronte a una mera problematica di natura legale e di erosione del ricavato fiscale, ma una circostanza che si pone alla base di un oneroso danno economico alle innumerevoli imprese produttive e ai servizi, alle società artigianali e a quelle commerciali che, di frequente, patiscono l’antagonismo non corretto di tali soggetti.

Quasi una presenza immateriale, i lavoratori in oggetto, del resto, non essendo vincolati ai versamenti previdenziali, a quelli assicurativi e a quelli fiscali, concedono alle società dove svolgono le proprie mansioni – o a se stessi, se si muovono sul mercato in veste di finti lavoratori freelance – di avvantaggiarsi di una spesa del lavoro piuttosto ridotta e, di conseguenza, di realizzare un prezzo conclusivo dell’articolo/servizio alquanto ragionevole. Performance, chiaramente, che chi segue regolarmente le norme predisposte dalla legge non è più capace di soddisfare. 

Nel Mezzogiorno, come annotato dalla CGIA, nondimeno, suddetta realtà raffigura per tantissime persone la sola opportunità per arrivare dignitosamente (o anche solo arrivare) a fine mese. Invero, si potrebbe sostenere come il lavoro nero sia un effettivo ammortizzatore sociale.

Ovviamente, occorre precisarlo, nessuno si azzarda a trovare una giustificazione all’economia sommersa, connessa a duplice filo a strutture inammissibili di caporalato, affarismo e assenza di ogni tipo di standard di sicurezza nei luoghi di lavoro.

Ciò nonostante, allorché tali iter di illegittimità non siano collegati ad attività in mano a organizzazioni criminali o alle fattispecie sopra esposte, rappresentano, in congiunture storiche complesse, un paracadute per tanti e tanti lavoratori

Lavoro nero, il boom targato Covid e pandemia

Stando alla Cgia, il ciclone pandemico ha causato finora la scomparsa di quasi 450 mila posti di lavoro. Le celebri chiusure non hanno cambiato gli scenari: vi è stato in Italia chi ha proseguito il proprio lavoro “a nero” anche da casa. 

Le fila dell’esercito dei lavoratori in nero ha serrato ancora di più i ranghi dopo la crisi economica figlia dell’emergenza sanitaria. A segnalarlo, come detto, l’Ufficio studi della Cgia, rammentando come nell’ultimo anno la pandemia abbia causato un vuoto di quasi 450mila posti di lavoro

Le chiusure hanno reso lo scenario ancora più drammatico: ai molti disoccupati si sono sommati i tanti professionisti del settore alberghiero e della ristorazione. Non solo, si pensi anche alle improvvisate parrucchiere ed estetiste che ogni giorno fanno visita alle abitazioni di innumerevoli cittadini, incrementando il numero di coloro che esercitano in maniera illegittima servizi e performance di ogni sorta.

La pandemia e la crisi economica: chi ha pagato il maggior scotto?

L’80% del complessivo di coloro che hanno visto perdere il proprio lavoro era un libero professionista. Stando alle stime e le statistiche stilate dall’associazione varrebbe a dire che dall’inizio della pandemia la somma totale delle partite iva operanti nel nostro Paese è calata di 776 unità ogni giorno. Differente il contesto dei lavoratori sotto contratto, dove si attesta una riduzione di circa 92mila unità. 

I numeri preoccupano, la necessità e l’appello della federazione sarebbe quello di intavolare trattative sulla costante crisi delle partite iva, temendo parimenti un “rischio di coesione sociale”.

Tra le azioni messe in cantiere dall’entourage del premier Draghi per arginare e venir fuori dalla crisi vi è il contratto di rioccupazione atteso dal Sostegni Bis. Sul destino del mondo del lavoro peserà anche l’avvento del Green Pass, tra qualche mese si potranno calcolare le prime incidenze.

Lavoro nero, un quadro drammatico e in peggioramento

Una cerchia di invisibili non facilmente stimabile, sebbene stando a recenti dati censiti pochi anni fa dall’Istat, in precedenza rispetto al manifestarsi della pandemia, i lavoratori del sommerso attivi nel nostro Paese erano numerosi: circa 3,2 milioni, annota la Cgia.

L’indice di illegittimità si pone sul 12,9 per cento e quest’esercito illegale accumula un valore supplementare di 77,8 miliardi di euro. La situazione, manco a dirlo, non fa altro che precipitare.

Giunti allo sblocco dei licenziamenti, per i dipendenti operanti presso la Pmi e nelle grandi aziende, e avvicinandoci a quello autunnale, per coloro attivi nelle micro e piccolissime aziende, potrebbe esserci il rischio che le fila dei privi di occupazione si allarghi notevolmente.

Ugualmente determinante, a detta della Cgia, è stato l’esito delle chiusure sancite dal governo nei mesi scorsi di bar, ristoranti, negozi, massaggiatori, parrucchieri e centri estetici.

L’exploit dei lavoratori in nero

Specie nei territori più segnati dall’emergenza, è alto il numero, ad esempio, dei camerieri che, attendendo il rientro alla propria professione e al proprio luogo di lavoro, provano ad improvvisarsi edili, pittori, idraulici, giardinieri o addetti alle pulizie.

Portano a casa piccoli lavoretti pagati miseramente e in nero che, però, garantiscono, nel quotidiano, a queste persone, di mettere in tasca alcune decine di euro, assicurando in tal modo a diversi nuclei familiari di potersi permettere sia il pranzo che la cena. 

In un contesto storico così complesso, i lavoratori che per necessità vengano a trovarsi al limite del “nero”non dovrebbero in alcun modo essere sottoposti a gogne mediatiche o a processi affrettati di criminalizzazione.

Lavoro nero, le sue “massime”

Vi sono due caratteristiche che son proprie del lavoro nero: le spese relative alla forza lavoro meno elevate e le condizioni lavorative non assicurate.

Ciò nondimeno, considera l’associazione, lo straripare del lavoro nero non genera solo complicanze alle casse dell’erario e dell’Inps, ma anche alle innumerevoli società produttive e dei servizi, alle imprese artigianali e quelle commerciali che, quasi sempre, sono costrette a subire la concorrenza non legittima di tali soggetti.

Chi lavora in nero, del resto, non è sottoposto a a versare i contributi previdenziali, né tantomeno quelli assicurativi e fiscali. A beneficiarne, per l’appunto, le imprese presso le quali operano, gli esiti quelli suddetti:  costo del lavoro estremamente più basso e, di conseguenza, l’attuazione di un prezzo terminale dell’articolo o servizio incredibilmente vantaggioso.

Scenari che non possono essere offerti, per forza di cose, da chi le norme disposte dalla legge le rispetta. In più, da tenere in forte considerazioni le dinamiche lavorative a cui si assoggettano i lavoratori a nero: di frequente a queste persone non sono garantite le più basilari assistenze attese dalla legge in quanto a sicurezza sui luoghi di lavoro e, a tali condizioni, gli infortuni e le patologie professionali si espongono con maggiore ma non riscontrabile frequenza.