Dal primo luglio si potrà licenziare, almeno in certe aziende e in certi settori. Dopo “imboscate”, giravolte, accuse, recriminazioni, precisazioni e riposizionamenti il governo Draghi ha deciso “sbloccare” i licenziamenti dal primo luglio in poi, anche se il nuovo DL Sostegni Bis su questo punto è chiaramente il risultato di un equilibrio faticato non solo e non tanto nella mediazione tra le parti politiche, ma anche tra le parti sociali. Insomma non solo Pd contro Lega (almeno in parte), ma anche Confindustria contro sindacati. E questa è persino una semplificazione perché poi le posizioni si sono squadernate in molteplici contraddizioni. Ma di fatto cosa è successo e cosa sarà dei lavoratori dal 30° giugno in poi?

Blocco dei licenziamenti, due binari e due sorti per i lavoratori

Il primo luglio scadrà per le aziende dei settori manifattura e costruzioni la Cassa Covid-19 istituita per difendere l’occupazione in fase di pandemia e salterà il blocco dei licenziamenti. Queste imprese, che fino al 30 giugno (dopo l’ultima proroga) possono usare la CIG ordinaria, saranno dunque libere con il mese di luglio di mandare a casa i lavoratori, ovviamente alle condizioni di legge.

Ci sono però molte aziende, specialmente nel settore terziario (dunque nei servizi) che usufruiscono della cassa integrazione guadagni in deroga (CIGO) o della cassa integrazione ordinaria. Queste imprese potranno godere della cassa integrazione Covid scontata senza le addizionali, ma a patto di prolungare il divieto dei licenziamenti. In dettaglio la CIGO senza il pagamento dell’addizionale, che le imprese pagano ordinariamente per tenere in piedi la struttura della cassa integrazione gestita dall’INPS, è stata confermata per 28 settimane che potranno essere usate di seguito entro ottobre o con dilazioni fino alla fine dell’anno 2021. La proroga di 28 settimane riguarda anche gli assegni ordinari di integrazione salariale (ASO) e i Fondi di solidarietà bilaterali (FIS) “comuni” e alternativi, salvo sempre il divieto di licenziamento.

Fino a 120 giorni in più di cassa integrazione salariale per operai agricoli (la CISOA) sono stati garantiti fino al termine dell’anno e c’è qualcosa anche per i la cassa integrazione guadagni straordinaria degli ex dipendenti Ilva.

Blocco dei licenziamenti: ma quanti rischiano?

Senza alcun dubbio l’attuale sistema della cassa integrazione – come detto riformato in tempo di pandemia per difendere il lavoro che, nonostante il blocco dei licenziamenti, ha visto nel 2020 la perdita di circa un milione di posti - coinvolge decine, forse centinaia di migliaia di lavoratori. Basti pensare che le ore autorizzate di cassa integrazione (sia ordinaria che straordinaria, compresi anche i fondi di solidarietà che hanno coperto il sistema dove non arrivava) erano passate da 276 milioni a 4,33 miliardi circa (+1467%!, ossia quasi 15 volte il pre-pandemia) l’anno scorso e nel periodo gennaio aprile sono state pari a oltre 1,23 miliardi. Se si guarda di nuovo allo storico del quarto trimestre del 2020 si sono registrate 10.031.152 ore lavorate, ossia il 7,5% in meno dell’ultimo quarto del 2019 con un -8,8% nei servizi e un -5,4% nell’industria in senso stretto. Praticamente una Caporetto dell’occupazione tangibile.

Ovviamente la ripresa economica e le riaperture sono in corso, pur tra mille incertezze, dunque i numeri dovrebbero alla fine risultare assai meno cupi. Ma qualche calcolo bisognerà comunque farlo.

Secondo l’UPB:

“Un ordine di grandezza della platea a rischio è ricavabile dalle statistiche su cessazioni e attivazioni di posizioni lavorative subordinate dell’Osservatorio sul precariato dell’INPS. Rispetto al 2019, nel 2020 ci sono state circa 300.000 cessazioni in meno motivate da difficoltà economiche del datore; se ci si focalizza sui due raggruppamenti di attività che contano per la maggior parte degli assicurati alla CIG (“Attività estrattiva – attività manifatturiere – fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata – fornitura di acqua – reti fognarie – attività di trattamento dei rifiuti e risanamento” e su “Costruzioni”), le minori cessazioni sono state circa 130.000. Se dal 1° luglio i datori di lavoro volessero recuperare lo stock accumulato di mancate cessazioni, potrebbero essere a rischio questi 130.000 lavoratori”

Anche la Banca d'Italia vigila su questi temi:

"Da quando il blocco è entrato in vigore il numero medio mensile dei licenziamenti complessivi si è più che dimezzato, scendendo a circa 20.000, 2 ogni 1.000 lavoratori a tempo indeterminato.
I rapporti di lavoro che si sarebbero interrotti indipendentemente dalla pandemia e che la misura di blocco ha preservato sono circa 240.000 nel 2020 tra le imprese del comparto privato non agricolo e ulteriori 120.000 nel 2021 [...]; a questi si aggiungono le cessazioni involontarie nelle attività sportive, ricreative e nei servizi alla persona (11.000 nel 2020 e 6.000 nel 2021)"

Ma si tratta di una stima ragionatamente ottimistica, perché ci sono voci che portano l’asticella assai più in alto. 
Luigi Sbarra, nuovo segretario generale della Cisl, per esempio raccoglie fonti governative che parlano di rischio per 500 mila lavoratori.
Il leader della Uil Paolo Bombardieri paventa una cifra compresa tra i 500 mila ai 2 milioni di posti a rischio.
I sindacati sono uniti nel chiedere insomma la proroga del blocco dei licenziamenti per tutti e con una nota congiunta hanno confermato una manifestazione a Roma per sottolineare il rifiuto delle posizioni di Confindustria e unito al tema della sicurezza sul lavoro, quello appunto della proroga del blocco dei licenziamenti, il no alle semplificazioni in materia di appalti e parlato di centinaia di migliaia di posti a rischio.
Una visione fosca dell’attuale scenario del lavoro che la CGIL ha rimpolpato con i dati della Fondazione Di Vittorio che parla di oltre 5 milioni di occupati con lavoro precario, involontario e con forte disagio salariale, situazioni di fragilità che si aggiungono ai 2,5 milioni di disoccupati e ai citati lavoratori in cassa integrazione.

Blocco dei licenziamenti: il nodo gordiano della riforma degli ammortizzatori sociali

Al centro del fallimento di una mediazione che lasciasse soddisfatte le parti sociali c’è però il nodo di una riforma complessiva degli ammortizzatori sociali che logicamente doveva precedere lo sblocco dei licenziamenti.

Draghi ha affermato che l’evidente faticosa mediazione tra le diverse posizioni “ha retto” e ha parlato di “un miglioramento considerevole sia rispetto all’eliminazione pura e semplice del blocco, sia di una posizione che vedeva il mantenimento tout court fino a ottobre, a dicembre”. E ha aggiunto:

“Mi pare una mediazione che certamente scontenta quelli che avrebbero voluto continuare col blocco, ma non scontenta quelli che avrebbero voluto sbloccare tutto immediatamente. Spero che un po' sia sindacati che imprese si ritroveranno in questa mediazione. In ogni caso il governo aveva già annunciato il termine del blocco, all'epoca del Documento economico finanziario, quindi il provvedimento è un passo avanti, un miglioramento rispetto alla situazione precedente”

Il problema insomma potrebbe rozzamente essere riassunto nello scontro tra Confindustria, che avrebbe voluto sbloccare subito i licenziamenti, e i sindacati che volevano una proroga totale in attesa di una risoluzione della questione degli ammortizzatori sociali, ancora compressa per ammissione dello stesso ministro del Lavoro Luca Orlando, tra cassa integrazione e Naspi.

L’essenziale attivazione di un meccanismo efficace di politica attiva del lavoro, un tempo si sarebbe detto collocamento ma oggi il concetto passa anche da reskilling, upskilling e in genere formazione, nel frattempo si è arenata nella sostituzione del vertice dell’Anpal che ancora non ha partorito una nuova governance affidabile e ha contribuito a impantanare con una provincia del dibattito l’intera geografia del dramma occupazionale italiano presente e venturo. L’esito più farsesco potrebbe essere la necessità che alla fine serva un collocamento per i collocatori, ci sono infatti 2.549 navigator che non hanno creato per diversi motivi tutto il lavoro che si sperava e che potrebbero finire nella platea degli 11.600 posti banditi dalle regioni nei centri per l’impiego. E poi dicono che non si può creare lavoro per decreto… 

Tra le imboscate vere o presunte del ministro del Lavoro Orlando (PD), che ha annunciato una proroga al 28 agosto poi di fatto stralciata dal testo finale DL Sostegni BIS, e posizioni contradditorie dentro la Lega  - prima Salvini ha aperto, ma poi il sottosegretario al lavoro leghista Tiziana Nisini ha parlato della tentata proroga di Orlando di rottura del patto con le aziende – di fatto la questione sembra smembrata, incolore.

Alcuni potranno licenziare, a molti converrà non farlo per avere ancora la Cassa Covid senza il costo dell’addizionale per l’impresa, per tutti manca un quadro di riferimento di lungo periodo, un piano, un accordo, una legge che vada oltre le bagarre non sempre edificanti che si sperava il governo Draghi e la pandemia potessero mettere in un angolo.

(Giovanni Digiacomo)