Il mondo del lavoro d’Italia sembrerebbe a un bivio. Nel nostro Paese cambiare il lavoro è missione complessa

Di fronte al tramontare (parziale) dello smartworking, si aprono tavole e discussioni intorno ad alcuni temi: soft skill, upskilling e reskilling.

Sebbene proprio in Italia si stenti a prendere in considerazione tre questioni fondamentali: l’avviarsi di strategie che siano operanti e funzionali per l’occupazione, le tematiche relative ai salari e l’amministrazione del non allineamento tra domanda e offerta. 

Vediamo che piega prendono le cose nel nostro Paese. Vediamo come si è e si sta trasfromando il mercato del lavoro.

Lavoro, il punto dopo due anni di pandemia

Non vi sono riforme destinate a durare nell’eternità. A maggior ragione poi quando ci si riferisca a quelle riguardanti il lavoro. Il contesto in cui oggi ci troviamo a vivere (e a lavorare), poi, procede a una velocità inaudita. 

Tuttavia, dai giorni in cui fu accertato il primo caso di Coronavirus in quel di Codogno, il celebre paziente 1, politica e parti sociali nel nostro Paese hanno progredito con fin troppa pigrizia. E, mentre in Italia si batteva la fiacca, il mondo circostante scattava. 

A partire da febbraio 2020, cittadini e lavoratori italiani sono stati alle prese con la disposizione di normative improvvisate e figlie dell’emergenza. Ogni passo è stato compiuto (almeno teoricamente) a tutela del mondo del lavoro. Le colonne portanti sono state due, da un lato la cassa integrazione e, dall’altro, il blocco dei licenziamenti. 

Il veto complessivo ai licenziamenti, singolare episodio nel continente, ha contato diverse proroghe, fino all’abrogazione definitiva seguita a un fervente dibattito. Lo scorso novembre è venuto meno per la bellezza di oltre dieci milioni di dipendenti, tra l’indifferenza dei sindacati dediti alla difesa delle pensioni. 

Lavoro, la sospirata attesa delle riforme

Questa la cornice entro cui si attendono le tanto famigerate riforme. Ne sono diverse in rampa di lancio. La resa universale degli ammortizzatori sociali. La riforma delle politiche attive, con l’augurio che se ne realizzino (alla buon ora) di efficaci, e la costruzione di una struttura formativa consona alla trasformazione, dai toni epocali, digitale ed ecologica. 

Sebbene si ritenesse che l’emergenza pandemica avrebbe sancito il passaggio dei lavoratori da un settore all’altro e malgrado si auspicasse non solo la tutela ma anche la creazione di posti di lavoro, nulla pare si sia mosso. L’ondata di licenziamenti, tanto temuta, a oggi non si è verificata. 

Nei meeting degli addetti ai lavori a cavalcare l’onda sono state espressioni quali riqualificazione, soft skill, upskilling, reskilling. Per quel che riguarda ammortizzatori e politiche attive qualcosa si è mosso al tramontare del 2021. I risultati son lontani dal vedersi. 

Lavoro, la questione dello smart working

Non manca chi storcee il naso a sentir parlare del cosiddetto lavoro da casa o da remoto, inesattamente appellato come smart working, specie a oggi tra vaccini e green pass. Questo non per demerito dei lavoratori, tutt’altro. 

I dipendenti del pubblico sono rientrati in ufficio. Un ritorno non accompagnato da una autentica analisi su cosa abbia o meno funzionato le quadro dell’ amministrazione pubblico con l’esplodere del lavoro in remoto. La ragione dietro questa scelta, per nulla celata, sarebbe quella di rilanciare i consumi e il comparto della ristorazione sbaragliati dal venir meno delle pause pranzo. 

In altri termini: la meta non sta negli esiti dei tassi di produzione dei lavoratori, piuttosto nel progredire del commercio delle merende nei centri urbani. Abbracciando finanche quella sfiducia di tutela sullo smartworking che non fa altro che recidere le giovani e talentuose menti dagli uffici pubblici. Medesima la prospettiva del privato.

Lavoro, tra posti stabili e contratti a scadenza

I cosiddetti posti fissi, a partire da marzo 2020, hanno potuto contare su infinite premure e tutele, nel mentre a pagare le conseguenze sono stati contratti a termine, lavoratori autonomi, partite iva. 

La progressiva riapertura ha permesso la tenue ripresa dell’occupazione (sebbene ad agosto 2021 si era ancora in rosso di 390mila posti in confronto al pre-pandemia). Oggi a tornare di moda proprio quei piccoli contratti a tempo, decurtati dal Covid e tempestivamente adoperati a mo di ammortizzatori. Uno scenario che ha del ciclico. Ricettori della crisi, ovviamente, i giovani under 35 e le donne.

Del resto, nel bel mezzo dell’estate 2021, quando, ristoratori, gestori di siti balneari dalle licenze di lunga data e impresari vari denunciavano la mancanza di camerieri, chef, guardaspiaggia, addetti informatici, non si è fatto attendere il tiro a segno a spese dei giovani sovvenzionati.

Nel mondo del lavoro si è assistito alla formazione di due fazioni contrastanti, una a difesa del reddito di cittadinanza e l’altra che accusava i giovani choosy ormai vittime della sindrome da divano.

Lavoro, prendere in esame le tre questioni principali

Nessuno però ha considerato abbastanza le tre problematiche essenziali. Apriamo con le politiche attive del lavoro, non operanti con i destinatari del reddito di cittadinanza. Stesso discorso con disoccupati, inoccupati e Neet. 

