Il mondo del lavoro ha ormai pagato il conto degli effetti della pandemia. Il covid ha spazzato via circa 1,2 milioni di posti di lavoro. Ma al momento si è registrato un recupero pari a 523 mila unità

Tutto quello che si conosce su quanto accaduto a partire dal secondo trimestre del 2019 al giugno di quest’anno lo si deve senz’altro al fascicolo sul mercato del lavoro che è stato reso noto nella giornata del 15 settembre dall’Istat.

Si dispone sia di una iniziale fotografia degli esiti spiacevoli conseguenza della pandemia, sia di un flash su quanto stia avvenendo attualmente. In questa prospettiva, se volessimo, ne potremmo estrapolare un taccuino delle azioni da compiere. 

Cominciamo dai numeri fondamentali: la crisi sanitaria è arrivata a mietere 1,2 milioni di posti di lavoro, perlopiù andati perduti nell’anno più tragico delle restrizioni e del lockdown, iniziali mezzi di argine del virus. 

Soffermandosi sui numeri venuti fuori al 30 giugno 2021 si potrebbe affermare che di quelle posizioni se ne sono riconquistate in confronto a 12 mesi prima la bellezza di 523 mila. Ne mancherebbero all’appello, allora, 678 mila (di cui 336 mila al Nord e 342 mila al Sud).

Lo smart working ha completamente cambiato il mondo del lavoro. Giovanni Scifoni, in un video caricato sul suo canale YouTube, ci porta nella mente di un cosiddetto smart worker

Lavoro, i nuovi dati sull'occupazione

Ma, particolare di assoluta importanza, il secondo trimestre del 2021 è andato dimostrandosi certamente più rapido nel recuperare posti di lavoro rispetto ai trimestri che lo avevano preceduto. Nel giro di novanta giorni, quelli che vanno da aprile a giugno, si è registrato il recupero della bellezza di 338 mila dipendenti

Sebbene sia vero e vada segnalata una lieve frenata durante il mese di luglio. Ma va anche detto come i ricercatori dell’Istat non la valutino rivelatrice di un rovesciamento di propensione. Entro questa prospettiva, da avere bene a mente, affiorano in maniera spontanea diverse considerazioni. 

In primis: lo stop ai licenziamenti ha avuto effetti benevoli nella roccaforte del manifatturiero e dei posti fissi ma non è stato in grado di far sì che la crisi divampasse e irrompesse sulle fasce più labili del mercato del lavoro o che un apprezzabile numero di imprese chiudesse ugualmente bottega.

A perdere il lavoro perlopiù i precari del terziario a basso costo (rappresentati dalle code milanesi al Pane Quotidiano), i giovani con contratto a tempo determinato, le donne e gli stranieri. Se tornassimo ai 678 mila posti ancora da recuperare 570 mila infatti sarebbero di donne e giovani (nella fattispecie 370 e 200). 

Lavoro: giovani, donne e stranieri

Per quel che riguarda gli stranieri l’Istat afferma come nella relazione con gli italiani i dipendenti occupati siano calati del 5,5% in più. Se tale si presenta l’istantanea del “cataclisma” — d’interesse poiché può spiegare e confermare quanto il mercato del lavoro nostrano sia in ogni caso scisso in due tronconi e la linea di confine sia tracciata perlopiù lungo un altro versante, quello della tutela politica e sindacale — ugualmente legittimo è il flash per quel che concerne l’operazione di rilancio dell’occupazione. 

Una occupazione che è andata in primis a coinvolgere proprio quanti, come giovani, donne e stranieri, avevano pagato con l’emarginazione occupazionale lo step immediatamente precedente.

Andando ad analizzare la varietà dei nuovi contratti l’Istat afferma come la ripresa dell’occupazione, incredibilmente repentina nel secondo trimestre del 2021, abbracci in maniera esclusiva il lavoro a tempo determinato che diviene così la tipologia di assunzione per eccellenza nel mondo lavorativo post pandemico.

