Lavoro e formazione, un binomio su cui occorre investire, non ci sono più scuse. Le risorse non mancano, e in cantiere sono stati disposti ben 5 miliardi, un gruzzoletto senz’altro da far fruttare. 

Il maremoto di licenziamenti e di crisi sociale tanto temuto con la conclusione (momentanea) del blocco licenziamenti del 30 giugno, quanto meno per ora, non vi è stato. Altrettanto interessante sarebbe il confronto con i numeri sull’andamento del mercato del lavoro indiscutibilmente positivi, se valutati con attenzione, di luglio, dati inspiegabilmente e stranamente trascurati. 

Una ragione potrebbe trovarsi nel fatto che sono andati perduti circa 23 mila occupati (tutti autonomi) rispetto al mese di giugno con una soglia di occupazione ferma al 58,4 per cento. Scarsi i commenti. Come se fossero ipotizzabili, quasi prevedibili. 

Ma solo tornando indietro di alcune settimane e solo provando a riascoltare l’agguerrito confronto tra sindacati e aziende sulla possibilità di una estensione della norma di emergenza (che per quanto riguarda il settore tessile-abbigliamento, le piccole imprese e il terziario permane vigente fino al 31 ottobre) le stime Istat dovrebbero essere percepite da ciascuno come la prova provata del dinamismo dell’economia del nostro Paese.

Una dimostrazione che andrebbe prese come un sospiro di sollievo e non alla stregua di un supporto di una tesi sull’altra.

Daniele Di Benedetti, in un video caricato sul suo canale YouTube, prova a spiegarci il perché e il quando cominciare un corso di formazione:

Lavoro e formazione: una connessione sorprendente

Anche dal versante dei sindacati pare ci sia tutta l’intenzione di ammettere che la cosiddetta «bomba sociale», a cui fece riferimento ad esempio il segretario della Uil, Pier Paolo Bombardieri, non sia in effetti scoppiata e che probabilmente, come modo di dire, fu un tantino fuori luogo. 

Non si è trattato tra le cose della sola battaglia politica e sindacale. Ma l’oblio è sempre dietro l’angolo. Attualmente tuttavia sarebbe totalmente controproducente portare il conto degli errori e delle giuste cause. 

Quello che sarebbe senz’altro necessario è una presa di coscienza, quella di vivere una congiuntura dai tratti a dir poco straordinari. Siamo di fronte a un qualcosa di non ripetibile.

La straordinaria tendenza del settore manifatturiero può insegnare come, da sole, il mercato e la concorrenza, assieme con le opportunità di offerte di lavoro specializzato — di cui spesso se ne rivela la carenza— siano variabili capaci di conseguire occupazione a un livello di valore aggiunto maggiore. 

Anche in mancanza di un provvedimento pubblico spetterà alla Garanzia di occupabilità dei lavoratori (Gol), ai contratti di espansione, al Piano nazionale delle competenze, insomma a ciascuno delle strategie della politica attiva, la promozione dell’aggiornamento e della formazione della forza lavoro.

Per di più in un momento storico di rilancio dove il non allineamento tra domanda e offerta ha l’inevitabile tendenza ad ampliarsi. In una prospettiva di mobilità amministrata, in ogni caso, non di fermezza apparente. 

La partita si giocherà sulla difesa del decoro economico e morale dei dipendenti evitando facili inganni sul mantenimento in eterno (e qui fa la sua comparsa la delicata tematica dell’allargamento e della sostenibilità della cassa integrazione universale) di impieghi lavorativi ormai obsoleti considerando il procedere dei mercati e delle rivoluzioni tecnologiche.

Lavoro e formazione, in cosa consta il Gol

Il ministro Andrea Orlando ha esposto la nascente strategia per il lavoro che è rivolta a più 3 milioni di persone, da concretizzare entro il 2025, adoperando il così chiamato GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori) che andrà a impiegare risorse per 4,9 miliardi di euro.

Per quel che riguarda il lavoro, la strategia del GOL (Garanzia di Occupabilità dei Lavoratori) consta in un ambizioso progetto che ha come fine la formazione di oltre 3 milioni di lavoratori facendo fruttare le skill ad alto valore aggiunto. Le risorse messe sul banco, circa 5 miliardi di euro, giungono in parte dal Pnrr (circa 4,4 miliardi di euro) e in parte da React-Eu. Si prevede l’assunzione di 11.600 persone.

Il piano guarda a quanti oggi beneficiano di un ammortizzatore sociale o del Reddito di cittadinanza, e anche a quei giovani definiti Neet, alle persone con disabilità e a coloro che vivono in uno stato di fragilità.

La funzionalità degli ammortizzatori sociali

Gli ammortizzatori si presentano come fondamentali allorché siano funzionali a un momento di transizione (da un’impresa all’altra, da una posizione lavorativa all’altra), non quando vanno a trasformarsi in una conca di resistenza al solo e mero scopo di schivare a più non posso le connaturate agitazioni sociali, cercando altresì di assicurare un supporto. 

Questo avrà ancor più senso quando a pagare gli ammortizzatori (come si delinea per un ritaglio della cassa integrazione) sarà il contribuente e non invece le parti sociali.

