Il lavoro nel Mezzogiorno resta al palo, anzi, sembrerebbe impantanato agli anni Novanta. Questo è quanto emerso dalla disamina dell'Ufficio Studi della Confcommercio.

Il tasso di occupazione è andato senz’altro rallentando, crescendo quattro volte in meno in un quarto di secolo. Prendendo in considerazione il 1995 mancherebbero al Mezzogiorno più di 1,6 milioni di giovani.

La domanda vien da sé, come occorre agire per colmare il gap tra i diversi territori italiani? Due alternative potrebbero essere la ripresa dell’economia grazie alla vigorosa campagna vaccinale e il piano nazionale di ripresa, queste le occasioni non ripetibili che il Mezzogiorno d’Italia non dovrà davvero mancare

Nella fattispecie, le risorse del Pnrr riservate al Mezzogiorno, intorno agli 82 miliardi, dovrebbero garantire le sviluppo e l’innovazione delle infrastrutture di questo territorio. Migliorare le infrastrutture significherà migliorare le potenzialità turistiche, ossia una delle risorse più remunerative e straordinarie del sud Italia.

Questo il parere del presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, che ha commentato i riscontri dell’analisi dell'Ufficio Studi della Confederazione su economia, lavoro e occupazione al Sud dal 1995 a oggi.

Stefano Bolis, in un video caricato sul suo canale YouTube, traccia le ultime novità e dettagli sul Pnrr:

Lavoro e Mezzogiorno, le ragioni del calo

A ragione della diminuzione dell’incidenza del prodotto lordo a Mezzogiorno, chiarisce l’analisi, vi sarebbero una molteplicità di elementi, anche se quelli essenziali, in effetti, ne sono due: la sempre più calante redditività assoluta dei fattori, esito delle larghe forbici di circostanza che tormentano perlopiù le economie delle regioni del sud Italia, e la diminuzione dei dipendenti in servizio, risultato del decrescere della popolazione cittadina. 

Vi sono senz’altro delle ragioni insite in un contesto strutturale che annienta il prodotto procapite in maniera costante, si pensi ad esempio alla burocrazia, alla micro-illegalità diffusa, alle opportunità non sufficienti e alla scarsa qualità del capitale umano.

Se nel Mezzogiorno tali carenze fossero ridotte in maniera tale da accompagnarne le dotazioni agli standard stimati nelle regioni italiane che contano i livelli più alti, il prodotto lordo meridionale andrebbe a crescere di oltre il 20% al termine dell’aggiustamento di lunga gittata, in confronto a una cornice priva di interventi.

Lavoro e Mezzogiorno, la questione della produttività

La tematica del lavoro e dell’occupazione, connessa alla popolazione residente, è parimenti fondamentale, coma ha tenuto a sottolineare Confcommercio. La questione della produttività, quella della situazione economica e sociale di vita e, in ultimo, quella della decisione di permanere o altresì di emigrare, sono quanto mai congiunte

Va riducendosi il peso del Mezzogiorno in quanto a incidenza della popolazione (dal 36,3% al 33,8%) e, ancor più rilevante, sarebbe il focus sulla popolazione giovanile. Il nostro Paese in linea di massima paga il conto di 1,4 milioni di giovani nell’intervallo preso in considerazione: si è passati da una stima intorno agli 11 milioni fino ad arrivare a poco meno di 10 milioni. Una grave perdita che si attribuisce ai giovani del Mezzogiorno.

Intanto che nelle restanti ripartizioni il livello massimo e anche la soglia di giovani rispetto alla popolazione di qualsiasi età permangono piuttosto regolari, nel Mezzogiorno si delinea un tracollo: in confronto al 1995, il Sud deve pagare l’assenza di oltre 1,6 milioni di giovani.

Lavoro e Mezzogiorno, le dinamiche demografiche

Linfa vitale per la crescita è da trovarsi nelle dinamiche demografiche. I parametri e gli orizzonti esistenziali e lavorativi del Mezzogiorno non incentivano di certo l’agire delle donne in ottica di partecipazione al mercato del lavoro, riducendone le scelte in ottica di maternità, e incoraggiano metodicamente l’emigrare dei giovani del Mezzogiorno verso regioni diverse da quelle di appartenenza.

