Questa volta dati alla mano, non sono i giovani ricercatori che mal pagati o non finanziati ci raccontano di come abbiano fatto carriera all’estero anziché in Italia, non sono i giovani studenti freschi di laurea che vanno a fare un master in economia negli Stati Uniti, non sono i rampolli geniali con l’idea della start up nella testa che trovano l’incubatore nella Silicon Valley per partire con l’App che rivoluzionerà le nostre abitudini.

In realtà non sono loro ma sono tanti come loro che in Italia negli ultimi venti anni hanno lasciato il nostro paese perché qui le condizioni non offrono quello per cui hanno studiato, pagato e sofferto in termini di soddisfazione personale, economica e lavorativa e diciamolo, di sacrifici.

I dati vengono offerti da Confcommercio, in particolare dall’Ufficio Studi sull’universo giovanile e il lavoro. Secondo il sito di confommercio.it:

“Tra il 2000 e il 2019 i giovani occupati nella fascia d’età 15-34 anni sono diminuiti di 2 milioni e mezzo e, nello stesso periodo, è aumentata la quota di giovani che non lavorano e non cercano un’occupazione (dal 40% al 50%)”

Il dato, riguarda anche i giovani lavoratori dipendenti, tra il 2004 e il 2019, si sono ridotti di oltre un quarto -26,6% e si dimezza anche la quota di coloro che hanno svolto attività indipendenti come liberi professionisti -51,4%.

Messa in questo modo prosegue il sito di Confcommercio, il dato:

“... letto insieme alla sparizione di 156mila imprese giovanili e alla “scomparsa” di 345mila giovani espatriati negli ultimi 10 anni, fa capire bene quanto pesino nel nostro Paese gli ostacoli per i giovani all’iniziativa imprenditoriale”.

345 mila giovani volati all’estero, è il dato che colpisce di più, ne parlano i quotidiani come il Giorno.it che aprono l’articolo con:

Lavoro che se ne va e soprattutto sembra non esserci per i giovani sempre più in fuga verso l'estero. La speranza di un'inversione di rotta è legata al Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza (PNRR) con i suoi capitoli di spesa e investimento dedicati proprio ai giovani.

E come riporta anche sempre il sito di Confcommercio con un ulteriore indagine sulle "Giovani generazioni dopo la pandemia".

Ma entriamo meglio nell’analisi comparativa con altri paesi Europei.

I dati sul lavoro dei giovani sotto i 35 anni in Italia

Secondo l’analisi, i dati comparati ad esempio con paesi come la Germania, mettono in evidenza come il calo dell’occupazione tedesca nell’ultimo ventennio ci sia stato, ma solo di 235.000 unità a fronte di 2,5 milioni. Nell’anno 2000 di inizio millennio, i giovani occupati erano 7,7 milioni, nel 2019 erano 5,2 milioni. Tutto questo ancora prima della pandemia.

Il problema italiano è un insieme cronico derivante dal calo demografico, dall’invecchiamento della popolazione e da una somma di problematiche che possono derivare da molteplici fattori: tasse, burocrazia, microcriminalità, formazione, verso i quali è in atto il PNRR un pacchetto di 750 miliardi costituito per la metà da sovvenzioni, orientate verso il Sud, le donne e i giovani e per rilanciare l’imprenditoria giovanile che come dice Carlo Sangalli il presidente di Confcommercio:

"il sostegno alle imprese giovanili rende più diffusa, robusta e duratura la crescita economica". 

Solo negli ultimi dieci anni il nostro paese ha perso 156mila imprese costituite da giovani. Si tratta del 9% sul totale delle imprese nazionali, mentre se torniamo indietro al 2011 tale quota raggiungeva l’11,5%. Erano infatti 697.426 il totale delle imprese giovanili la cui partecipazione al controllo o alla proprietà era detenuta da persone con meno di 35 anni. 

Di queste 697.426, il 41% aveva sede al Sud, il 23,6% nel Nord-Ovest, il 19,7% nel Centro Italia, e il 15,7% nel Nord-Est. Nel 2020 il totale cala a 541.159. 

Calo demografico e tasso di fecondità tra i giovani

Il calo lavorativo come anticipavamo è in parte costituito dall’effetto demografico, in questi venti anni la popolazione residente nel nostro paese con 15 anni di età è cresciuta di 3,23 milioni di unità, mentre vi è stato un calo di 3,45 milioni di persone con età compresa tra i 15 e i 34 anni e di un aumento di 6,68 milioni di persone di età maggiore ai 34 anni.  

Il tasso di fecondità degli anni ’60 (il cosiddetto baby-boom) per donna era di 2,66 figli, oggi è di 1,18 figli (Dati Istat). Le famiglie numerose sono passate di moda, insieme al cambiamento delle condizioni economiche e sociali della popolazione. 

Il reddito ha influito notevolmente sulle scelte di procreazione degli italiani e l’incertezza economica ha pesato sulla volontà di non poter garantire una stabilità futura alla famiglia. Incertezza economica è stata percepita come uguale a “ritardo e attesa di tempi migliori”, attesa di tempi migliori uguale al “ritardo sulla messa in cantiere dei propri progetti di vita”. 

Dal 2000 in poi le famiglie di giovani italiani hanno scelto o si sono ritrovati nella condizione di non avere figli e questo ha causato nei venti anni successivi la perdita di una popolazione giovanile pari a 3,5 milioni di unità.

