Opzione Donna potrebbe diventare strutturale nel 2022

Tra i temi caldi nell’agenda del Governo Draghi c’è la riforma delle pensioni. Una riforma che deve essere strutturata in poco tempo, certamente prima della fine dell’anno quando, al 31 dicembre 2021, Quota 100 cesserà di esistere. 

Ma mentre mettere un punto ai tre anni di sperimentazione di Quota 100 è diventata ormai una certezza, le soluzioni per evitare il tanto temuto scalone e un obbligato ritorno alla legge Fornero non sembrano ancora essere state stabilite. 

Tra le ipotesi di rafforzamento dell’Ape Sociale, la proposta Boeri-Perotti e quella dell’istituzione di un Fondo Nazionale per il Prepensionamento, ma solo come misura temporanea da adottare fino al 2024, trova spazio la possibilità di prorogare Opzione Donna anche per il 2022. 

Il prossimo anno, però, il trattamento pensionistico destinato alle lavoratrici dipendenti e autonome potrebbe subire delle modifiche ai requisiti di accesso, con un aumento dell’età pensionabile in arrivo. 

Ma sembra proprio l’innalzamento della soglia d’età il motivo per cui, se così dovesse essere stabilito, Opzione Donna potrebbe diventare più conveniente per le lavoratrici che decideranno di aderirvi. 

Intanto, non tutti sono d’accordo con la possibilità di prorogare anche per il prossimo anno Opzione Donna. Vediamo perché e cosa intende fare il governo: eliminare la misura o procedere con l’ennesima proroga. 

Opzione Donna strutturale nel 2022: le ipotesi dopo Quota 100

Soluzioni certe non sono state ancora trovate. Il governo è ancora a lavoro per trovare alternative a Quota 100, la misura introdotta nel 2019 che concluderà i suoi tre anni di sperimentazione quest’anno. 

Il timore è quello di non riuscire a trovare una valida alternativa per superare la fine della misura ancora difesa a spada tratta dalla Lega, ma che, ormai definitivamente, dovrà cedere il posto a trattamenti di prepensionamento meno dispendiose per le casse dello Stato e che vengano anche maggiormente utilizzate dagli italiani per l’uscita dal lavoro. 

È in questo contesto che si stanno avanzando proposte diverse per superare Quota 100 ed eliminare il rischio del temuto scalone. Se non si riuscirà a trovare un’alternativa, si potrà andare in pensione solo con 67 anni. 

Tra le opzioni delle quali si è sentito parlare durante l’ultima settimana, in particolare, la proposta degli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti: 

la possibilità di andare in pensione a partire dai 63 anni, ma con una riduzione attuariale da applicare all’intero importo. 

Insomma, una possibilità per poter accedere alla pensione anticipatamente, ma che comporti costi non facili da sostenere, con tagli ingenti all’importo finale della pensione.

Tra le altre ipotesi, il governo ragiona sulla possibilità di contare su misure sperimentali, benché più volte prorogate negli anni, per assicurare delle alternative alla pensione di vecchiaia. 

È il caso dell’Ape Sociale, un’indennità a carico dello Stato ed erogata dall’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, della quale possono usufruire alcune categorie di persone con più di 63 anni e che viene erogata fino al compimento dell’età anagrafica per la pensione di vecchiaia. 

Questo anticipo pensionistico è infatti in vigore dal 2017, ma è stato più volte prorogato e può essere ancora richiesto nel 2021. 

L’idea del governo potrebbe essere quella di rendere questa misura sperimentale una misura strutturale e allargarne la platea dei beneficiari che al momento include lavoratori che si trovano in stato di disoccupazione, che si occupano di parenti affetti da disabilità o che hanno una riduzione della capacità lavorativa. 

Infine, tra le alternative per assicurare un’uscita anticipata dal lavoro, anche Opzione Donna potrebbe diventare una misura strutturale. Ma con qualche modifica qualora il governo decidesse per la proroga nel 2022. 

Opzione donna: ecco come si può uscire dal mondo del lavoro a 58 anni  

Ma cos’è esattamente Opzione Donna e perché si spera in una proroga per il 2022?

La possibilità, per le donne, di uscire anticipatamente dal mondo del lavoro non è recentissima. Parliamo infatti di una misura introdotta con la Legge Maroni, nel 2004, ma che negli anni è sempre stata rinnovata, fino all’ultima proroga contenuta nella Legge di Bilancio del 2021

C’è da dire che questa soluzione ottenne largo consenso proprio dopo l’introduzione della Legge Fornero e, ancora oggi, viene scelta dalle lavoratrici per l’uscita anticipata dal lavoro. 

Ma in cosa consiste? 

Opzione Donna fornisce un’alternativa alla pensione di vecchiaia (67 anni di età e 20 anni di contributi), permettendo alle lavoratrici di uscire dal mondo del lavoro: 

con 58 anni di età anagrafica e 35 anni di contributi per le lavoratrici dipendenti; con 59 anni di età anagrafica e 35 di contributi per le lavoratrici autonome. 

Come deducibile, dunque, Opzione Donna è un trattamento pensionistico, calcolato in base alle regole del calcolo contributivo, al quale possono aderire sia lavoratrici dipendenti, del settore pubblico e del settore privato, che le lavoratrici autonome. Non possono invece scegliere Opzione Donna le lavoratrici che sono iscritte alla Gestione separata. 