Complessivamente la popolazione del nostro Paese va riducendosi da circa sei anni, protraendo questo record negativo anche nel corso del 2020. Tali andamenti sono interamente ed unicamente individuati dalle stime demografiche del Mezzogiorno. Il futuro non sembra certo più roseo.

Sul versante degli spostamenti intrinseci al nostro Paese, mentre nel corso degli anni Novanta il fenomeno dell’emigrazione dal Mezzogiorno al Settentrione d’Italia era alla base della crescita produttiva dei territori italiani più abbienti e fruttuose, oggi come oggi è proprio dal Nord che si parte alla volta di altri luoghi

Lavoro e Mezzogiorno, la precarietà delle regioni

Non solamente i più cospicui standard di disoccupazione e i più preoccupanti numeri circa la partecipazione, specie femminile, al mercato del lavoro: a Mezzogiorno vien fuori una evidente e assoluta gracilità della situazione economica delle regioni, e questo unicamente confrontandosi con la variazione degli occupati totali:

prendendo in esame i lustri analizzati, se nell’Italia si registra un rialzo del 16,4% delle unità base di lavoro, il tasso di occupazione nel Mezzogiorno resta fermo al palo, progredendo di soli e scarsi quattro punti. 

Non può che dirsi inevitabilmente intima la connessione con gli andamenti demografici, la qual cosa, evidenzia Confcommercio, conta alcuni sviluppi piuttosto rimarchevoli in prospettiva di strategie.

Sostegni e impulsi all’occupazione del Mezzogiorno, decontribuzioni e politiche fiscali favorevoli vanteranno man mano che si andrà avanti efficienza ridotta a dispetto di un insieme di potenziali lavoratori che andrà restringendosi per ragioni più complesse, sia demografiche quanto sociali e produttive, un contesto non invidiabile. 

Lavoro e Mezzogiorno, le radici della decadenza

Le fondamenta di questa decadenza occupazionale sono, purtroppo, ben strutturate e hanno radici distanti nel tempo. Prima che divampassero i fuochi della crisi finanziaria scoppiata nel 2008, il Mezzogiorno, in confronto al resto del Paese, si sviluppava a piccoli passi, esprimendo, stando alla metrica delle variazioni del Pil reale, un gap di tre decimi all’anno rispetto alla media nazionale nell’arco di tempo del decennio 1996-2007 (1,2% contro 1,5% del totale Italia). 

La forbice si allarga, anzi, raddoppia, a svantaggio del Mezzogiorno nei successivi 11 anni, ossia l’intervallo 2008-2019, attestandosi a sei decimi di punto (-0,9% a dispetto di una diminuzione media annua dello 0,3%).

Lo scorso anno, il 2020, stando ai calcoli preliminari dell’Istat, la crisi avrebbe trafitto in maniera minore il Mezzogiorno rispetto a quanto non abbia fatto al Centro-Nord, il quale ha pagato in termini più considerevoli la sospensione delle attività produttive nel corso dei mesi segnati dall’emergenza sanitaria e dal covid.

Si manifesta in tutta la sua chiarezza che, come sancisce l’analisi, in vista del prossimo futuro, le maggiori preoccupazioni per il mondo post covid ruoteranno intorno ai rischi legati a un ritorno agli insufficienti standard di sviluppo già patiti in un passato non troppo remoto. La sfida si giocherà qui. 

Il Mezzogiorno, da dove ripartire?

Sarebbe allora corretto, che all’interno delle discussioni pubbliche sul Mezzogiorno d’Italia, anche considerando lo scenario di Next Generation EU, lo sguardo sia interamente proiettato a un desiderato iter riformativo che punti, in linea di massima, a una più efficace gestione del patrimonio produttivo e umano, come del resto a uno sviluppo di quanto necessario dal punto di vista quantitativo e qualitativo ai medesimi. 