E ancora, la non congiunzione delle competenze (mismatch) tra domanda e offerta di lavoro. Le aziende esigono figure professionali che scuole e università non sono in grado di formare. Ciliegina sulla torta la questione legata agli stipendi. I salari italiani non seguono gli standard europei. Il 30 per cento dei giovani occupati percepisce somme minori agli 800 euro lordi mensili.

Corsi e ricorsi storici, si è ripescato dal cilindro il salario minimo, vigente in tutti gli altri Paesi Ocse, a esclusione dell’Austria e dei Paesi nordici a dir poco sindacalizzati. Dopo alcune schermaglie, la faccenda si è addormentata.

Lavoro, gli italiani pagati meno

In Italia si contano all’incirca 3 milioni di lavoratori sottopagati rispetto all'essenziale prospettato dalla contrattazione collettiva. Prosegue la cattiva usanza dei contratti “pirata” conclusi con firme sindacali di comodo. 

Nel mese di giugno il Cnel ha calcolato 985 contratti firmati, l’80 per cento sbocciati a raffica nell’ultimo decennio. Una moltiplicazione che, a detta degli addetti ai lavori, non sarebbe indicatore di dinamicità, viceversa, sarebbe sinonimo di illeciti e contrattazioni al ribasso che si dissolvono negli innumerevoli volti del mercato.

Lavoro, Yolo Economy e Great Resignation

Se questi sono i termini, il voler cambiare lavoro nel nostro Paese sembrerebbe azione folle e coraggiosa. 

Negli Stati Uniti si parla di Yolo Economy (You live only once, si vive una sola volta) e Great Resignation. Una sorta di appello, un’“occasione” post crisi che spinge a esonerarsi da un lavoro debilitante e inaccettabile per proiettarsi in un nuove esperienze nei contesti in via di sviluppo. 

Nei primi otto mesi del 2021, negli States in 30 milioni hanno deciso di abbandonare il proprio lavoro. Nella penisola italiana, il tasso di nuova collocazione lavorativa dei lavoratori nel corso dei primi tre mesi del 2021 ha rivelato come i trasferimenti coincidano ai differenti momenti della pandemia. 

Cambiamenti connessi alle restrizioni delle attività. Durante la congiuntura pandemica gli altri Paesi hanno realizzato società digitali e nuove piattaforme di e-commerce. Il nostro Paese, considerando i dati Ocse, per quanto riguarda la messa in campo di nuove imprese ha segnato il fatturato netto più basso (assieme al Portogallo).

Lavoro, grandi dimissioni all’italiana

La tendenza ha segnalato una sorta di svolta tra aprile e giugno, quando il conto delle dimissioni è arrivato a 484mila (+37 per cento rispetto al 2020). Gli economisti predicano ad ogni modo la calma.

Francesco Armillei, membro della London School of Economics, ha chiarito come il cammino dei quitter italiani potrebbe porsi come una realtà temporanea causa lo sblocco del mercato seguito alla narcosi di cassa integrazione e blocco dei licenziamenti. 

Si potrebbe anche trattare di licenziamenti già in programma, ma prorogati nel corso della crisi, o forzati da datori di lavoro impossibilitati a esonerare.

Solamente permamendo su elevati standard, l'exploit delle dimissioni potrebbe spingere a una transizione dei lavoratori dai settori in crisi a quelli in espansione. Verrebbe così fuori una moderna dinamicità del mercato. 

In tempi non sono maturi per parlare di Yolo Economy made in Italy. Del resto in Italia dimettersi incute timore più che in ogni altro posto. 

Lavoro, come trovarlo allo stato di cose attuale

Il mondo del lavoro si affida a meccanismi di cui ignoriamo ingranaggi e funzionamenti. Tra il dire e il fare c’è di mezzo il non sapere a chi affidarsi, il come aggiornare le proprie competenze, il dove rintracciare inserzioni su posti vacanti. 

La caccia al lavoro non può passare per i centri per l’impiego, i quali propongono un lavoro a meno dell’1 per cento di quanti si affidino a loro. D’altronde siamo anche certi che un giovane difficilmente rimarrà nella medesima azienda per tutta la sua vita professionale. 

La partita ruota attorno alla “Missione 5” del Piano nazionale di ripresa e resilienza consacrata al lavoro. Sul banco meno di 5 miliardi. Sarà necessario supportare lo sviluppo, favorendo la transizione di migliaia di lavoratori da un comparto all’altro, l’assunzione di nuovi profili e l’aggiornamento delle skill di quanti siano già collocati in azienda. 

Il Pnrr plasma domanda per la realizzazione di nuova occupazione e moderne skill (si pensi alle abilità digitali). L’Italia non ha compiuto passi in questa direzione perché non ha colto le (e dalle) trasformazioni. Nell’ultimo trentennio, in Italia, nel vivo della rivoluzione tecnologica, il complessivo tasso di produzione dei è calato del 12,5 per cento. In Germania, invece, è aumentato del 23 per cento.

Non sono passi che si recuperano sulla breve distanza, ma nulla è perduto. Oggi le risorse non mancano, le disposizioni della finanza pubbliche europee sono riportate a zero e il nostro Paese conta un governo che sembrerebbe muoversi in tal senso. Basterà non cadere nei soliti errori.

Il programma di ricollocazione GOL-slide-Programma-20211021.pdf (lavoro.gov.it), Gol, racchiude in sé già il fine ultimo.  Un’occasione da non perdere, non stavolta.