In caso contrario il contribuente, che lavora e paga, avrebbe tutta la legittimità nel chiedersi se sia corretto sorreggere, senza alcuna scadenza, chi non svolge una qualsivoglia mansione lavorativa e quindi non viene pagato, con la certa tendenza all’esaurimento delle tempistiche di cassa o assegno Naspi

Nello scenario di una economia che galoppa a un’andatura vicina al 6 per cento (non immaginabile fino a qualche mese fa) e supportata dai fondi europei, si avrà non solamente l’occasione ma finanche il vincolo di realizzare, per mezzo di un perfezionamento e aggiornamento delle competenze, nuovi posti di lavoro, incrementando la produttività e pertanto accrescendo la stima aggiunta che si convertirà in lauti e stipendi più cospicui. 

Lavoro e formazione, il buon uso delle risorse 

Nel meeting andato in scena lo scorso mercoledì 8 settembre, il governo e le parti sociali hanno discusso sul bagaglio generali di ammortizzatori e strategie attive, un pacchetto che vede al suo servizio disponibili circa 4,9 miliardi di fondi europei. Non è un mero dibattito sulle risorse (che finalmente sembra non manchino), ma la questione ruota intorno all’efficacia e alle prospettive del loro utilizzo

Una nuova proposta di governance non distante da quella messa sul banco per la disastrosa esperienza di Garanzia Giovani ha trovato molti oppositori, su tutti, per dirne uno, l’economista dell’Ocse, Andrea Garnero. 

La Garanzia di occupabilità si pone come proposito assoluto quello di abbracciare, da qui a quattro anni, tre milioni di beneficianti: si pensi a disoccupati, cassintegrati, percettori di Reddito di cittadinanza

Vien da sé porsi alcune domande: come sarà possibile far quadrare nel migliore dei modi 553 centri regionali per l’impiego che oggi come oggi vestono solo il 3/4 per cento del mercato? In che modo decretare per esempio un necessaria relazione di partnership con le imprese private che intermediano da sé il 20 per cento?

Lavoro, la necessità di un data center nazionale

Quel che resta si articola in passa parola e in confronti diretti. La chiave di volta, come afferma Cristiano Pechy, amministratore delegato di LHH, azienda del gruppo Adecco, è l’assoluta carenza di un data center nazionale, come invece ha luogo in terra francese, con le domande aziendali e l’inquadratura dei profili dei candidati, quello che avrebbero dovuto fare i navigator.

Sfortunatamente a oggi l’utilizzo dei dati messi insieme dai navigator è riservato fondamentalmente per l’assegnazione del Reddito di cittadinanza e non per avviare i rapporti e i contatti tra il disoccupato e le potenziali aziende interessate. 

Il consolidamento dei navigator nelle intenzioni del ministro Orlando, 11 mila assunzioni, potrebbe ottenere efficienza solo se si andrà a lavorare su di una piattaforma condivisibile tra pubblico e privato.

Si dovrebbe prendere coscienza a livello centrale, a detta di Maurizio Del Conte, insegnante alla Bocconi ed ex presidente Anpal, l’Agenzia pubblica, che la tematica delle politiche attive è in via di cambiamento: il loro obiettivo sarebbe quello di supportare l’aiuto nei passaggi da lavoro a lavoro in quanto il panorama del mercato che andrà a presentarsi d’ora in poi non sarà più quello della tutela del posto.

Le politiche attive non rappresentano più un’opinione che può tornare utile. Se in Europa questa questione la si sta sostenendo con serietà, in Italia ci si muove più lentamente

Il guizzo dell’occupazione

Confrontandosi con le stime Istat da poco pubblicate si denota, compiacendosi, come la soglia di disoccupazione, per i giovani al di sotto dei 25 anni, sia scesa al 27,7 per cento. D’altronde, si può anche rilevare come, rispetto ai giorni dell’era pre pandemia, manchino ancora265 mila posti di lavoro. 

Nello scorso luglio, in generale, si contavano circa 22 milioni 909 mila a dispetto dei 23 milioni 174 mila del febbraio 2020. Ma, in controtendenza, da gennaio a luglio di del 2021 sono cresciuti di circa 502 mila unità. I dati potrebbero incoraggiare.

Sebbene sia vero che si tema una ripartenza dell’occupazione non all’altezza con il procedere del prodotto interno lordo, c’è chi ci autorizza a sperare, del resto l’Istat evidenzia la circostanza che nel secondo trimestre dell’anno, in confronto al primo, la forza lavoro sia progredita all’1,4 per cento.

Dati confortanti. Qualcuno avrebbe mai puntato su un tale guizzo?

La strada è ancora lunga. Il fattore verosimilmente più indicativo va osservato nel trend della forza lavoro in attività, a tempo indeterminato e non. Nel mese di luglio si registrava al di sopra di 29 mila unità rispetto al febbraio del 2020, cioè il mese che ha preceduto l’era Covid.

Un dato, di suo, che si è presentato già incoraggiante, benché per sole 5 mila unità, nel giugno scorso. Non sarebbe da considerare come un semplice rimbalzo ma qualcosina in più. 

È ugualmente vero che sui lavoratori autonomi il nostro Paese si attesta ancora sotto di 300 mila rispetto al febbraio 2020, ma la ripresa dei servizi e del turismo procede con molta lentezza, successivamente a quello dell’industria manifatturiera. Nella terza è parte dell’anno il testimone dello sviluppo del’occupazione si sposta dall’industria al terziario. 

Il settore turistico procede ben al di là di ogni previsione. Del resto, come segnalato nell’ultima analisi congiunturale Ref, in tanti servizi dei settori la rapidità di crescita della domanda nel frangente delle riaperture ha oltrepassato quella di riabilitazione dell’offerta stessa.