Lavoro, la verità sui posti fissi e lavoro autonomo

Verità è che i cosiddetti posti fissi nel periodo andante da aprile a giugno 2021 siano cresciuti anch’essi di circa 80 mila unità, sebbene non si sia a conoscenza del fatto che si tratti della sigla di nuovi contratti o di rientri ai posti di lavoro di cassaintegrati a zero ore (che stando alle nuove norme europee valide da gennaio in seguito all’iniziale trimestre non vengono più inclusi tra chi è occupato ma nel conteggio degli inattivi). 

Per quel che riguarda il lavoro autonomo, con o privo di dipendenti, si può affermare che si cominciano a registrare delle note di ripresa dell’occupazione, malgrado siano ancora piuttosto flebili per comprendere se si è di fronte di un vero e proprio rovesciamento di tendenza.

La buona aria respirata negli ultimi mesi va a riflettersi anche nel coinvolgimento alla ricerca del lavoro dimostrazione ne è il fatto che tra il giugno 2021 e il giugno 2020 gli inattivi/rassegnati tra i 15 e i 64 anni hanno fatto registrare un calo di 2,4 punti percentuali

Per concludere: l’orientamento verso contratti flessuosi e le aspettative che si sono andate forgiando nel mercato del lavoro riaccompagnano al tema, così sospirato, delle politiche attive. Tutto è ancora dimostrare.

Lavoro, pandemia e reddito, chi paga di più?

Ma chi ha pagato maggiormente in quanto a reddito gli effetti della pandemia? 

La tempesta che si è abbattuta con a crisi ha aggravato diverse disparità anteriori nel mercato del lavoro, sebbene abbia sottolineato tutto il potenziale dello smart working nel limitarle.

L’articolo Who lost the most? Distributive effects of the Covid-19 pandemic, analizza quanto accaduto a seguito della crisi sanitaria in quanto a ripartizione salariale dei lavoratori dipendenti sul territorio italiano, avvalendosi di un set di informazioni innovativo messo a punto grazie all'accostamento di due indagini a campione: la Rilevazione Continua sulle Forze Lavoro targata Istat e l’Indagine Campionaria sulle Professioni portata avanti da Inapp

In questo lavoro si sono studiati, con dati effettivi e sincronici, le conclusioni della crisi sulla disuguaglianza salariale, già esistente ma inasprita proprio dalla pandemia.

Lavoro, pandemia e reddito, i dati Istat e Inapp

Nella fattispecie, l'intento è quello di individuare quali siano state le tipologie di lavoratori e quali ambiti economici abbiano pagato il prezzo più amaro dell'emergenza pandemica, e quali siano le stime reali  e attendibili dell'ormai celebre smart working. La domanda è posta: l'orientamento al lavoro da remoto è stati un grado di condizionare la suddivisione degli stipendi? A seguire le conclusioni:

1. La crisi pandemica ha percosso i ricavi di ciascun lavoratore, malgrado gli esiti più rilevanti siano per le paghe più basse.

2.Durante il lockdown il lavoro da casa è stato ciò che ha permesso a tante aziende, società e amministrazioni, di proseguire l'attività. Questo ha moderato gli effetti deleteri, in ottica di calo salariale, causati dalla pandemia e valutati per quanti si trovino nella parte meno elevata della ripartizione salariale.

3. Questo beneficio pare debba esaurirsi nel lungo periodo, e cioè quando sarà superata superata l’emergenza covid che ha obbligato a un portentoso appello al lavoro da remoto: lo smart working pare sia, del resto, destinato ad avere un calo in confronto agli standard eguagliati nei giorni del lockdown, stabilizzandosi su prestazioni in ogni caso più alte rispetto al mondo ante-Covid-19. 