Per poterne usufruire nel 2021, le lavoratrici interessate devono aver raggiunto i requisiti (età anagrafica e anni di contributi) entro il 31 dicembre 2020. 

Opzione Donna a chi conviene: vantaggi e svantaggi del trattamento pensionistico

Che Opzione Donna sia una misura amata oppure odiata dipende dalle scelte delle singole lavoratrici. 

Certo, rispetto a Quota 100 che durante il corso dei tre anni di sperimentazione non ha convinto pienamente i lavoratori, Opzione Donna ottiene il consenso di molte lavoratrici. 

Allo stesso tempo, c’è chi però vede nella misura un meccanismo detestabile. Il trattamento pensionistico per uscire anticipatamente dal lavoro è infatti benvoluto dallo Stato, dal momento che rappresenta una delle misure meno dispendiose. 

Ciò è dovuto proprio al fatto che, essendo un trattamento pensionistico calcolato secondo le regole del sistema contributivo, chi sceglie Opzione Donna sa di andare incontro a tagli sull’assegno che in molti casi possono andare dal 20% al 35%

In effetti, per almeno 18 anni di contributi versati fino al 1995 viene conservato il calcolo retributivo, fino al 2012, anno dal quale il calcolo avviene sul sistema di calcolo contributivo. 

I tagli all’assegno derivano quindi anche dal fatto che, essendo gli ultimi anni di lavoro quelli durante i quali si è percepito uno stipendio più alto, questi non vengono inclusi nel calcolo, poiché dal 2012 il calcolo avviene non più sul sistema retributivo, ma su quello contributivo

Opzione Donna, perché sceglierla dal 2022 potrebbe diventare meno penalizzante 

Come già evidenziato, Opzione Donna è una misura che non dispiace affatto allo Stato, in quanto si rivela essere tra le soluzioni meno costose.

D’altra parte, la possibilità di lasciare anticipatamente il mondo del lavoro non dispiace nemmeno a molte lavoratrici che hanno scelto questo trattamento pensionistico, anche a fronte dei tagli sull’assegno. 

È quindi probabile che, così come avvenuto per gli anni precedenti, il governo possa optare per mantenere questa misura in vigore anche nel 2022, riconfermandola con la prossima Legge di Bilancio, in arrivo a ottobre. 

Pensando a Opzione Donna, però, il governo sembra avere intenzione di apportare una leggera modifica. Modifica, che nel caso di Opzione Donna, potrebbe però rivelarsi vantaggiosa per il futuro. 

L’idea è infatti quella di aumentare di un anno (o due) l’età pensionabile. In questo caso, dunque, potrebbero accedere a Opzione Donna:

 le lavoratrici dipendenti che abbiano 59 anni (o 60) e le lavoratrici autonome con 60 anni (o 61) di età anagrafica, lasciando invariato il requisito contributivo di 35 anni. 

È vero, le donne intenzionate a scegliere questo trattamento pensionistico dovrebbero attendere un anno in più per poter lasciare il mondo del lavoro, ma in una prospettiva futura l’innalzamento dell’età per accedere alla pensione potrebbe apportare dei vantaggi. 

Così facendo, si abbassano, progressivamente negli anni, gli anni calcolati con il sistema retributivo, così che quest’ultimo conferisca meno peso sul calcolo complessivo dell’assegno. 

Opzione Donna verso la proroga o addio per sempre: cosa succederà nel 2022

Sembra davvero presto per stabilire quali saranno le decisioni che prenderà il governo riguardo alla riforma delle pensioni, benché manchino solo circa tre mesi alla scadenza di Quota 100. 

Per il momento, comunque, l’intenzione, almeno per quel che riguarda Opzione Donna, sembra essere quella di mantenere la misura, procedendo con una proroga anche per il prossimo anno, se non addirittura rendere questo trattamento pensionistico strutturale

Sorprende, quindi, l’opinione che l’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) ha dato in merito a Opzione Donna. 

Nel rapporto sull’Italia, infatti, oltre a premere per la definitiva eliminazione di Quota 100, ritenuta fin troppo dispendiosa per lo Stato, l’Organizzazione non sembra vedere la necessità, né la convenienza, nel prorogare il trattamento per la pensione anticipata delle lavoratrici. 

La motivazione parrebbe vertere sulla possibilità che una misura come Opzione Donna possa portare alla nascita di nuovi poveri nella terza età. 

Non ci sono, al momento, abbastanza informazioni per poter decretare la fine o la certa proroga di Opzione Donna nel 2022, se non le ipotesi di un certo vantaggio qualora le donne cominciassero a scegliere, in caso di proroga, questo sistema di pensione anticipata anche nei prossimi anni. 

Ciò che rimane certo è che, tra le diverse alternative che tentano di creare uno scenario meno traumatico all’Italia post Quota 100, Opzione Donna rimane tra le meno dispendiose per lo Stato

Inoltre, benché il calcolo effettuato secondo sistema retributivo e contributivo possa portare a ingenti tagli all’assegno, sono molte le donne che hanno scelto di usufruire di questa possibilità.