Se prima il tavolo delle pensioni iniziava a riscaldarsi, ora sembra scottare.

A poca distanza dalla scadenza di Quota 100 e all’imminente ripresa del confronto tra il Governo e i sindacati, si discute vivamente sulle priorità in tema previdenziale.

In particolar modo viene osservata la proroga dell’Ape Sociale e dell’Opzione Donna, quest’ultima più penalizzante di quanto si potesse immaginare.

Sebbene per l’Ape sociale fosse stata preannunciata la conferma da Pasquale Tridico, in forma rafforzata per tutelare coloro che versano in condizioni soggettive particolari, per l’Opzione donna si hanno ancora molti dubbi.

Non è detto, quindi, che potremmo ritrovarla nel 2022 anche se lo Stato tenta di portare l’acqua la suo mulino a discapito dei diritti delle lavoratrici.

Sono proprio curiosa di sapere cosa deciderà il nostro caro Mario Draghi.

Opzione donna dopo Quota 100: cosa succederà?

L’argomento pensioni accende i toni e scalda gli animi sin dall’ultimo incontro tra il Ministro del Lavoro Andrea Orlando e i sindacati, avvenuto lo scorso 27 luglio.

Si è a lungo dibattuto su quale potrebbe essere la prossima riforma delle pensioni.

Sono state considerate ed esaminate le alternative di Quota 102 e Quota 41, cercando di aggirare in lungo e in largo il programma proposto dalla Legge Fornero.

Sin dalla riforma Dini fino ai tempi in cui il Governo era presieduto da Monti, nel nostro Paese si è passati dal calcolare la pensione con il sistema retributivo a calcolarla con quello contributivo.

La mazzata dell’aumento dell’età pensionabile a 67 anni poi, è stata il colpo di grazia.

È per questo che ancora ci si scervella per scongiurare lo scivolo dei 5 anni e trovare una soluzione che funzioni e che possa essere accettata dal popolo.

Ciò che rimane di comune accordo, comunque, sembrano essere gli obiettivi e le priorità, ovvero:

  • garantire maggiore tutela per i lavoratori fragili e gravosi
  • tutelare i lavoratori discontinui che percepiscono basse retribuzioni
  • instaurare una pensione di garanzia per i giovani
  • offrire maggior tutela alle donne

Ed è proprio su quest’ultimo punto che andremo a soffermarci perchè, sebbene le donne rappresentino la maggior parte della forza lavoro in Italia, hanno ancora pochissime garanzie in fatto di previdenza.

Vi basti pensare che anche quando sembra realizzarsi qualcosa in loro favore, alla fine si finisce sempre con il rivelarsi un colpo basso da parte dello Stato.

Opzione donna: cos'é, chi ne ha diritto, come funziona

Prima di osservare l’Opzione donna dal punto di vista delle strette interessate, desidero illustrare l’argomento in una panoramica generale.

Per capire di cosa si tratta è necessario definire la natura di questa forma pensionistica riservata alle donne.

Introdotta dalla Legge Maroni 243/04 viene successivamente ripresa dalla Riforma Fornero 2011, finendo con l’essere prorogata dalla Legge di Bilancio.

L’Opzione donna è, innanzitutto, una misura previdenziale disposta per le lavoratrici del settore pubblico e privato che:

  • sono iscritte all’assicurazione generale obbligatoria
  • sono iscritte a fondi sostitutivi
  • sono iscritte a fondi esclusivi

Purché in entrmabi i casi siano in possesso di contributi alla data del 31 dicembre 1995.

Detto ciò, non possono aderirvi:

  • le lavoratrici iscritte alla gestione separata
  • le lavoratrici che vogliono utilizzare i contributi maturati nella gestione al punto precedente, per raggiungere il requisito contributivo

Grazie a questa misura, le lavoratrici possono andare in pensione anticipata:

  • nel 2020 a 58 anni: se hanno raggiunto i 35 anni di contributi al 31 dicembre 2019
  • nel 2021 a 58 anni: se hanno raggiunto i 35 anni di contributi al 31 dicembre 2020

Senza dover, quindi, sottostare all’ adeguamento alla speranza di vita già visto per altre tipologie di pensioni.

Vi lascio un video-pillola ad integrazione di quanto ho spiegato finora, pubblicato dalla Confartigianato di Vicenza:

Opzione donna: come si calcola la pensione?

Il calcolo della pensione in Opzione donna si basa solo sui contributi versati dopo il 31 dicembre 1995 e, qualora l’interessata non riuscisse a raggiungere i 35 anni di contributi, spiega investireoggi.it:

“dovrà chiedere all’Inps la migrazione dal sistema di calcolo retributivo a quello contributivo delle settimane lavorate prima di tale data. Questo perché la legge prevede che i contributi versati prima del 1996 siano validi per il sistema di calcolo retributivo”

Sono ammessi tutti i contributi:

  • obbligatori
  • volontari
  • da ricongiunzione
  • da riscatto

Mentre non valgono i contributi figurativi di:

  • maternità
  • aspettativa
  • malattia
  • disoccupazione

È importante ricordare che, in base a quanto stabilito dalla legge, è indispensabile che le lavoratrici abbiano maturato i requisiti necessari al 31 dicembre 2021.

Volendo, per effetto della cristallizzazione possono decidere di abbandonare il lavoro anche dopo questa data, purché i requisiti siano comunque rispettati nei limiti temporali previsti.