Tornando ad oggi il secondo fattore relativo alla diminuzione delle imprese giovanili è dovuto alle innumerevoli difficoltà che un giovane incontra nel diventare un potenziale imprenditore e a portare avanti il suo progetto o la sua idea nel mondo del lavoro, insieme ad un altro dato sconfortante, quello che riguarda i NEET

NEET è l'acronimo inglese di Neither in Employment or in Education or Training, o di " Not in Education, Employment or Training" che sta ad indicare coloro che non investono il loro tempo né nello studio, né nel lavoro, né nella formazione.

In Italia sono circa 2 milioni, ovvero il 22% della popolazione compresa nella fascia di età tra i 15 ei 29 anni. Nel 2000 coprivano il 40%, nel 2019 sono saliti al 50%. 

In Europa l’Italia supera tutti in termini di quantitativi di popolazione NEET, la Spagna registra il 15%, la Germania il 7,6%. 

Il calo delle imprese giovanili per tipologia di impiego di lavoro

Tra il 2004 e il 2019, i lavoratori dipendenti sono calati del 26,6%, quelli indipendenti del 51,4%.

Fare impresa o lavorare in proprio, in Italia non è facile.  Andando avanti così la previsione è che tra trent’anni potrebbero non esserci più lavoratori indipendenti, giovani e non.

I dati di lavoratori indipendenti sotto i 35 anni rispetto al totale degli occupati per la stessa fascia di età è passata dal 22,7% nel 2004 al 16,3% nel 2019.

I valori vengono confermati dalla crescita del numero degli espatri verso l’estero. 

Dal 2009 al 2019, sono emigrati 345.000 giovani tra i 18 e i 39 anni. Dei giovani che sono restati, pochissimi lavorano, altri nemmeno lo cercano più il lavoro. 

E nel frattempo ci sono 245.000 aziende che non riescono a trovare i propri impiegati (dato ufficiale di ricerche di lavoro non soddisfatte nel 2019). Un gap tra domanda e offerta del mercato italiano che sembra difficile colmare.

Manca la formazione professionale, i giovani italiani investono poco nello studio e nel mantenersi formati, o almeno quelli che restano. Non sono competitivi con la richiesta delle aziende che sono invece sempre più internazionali nel loro business.

Tra il 2016 e il 2019, emergono posti di lavoro che non vengono occupati per mancanza di competenze e skill richiesti.  

Da 150.000 nel 2016 si è passati a 245mila nel 2019. I settori più colpiti dalla carenza di forza lavoro sono stati i servizi, che corrispondono al 60% del totale delle posizioni lavorative nel mercato economico, seguono il commercio, il settore dell’alloggio e della ristorazione, la sanità, l’istruzione e il comparto dell’assistenza sociale.

Che non ci sia anche lo zampino del fattore reddito?

Parliamo del reddito. Tra il 1977 e il 2016 il reddito medio di un lavoratore dipendente sotto i 30 anni è sceso di una quota pari a 1.100 euro, ovvero il 7,5%. 

Il reddito medio di un lavoratore indipendente, che fosse un imprenditore, un lavoratore autonomo o un libero professionista è calato del 41%, circa l’equivalente di -7.300 euro.

In pratica nel 2016 il reddito di un giovane lavoratore, che è entrato come lavoratore indipendente nel mondo del lavoro è stato più basso del 25% rispetto ad un lavoratore dipendente, mentre è stato più alto del 17% alla fine degli anni settanta. I nostri nonni o i nostri genitori guadagnavano molto di più rispetto ai nostri giovani e il costo della vita era molto più basso.

La fotografia di questa nuova Italia pre-pandemia è abbastanza avvilente se si pensa che peggiorando le performance lavorative cala anche il senso di benessere, quello demografico e di crescita della popolazione.

Se facciamo un confronto con i nostri vicini dell’Unione Europea per retribuzione lorda oraria, secondo i dati Eurostat del 2018, in Italia si percepivano 15,6 euro, 18 in Francia, 19,7 in Germania, 20 in Belgio, Irlanda, Finlandia e Svezia, 30 in Danimarca. Da considerare certamente il costo della vita differente, ma comunque una spinta che volge verso l’estero.

L’emigrazione dei giovani in cerca di lavoro all’estero

I giovani italiani, percepiscono il disagio della condizione lavorativa a cui sono sottoposti, per non parlare del fatto che negli ultimi due anni si è anche aggiunta la pandemia a complicare il quadro del proprio percorso di crescita futuro.

L’Italia è percepita per molti di loro come un Paese che offre scarse condizioni e opportunità di crescita lavorativa e per vedere i propri studi o le proprie competenze valorizzate come si dovrebbe, si pensa a emigrare.

La voglia di trovare nei paesi esteri il luogo dove mettere in pratica con miglior agio le proprie competenze si rileva dai flussi migratori che negli ultimi anni sono diventati significativi.

Nel 2009 i rimpatri dall’estero di cittadini italiani di età compresa tra i 18 e i 39 anni sono stati 10.509, a fronte di 20.889 espatri, con un -10.380 come perdita di forza lavoro.

Dieci anni dopo nel 2019 i rimpatri sono stati 25.577, gli espatri 68.063 (-42.486).

In totale per 10 anni 492.892 giovani sono andati all’estero, 147.421 sono tornati, ma 345.471 sono rimasti fuori dal paese, residenti e lavoratori in un paese che non è il nostro.

Questo fattore non potrà non incidere sulle previsioni della spesa pensionistica futura.

Nei prossimi quaranta anni avverrà una trasformazione della popolazione che vedrà una riduzione della popolazione in forza lavoro verso una popolazione non attiva.

Il rapporto tra persone con età superiore ai 65 anni si innalzerà a fronte di quella compresa tra i 15 e i 64 anni e passerà dal 31% del 2010 al 62,8% del 2050.

L’Italia dunque è proprio vero non è e non sarà un paese per giovani