La notizia è definitiva: gli impianti sciistici non possono ancora aprire, e rimarranno fermi ancora almeno fino al 5 marzo. C’era da aspettarselo, la morte dello sci era dietro l’angolo: la stagione sta finendo, le temperature si sono alzate e ancora non è possibile praticare sport sulla neve.

Il governo Draghi ha deciso di prolungare ulteriormente le misure per limitare la diffusione del Covid-19, con la divisione delle regioni nei colori che già conosciamo (giallo, arancione, rosso) in base alla criticità della diffusione del virus.

Gli spostamenti sono ancora limitati, e le attività restano chiuse. In particolare, gli impianti dello sci resteranno ancora fermi, proclamando definitivamente lo stop allo sport di montagna tanto amato degli italiani per tutto l’anno.

Perché gli impianti da sci devono rimanere fermi

Gli impianti sciistici rimarranno fermi per quest’anno, fino al 5 marzo. E la rabbia di chi lavora nel settore si fa sentire. Già gli scorsi mesi si parlava della questione, quando molti comuni del nord Italia avevano espressamente chiesto al governo ristori economici e supporti per far partire gli impianti sciistici.

Molti di questi comuni vivono di sci: la stagione invernale è l’unica in cui possono effettivamente lavorare e percepire entrate economiche, in condizioni normali, provenienti da sportivi e turisti. Con l’arrivo del Covid questo settore è rimasto bloccato, spazzato via dalle chiusure e dal pericolo assembramenti.

La rabbia di chi vive grazie agli impianti da sci è alta, dopo che è arrivata la notizia dal Ministro della Salute Roberto Speranza che non c’è nulla da fare per lo sport di montagna: deve rimanere tutto fermo, il rischio contagio è troppo elevato.

La rabbia di chi deve di nuovo chiudere: impianti da sci fermi almeno fino al 5 marzo

Molti dei lavoratori dello sci si sono adeguati all’arrivo del virus seguendo le disposizioni di sicurezza del governo precedente a Draghi, certi della riapertura di metà febbraio che avrebbe portato a riguadagnare un minimo di incasso dalle perdite del 2020.

Ma questo non è accaduto, e oltre al danno, gli imprenditori delle montagne ora fanno i conti con la beffa: chi si è messo in sicurezza, adottando misure straordinarie, ora deve chiudere.

La situazione è molto simile a quella dei ristoratori italiani, che nonostante la messa in sicurezza dei locali e le proposte di distanziamento, hanno dovuto sospendere le attività e talvolta chiudere saracinesca a causa del Covid-19.

In Lombardia, gli impianti da sci erano pronti a ricevere gli sportivi e si erano mossi anche con le prenotazioni anticipate: alcuni sostengono che le prenotazioni arrivavano a migliaia, per poter sfruttare l’ultimo mese possibile per questo sport.

Eppure, nonostante la buona volontà di chi lavora agli impianti sciistici, è arrivato un nuovo stop, e la causa non è solamente il Covid-19, ma anche la nuova variante, ritenuta più aggressiva, che è arrivata nel nostro paese. Si tratta della variante inglese, che è ritenuta troppo pericolosa.

Le regioni del nord sono sconcertate per i fermi allo sci

Le regioni del nord, alcune delle quali stanno per passare da zona gialla ad arancione, sono provate dalla situazione Covid-19 sia per la salute dei cittadini sia per le conseguenze economiche catastrofiche, e lo stop allo sci rientra in questa situazione di disagio generale provocato dalla mancanza di introiti.

Il presidente della Regione Piemonte Alberto Cirio, per esempio, ha comunicato già a metà febbraio il suo sdegno di fronte ai provvedimenti che mettono in ginocchio l’economia dei comuni:

“Sono allibito da questa decisione. Soltanto dieci giorni fa il Comitato tecnico scientifico nazionale aveva stabilito che in zona gialla da lunedì 15 si sarebbe potuto sciare. Su queste direttive il Piemonte si è mosso, nel rigoroso rispetto delle regole. Regole che non possono cambiare tutte le settimane."

Il Piemonte, che da lunedì passerà da zona gialla ad arancione, si trova in ginocchio, le entrate economiche previste dal mondo dello sci risultano del tutto azzerate, con danni enormi per i lavoratori dei comuni di montagna e gli operatori che ruotano intorno allo sport.

Le regole cambiano repentinamente, e proprio la speranza di poter riaprire finalmente il mondo dello sci ha dato il via ad un’organizzazione della sicurezza che oggi ricade nel vuoto.