4. I comparti più colpiti in quanto a falle salariali sono quelli della vendita al dettaglio e della ristorazione. Altra vittima illustre, per forza di cose, il mondo della ristorazione, falcidiato fortemente anche in parametri occupazionali: la recente relazione annuale sulla ristorazione in Italia per il 2020 segnala che nel giro di 14 mesi sono stati persi 514mila posti di lavoro, ai quali si accompagna una cospicua perdita di ricavo (sovrastante di ben il 50% del volume d'affari del 2019).

5. Andando ad analizzare la classificazione per genere, gli uomini si pongono come i più colpiti dalla crisi, perlopiùquelli posizionati nelle fasce meno alte della distribuzione.

6. In conclusione, nel lungo termine, si calcola che saranno le donne a ricevere i più consistenti vantaggi dalla circostanza di lavorare da casa.

L'acuirsi delle diseguaglianze

Per intenderci, le stime di quest’analisi possono suggerire che l’odierna pandemia ha aggravato diverse ineguaglianze già vive nel mercato del lavoro e possono quindi rimarcare la potenzialità del lavoro da remoto nel diminuire proprio queste differenze.

Queste potenzialità, come ha tenuto a ripetere con costanza il ministro del Lavoro, hanno  necessità, in primis, di adeguati provvedimenti normativi. Sarebbero poi indispensabili successive disposizioni di breve e di lunga gittata, per garantire che la pandemia possa rappresentare una sorta di checkpoint e mutarsi in concreta opportunità di rilancio.

L'alternativa del lavoro da remoto

Di qui a breve, sarebbero augurabili risoluzioni repentine per colmare i gap della disuguaglianza, come ad esempio short-term work schemes, in Italia parzialemente già disposti e messi in atto. La crisi sanitaria ha in più obbligato numerose imprese a volgersi verso l’affidamento al lavoro da casa e a rimodulare la gestione organizzativa del lavoro.

Quanto detto si può pensare come una reale metamorfosi e un confronto parimenti cruciale per le trame produttive italiane, appuntandosi la vivace presenza di aziende di piccole e medie dimensioni, soprattutto ad amministrazione familiare, aventi leader di norma non qualificati quanto i pari ruolo europei e in attività in ambiti a non elevatissimo valore aggiunto.

Rimodulare la gestione del lavoro

In quest'ottica si ritengono come essenziali anche azioni di lungo periodo per ristrutturare i tempi e gli spazi di lavoro, per disegnare nuovamente i luoghi di lavoro condivisi, nel tentativo di bonificare le strutturali paludi di sapere e tecnologia del nostro Paese rispetto alla più rodata concorrenza internazionale.

Sarebbero poi opportuni provvedimenti costitutivi per il lavoro di cura, come pure sostegni economici familiari con figli che vadano ad agevolare il connubio famiglia-lavoro e propagare l’utilizzo del lavoro da remoto.

In lista all'agenda andrebbe segnato e sottolineato un programma di istruzione e formazione che garantisca le competenze idonee al mercato e che valido per anticipare e scommettere sulle competenze che torneranno utili a partire nell’immediato domani.

Altro passaggio fondamentale sarebbe approntare un adeguato iter di reskilling: le politiche attive del lavoro potrebbero senz'altro garantire quello che viene comunemente definito come life long learning

L'importanza del Pnrr

Nell’introduzione al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr), Mario Draghi ha rammentato come a patire maggiormente i colpi della pandemia e di conseguenza della crisi economica, sociale e sanitaria siano stati i giovani e le donne.

Next Generation Europe, programma partorito nel maggio del 2020, offre sul banco un assommarsi di notevoli risorse (750 miliardi di euro) per assicurare sviluppo e innovazione grazie a nuovi finanziamenti e decisivi rinnovamenti.

La speranza è che queste risorse permettano nel concreto all’Italia di voltare pagina dopo la crisi e, in specialmente, di avvantaggiarsi del potenziale garantito dal lavoro da remoto nella prospettiva di un compromesso famiglia-lavoro.

Se è dato che qualunque crisi possa significare un’occasione, il Pnrr è una opportunità eccezionale, non sono accettati fallimenti.