Ovviamente, il rimando al turismo, assioma e fondamento del vantaggio comparato del Mezzogiorno d’Italia, sembrerebbe veramente indispensabile. Tale prerogativa risiede, ciò nonostante, più nella percettibilità e negli auspici di tanti italiani e della gran parte degli esperti, quanto che nell’oggettività dei fatti.

Nel corso del 2019, un’annata che col senno di poi potrebbe dirsi”"normale”, diverse regioni del sud Italia non hanno preso parte all’iter di edificazione del benessere tramite il turismo e nel 2020 il mutamento improvviso provocato dall’esplosione della pandemia ha dato il suo nefasto contributo all’aggravarsi di una situazione già di suo in bilico. 

Gli ultimi 25 anni sono stati per più di certi versi un vero e proprio calvario per il Mezzogiorno d’Italia. Diverse le problematiche, tante le sconfitte: esodo dei giovani, arretratezza dell’economia, peggioramento della situazione sociale, crescita delle fratture interne tra territori e realtà diverse, allargamento della forbice con il centro-nord e con gli altri territori europei. 

Del resto si potrebbero contare anche indicazioni positive e promettenti, malgrado siano da considerarsi sparse e frammentate, che solo in misura ridotta sono state in grado di arginare il depauperamento generale, sia demografico sia produttivo.

Il procedere con politiche pubbliche costantemente scarne e e aventi poca progettualità ha avuto come esito una mera attenuazione momentanea del malessere sociale, non riuscendo ad agevolare l’adattarsi dell’economia e dei servizi pubblici del su Italia alle epocali metamorfosi globali. 

Lavoro e Mezzogiorno, le disparità

La recessione seguita alla crisi del-2008 e la pandemia da Covid-19 hanno ingracilito la già fragile impalcatura produttiva, andando a destrutturare e impoverire ancora di più l’economia locale. La crescita della vulnerabilità della società del Mezzogiorno del nostro Paese è fuori discussione, a malincuore.

Il Mezzogiorno rappresenta attualmente il territorio italiano dove più pungenti e diffuse sono le disparità, come ricordato dall’ultimo studio dell’Ufficio studi Confcommercio.

La più evidente disparità sta nel riconoscimento: il Mezzogiorno può dirsi sparito dai radar dell’attenzione pubblica, declassato a contenuto locale, a corona di urgenze territoriali e aziendali indecifrabili.

Si è dovuto attendere la “Next Generation UE” per rammentare quanto i sostegni collettivi debbano essere fatti pervenire in maniera prioritaria verso i territori e i centri più fragili e segnati da problematiche: non è una casualità che il nostrano Piano nazionale di ripresa e resilienza sia a tal punto vigoroso per quel che concerne la dotazione finanziaria. 

Da diversi anni, il racconto principale va focalizzandosi sulle regioni, sulle città e sui gruppi sociali stimati come mobili, innovativi, sempre attivi; inutile pensarci troppo, si tratta di prerogative che nella loro interezza sono concentrate al Nord.

Dialettica nord sud, contro i luoghi comuni

È stata imbastita una trama di direzionalità univoca stando alla quale sarebbe il Nord – la “locomotiva” – a trasportare l’intero Paese, sarebbe solo il progredire delle regioni settentrionali a garantire occupazione e provento ai cittadini residenti a Mezzogiorno

Sembra tornata alla ribalta, con una certa veemenza, nell’opinione pubblica, in simultaneità alla domanda di “autonomia regionale differenziata” da parte delle regioni del nord più grandi, quell’ipotesi di un Mezzogiorno patologicamente subalterno, che strappa risorse pubbliche al progresso economico e produttivo nazionale, l’idea di un territorio compattamente refrattario alla crescita e alla “normalità” civile, disarmonico e cronicamente cagionevole di clientelismo, una terra pregna di scarsa produttività, corruzione, criminalità

Altresì, sarebbe fiondata nel dimenticatoio la cognizione che all’interno di un’economia nazionale, trionfo e fallimento socioeconomico delle singole aree territoriali siano risultati tra loro connessi, volti di una medesima medaglia, che funzionalità reciproca e interdipendenza tra le parti siano elementi decisivi per il progresso unico e armonico delle stesse parti.