Non è sempre detto che alla scadenza di un contratto di lavoro il dipendente scelga di rinnovarlo, seppur la proposta che gli viene fatta preveda un inserimento in azienda a tempo indeterminato.

I motivi che lo spingono a preferire il licenziamento piuttosto che la stipula di un nuovo contratto sono molteplici, spesso conseguenti a vicende spiacevoli o salario insufficiente.

Ciò che più interessa al lavoratore, una volta lasciata l’azienda, è sapere se può richiedere o meno la Naspi, l’indennità di disoccupazione prevista dall’Inps, che viene erogata solo in determinati casi.

Vediamo come si comporta quando la situazione riguarda il contratto a termine e se può essere percepita dal lavoratore.

Naspi: cos'è e i requisiti per averne diritto

La Naspi (acronimo di “Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego”) è l’indennità di disoccupazione prevista dall’ordinamento giuridico italiano, erogata dall’Inps sotto forma di retribuzione economica, volta al sostegno di coloro che vertono in periodi di disoccupazione involontaria.

Venne introdotta nel Jobs Act del governo Renzi, insieme alla DIS-COLL e all’assegno di disoccupazione ed è riconosciuta in presenza di 3 requisiti fondamentali:

  • disoccupazione involontaria
  • 14 settimane di contribuzione nei 4 anni antecedenti la disoccupazione
  • 30 giornate lavorative nei 12 mesi che precedono la perdita del lavoro

La cessazione involontaria del contratto di lavoro prevede altre ipotesi che ne giustificano l’azione, quali:

  • dimissioni per giusta causa
  • dimissioni nei periodi tutelati da maternità
  • altri casi specifici inerenti al licenziamento

Oltre ai requisiti sopra citati ve n’é un altro che occorre ricordare, rappresentato dalla dichiarazione di immediata disponibilità che il lavoratore disoccupato deve presentare al sito ANPAL o in sede di domanda Naspi.

Questo fattore è imprescindibile ai fini della corrispondenza dell’indennità.

Il lavoratore deve rendersi disponibile a partecipare sia alle iniziative che ai laboratori e alle attività formative previsti dai Centri per l’Impiego, al fine di rafforzare le proprie competenze ed essere di nuovo immesso nel mercato del lavoro.

Tra i beneficiari della Naspi figurano altri soggetti ai quali il video di Angelo Greco dedica attenzione, esaminando ciò che spetta loro di diritto:

Naspi: quanto spetta, come richiederla e quando decade

Prima di accedere al servizio dedicato, si consiglia di dare un’occhiata alle istruzioni relative alla compilazione della domanda.

L’importo spettante, spiega inps.it:

“è pari al 75% della retribuzione media mensile imponibile ai fini previdenziali degli ultimi quattro anni, se la retribuzione è inferiore a un importo di riferimento stabilito dalla legge e rivalutato annualmente sulla base della variazione dell’indice ISTAT”  

e viene corrisposto mensilmente per un numero di settimane pari a quelle contributive degli ultimi 4 anni.

Il periodo in cui si percepisce questa indennità è coperto da contribuzione figurativa e in caso di rioccupazione o di nuova occupazione il beneficio viene sospeso.

La decadenza invece, si ha quando:

  • si perde lo stato di disoccupazione
  • si inizia un’attività di lavoro subordinato (superiore a 6 mesi)
  • non si comunica entro un mese dalla domanda, il reddito annuo che si prevede di trarre dai rapporti di lavoro subordinato

Per sapere le ultime novità in tema di pagamenti Naspi e bonus, vi lascio l'articolo di Viviana Vitale

Naspi e contratto a termine: il lavoratore ha diritto all'indennità?

Come avete potuto notare, tutta la questione della Naspi ruota intorno ad un unico fattore: l’involontarietà.

Infatti, questo tipo di prestazione viene corrisposta soltanto in presenza della perdita involontaria del proprio lavoro.

Cosa succede, quindi, se il dipendente rifiuta volontariamente la proroga del contratto a termine o la sua trasformazione?

Partendo dal presupposto appena spiegato si potrebbe escludere l’accesso all’indennità a chi sceglie volontariamente di cessare il rapporto di lavoro. Ma c’è un ma!

Spiega lavoroediritti.com:

“se il rifiuto della proroga o della trasformazione da parte del dipendente non risulta da atto scritto, il datore di lavoro non può dimostrare il rifiuto del lavoratore, e non può nemmeno comunicarlo [..] Al massimo può fare una comunicazione al centro per l’impiego, ma questa deve essere supportata da documentazione scritta.”

Quindi, in questo caso il lavoratore potrebbe fare domanda  proprio perché la sua volontà di non proseguire il rapporto di lavoro non figura in alcun modo.

Ovviamente sono tutte supposizioni fatte in mancanza di un messaggio ufficiale da parte dell'Inps del quale potremmo sapere di più solo seguendo questo tweet



Ma se tutto questo fosse vero, sarebbe un escamotage furbo non trovate?

Attendiamo, dunque, l'arrivo delle prossime news!!