Sci e impianti fermi: il mondo dello sport agonizza

Non solo lo sci, ma tutto il mondo sportivo si trova ad affrontare una difficoltà senza precedenti, perché anche palestre e piscine rimarranno ancora chiuse. Con il nuovo DPCM di Draghi restano ancora chiuse per un mese palestre e piscine, restano chiusi gli impianti da sci, ma è consentita l’attività motoria all’aperto.

Parchi, aree attrezzate e spazi pubblici sono il ripiego necessario alla mancanza di palestre e piscine, nel rispetto del distanziamento di uno o due metri a seconda del tipo di attività.

Per quanto riguarda le zone rosse, è possibile svolgere attività motoria ma solo vicino alla propria abitazione. Con il nuovo DPCM lo sport agonizza ancora di più, con le attività chiuse e gli impianti fermi.

Per le zone gialle invece è consentito spostarsi in un altro comune per svolgere attività motoria, anche se è necessario rimanere entro i confini della regione. Trema il mondo dello sport, e si parla di “lockdown della neve”: la stagione è al termine, e gli sport di montagna non hanno potuto realizzarsi.

Contributi per gli impianti fermi: lo sci chiede aiuto, ma non solo

E’ scaduto il termine, il 24 febbraio, entro cui i comuni di montagna potevano chiedere contributi a fondo perduto dallo stato, a sostegno dell’economia locale. In Piemonte sono stati richiesti 5,3 milioni di euro sottoforma di ristori per le attività del mondo dello sci, mentre anche la Lombardia si muove in questa direzione.

Lo sci chiede aiuto, ma non è il solo. Aumentano nel frattempo le proteste da diversi settori colpiti economicamente dalle chiusure preventive alla diffusione del virus. Proteste pacifiche arrivano dal mondo dello spettacolo.

Ma anche ristoratori, imprenditori e proprietari di attività e aziende manifestano per poter lavorare. Ad Arezzo un movimento è deciso per il primo marzo, in una protesta del settore terziario che non vede via di uscita dal tunnel delle chiusure.

Si prevedono manifestazioni ordinate da parte di settori che dopo un anno non riescono a vedere una ripresa economica. Il terziario si movimenta non solo con ristoratori, operatori del mondo del turismo e imprenditori, ma anche agenti dello spettacolo, grafici, trasportatori, commercialisti.

Il paese è bloccato, e così non si può andare avanti, spiegano Ascom e Confesercenti. La situazione è drammatica in molte regioni, e nel frattempo il virus sembra non fermarsi, con le nuove varianti, più aggressive, che portano in zona rossa molti comuni italiani.

I fermi delle attività sono troppi, e non solo il mondo dello sci ne risente: è indetta una manifestazione per il primo marzo

Confesercenti e Confcommercio si mobilitano in Toscana, organizzando una protesta pacifica, per alzare la voce in difesa dei settori più colpiti dalla crisi. Le imprese che attualmente sono in vita solo grazie ai ristori, o con misure di sussidio come la cassa integrazione sono troppe, l’economia non riparte.

Per difendere il settore terziario, la manifestazione si terrà il primo marzo, per portare al governo Draghi un messaggio per chiedere sostegni immediati, in Piazza dei Miracoli a Pisa, dalle ore 11:00 del mattino.

La protesta avrà la forma di una catena umana di persone che pacificamente e rispettando le misure di sicurezza, vorranno sostenere la causa e chiedere al governo che i diritti del lavoro vengano riconosciuti.

Per far ripartire il settore turistico, i cui fermi hanno colpito duramente moltissimi comuni, si è proposta l’adozione di un passaporto sanitario europeo.

Arriva il passaporto sanitario europeo: iniziativa contro i fermi agli spostamenti

L’idea di un passaporto per dare il via libera agli spostamenti a chi è vaccinato arriva dall’Europa e prevede un nuovo sistema digitale, che sarà pronto non prima di due mesi.

I paesi del sud Europa come Grecia e Spagna hanno premuto chiedendo all’Europa di adottare questo sistema per far ripartire almeno in parte viaggi e spostamenti nel continente, in sicurezza. Il dibattito è ancora acceso, perché alcuni paesi, come Francia e Germania, sono scettici sull’adozione di questa soluzione.

I virus sono ancora troppo aggressivi per rischiare, e molti continuano a sostenere che viaggi e spostamenti siano le eventualità più pericolose per la trasmissione del virus.

Un dato importante riguarda anche le vaccinazioni effettuate: in tutto il continente si parla solo del 2,5% della popolazione, e sarà necessario ancora tempo per vaccinare un numero superiore di persone, partendo dalle fasce più a rischio.