Opzione donna: come richiederla e quando inzia la pensione

La domanda per richiedere l’Opzione donna può essere presentata tramite il servizio dedicato online oppure rivolgendosi ad un Contact Center digitando i numeri:

  • 803 164 da rete fissa 
  • 06 164 164 da rete mobile.

Al fine di avere più sicurezza, si può scegliere di affidarsi ad un intermediario o ad un patronato.

Ciò che interessa ai fini del conseguimento della pensione è che vi sia la cessazione del rapporto di lavoro dipendente, differentemente da quanto previsto per le lavoratrici autonome.

Per quanto riguarda l’avvio della procedura, spiega pmi.it:

“La decorrenza della pensione scatta secondo il meccanismo delle finestre mobili, 12 mesi dopo la maturazione del diritto per le dipendenti e 18 mesi dopo per le autonome.”

E l’assegno corrisposto viene calcolato esclusivamente con il criterio contributivo.

Opzione donna: nessuna conferma per il 2022!

Secondo recenti notizie, l’Opzione donna sembra essere vicinissima ad una nuova proroga o, addirittura, diventare strutturale.

La verità è che c’è ancora molta strada da percorrere prima di arrivare ad una conferma definitiva e il perché è di facile intuizione.

Purtroppo, sebbene sia una misura che permette di uscire dal lavoro con 35 anni di contributi e 58 anni di età (59 per le lavoratrici autonome), è un forte motivo di divisione.

C’è chi la reputa uno strumento pensionistico valido ma c’é chi evidenzia le penalità del lato economico, dovuto alle rigide regole di calcolo.

In poche parole, possiamo definirla “ottima per lo Stato ma pessima per le lavoratrici”.

Infatti, spiega orizzontescuola.it:

“Opzione donna resta uno strumento che è a basso costo per le casse dello Stato ed il motivo di questa virtuosità in termini di spesa previdenziale dipende sostanzialmente dal fatto che chi vi aderisce subisce un netto taglio di assegno per via del calcolo della pensione con il sistema contributivo.”

Un taglio talmente ingente da superare il 30% che varia a seconda:

  • dell’età
  • delle caratteristiche di carriera,retribuzione e anzianità contributiva

Un taglio accettato per forza da chi si trova nella condizione di non poter più lavorare.

È il caso di donne che diventano madri, che devono badare alla famiglia, che hanno problematiche particolari.

Non è giusto far preferire uno stipendio misero ma uscire prima dal lavoro, piuttosto che uscire un po’ più tardi ma vedersi riconoscere una somma decente.

Eppure, anche in questa situazione vige la formula che mette in relazione gli anni della carriera lavorativa con il numero dei versamenti contributivi.

Più questi due elementi saranno alti, più alto sarà il taglio.

Bisogna anche considerare che, ai fini del calcolo pensionistico vi sono altri fattori che incidono, come:

  • il montante dei contributi
  • gli anni in cui sono stati versati i contributi
  • le ultime retribuzioni
  • i coefficienti di trasformazione ( meno favorevoli quanto in età più giovane si lascia il lavoro)

Ma non solo.

Se si tratta di lavoratrici part time, è fondamentale sapere che questo tipo di contratto ha un impatto negativo sulla misura che può portare ad una riduzione dell’assegno davvero significativa.

E allora, che fare?

Opzione donna: possibile lavorare dopo la pensione?

In molte di voi penseranno: “Va bene, posso continuare a lavorare un pò qua e un pò la per integrare la pensione”

Ma è possibile?

La risposta è sì, alla fin fine lavorare dopo la pensione non è vietato!

Spiega altalex.com:

“La pensione maturata con Opzione donna può essere considerata pienamente cumulabile con altri redditi da lavoro al pari di qualsiasi altra pensione di vecchiaia o anticipata con il sistema misto o interamente retributivo”

Perciò, è possibile continuare a lavorare dopo la decorrenza del trattamento senza alcun pericolo di vedersi applicare riduzioni nell’assegno della pensione.

Chiaro che questa non sia la soluzione perfetta, ma a volte è l'unica che può permettervi di integrare la pensione come si deve.

Opzione donna e Quota 100: che flop!

Opzione donna e Quota 100 potrebbero andare via a braccetto. 

Le uniche misure previdenziali che avevano riscosso l'interesse del Governo, ora stanno perdendo l'appeal. La causa?

Sempre questa penalizzazione economica che si riversa anche sul pensionamento classico anticipato, in perdita di 21 mila unità.

Ma dico io... come possono pensare di intortarci con la pensione anticipata e la pace contributiva, se quando è il momento, non ci spetta nemmeno una lira?

Ovvio che andremo a preferire l'allungamento degli anni.

Almeno in quel caso avremmo una pensione degna del nome che porta!

Per quanto mi riguarda è possibile che noi giovani non la vedremo mai ma in ogni caso, è giusto dare un'opinione e approfondire l'argomento.

Per questo motivo vi lascio un articolo scritto da Achiropita Cicala, davvero molto esaustivo.

Comunque, se desiderate aderire all’Opzione donna, un consiglio che vi do è quello di considerare bene la vostra scelta valutando i pro e i contro. 

Non vale la pena scegliere la pensione anticipata se poi vi ritrovate con un pugno di mosche in tasca.

Si tratta di una questione di diritti, in quanto donne lavoratrici che fanno la loro parte.