Opzione Donna è stata prorogata nel 2022, assieme anche all’Ape Sociale che ha visto, per altro, un’estensione della platea ad altre categorie di lavoratori. Misure che vengono riconfermate, ma, specialmente nel caso della prima, si allontanano dalla possibilità di essere rese strutturali.

Per quest’anno, inoltre, il governo Draghi ha introdotto Quota 102 con l’obiettivo di rendere quanto più graduale possibile il passaggio tra Quota 100, che ha visto la fine a dicembre 2021, e la legge Fornero

Insomma, la riforma del sistema pensionistico non ha visto ancora la luce, ma il governo è ancora al lavoro per abbandonare le “quote” e introdurre misure durature che riescano, allo stesso tempo, a offrire flessibilità d’uscita per i lavoratori e a salvaguardare le casse dello Stato. 

La fine di Quota 100, infatti, è stato il frutto della necessità di trovare soluzioni meno dispendiose. Ma anche Opzione Donna, benché preveda un taglio dell’assegno per le beneficiarie che può arrivare anche al 30%, non è tra le opzioni più economiche. 

Nonostante non sia ancora possibile fare delle previsioni certe, non è comunque detto che Opzione Donna possa essere prorogata anche nel 2023. Entro il prossimo anno, infatti, l’intero sistema dovrebbe essere riformato e Opzione Donna, anche qualora non venga messa del tutto da parte, dovrebbe subire alcune modifiche. 

Opzione Donna e riforma pensioni: quali le previsioni e gli obiettivi per il 2023

Comincia la corsa per uscire anticipatamente dal mondo del lavoro usufruendo di Opzione Donna, il trattamento pensionistico che, ancora per tutto il 2022, darà la possibilità alle lavoratrici di andare in pensione:

con 58 anni di età per le lavoratrici dipendenti e 59 per le lavoratrici autonome e con un’anzianità contributiva di 35 anni. 

Anche per quest’anno, infatti, dopo una prima proposta che vedeva salire di un anno i requisiti anagrafici per usufruirne, Opzione Donna rimane attiva, assieme all’Ape Sociale, l’anticipo pensionistico a carico dello Stato. 

Il governo, però, potrebbe cambiare le carte in regola a partire dal 2023. Un anno che si prospetta cruciale per quella riforma delle pensioni che era già attesa negli ultimi mesi del 2021, ma che di fatto è stata posticipata. 

La soluzione del governo al temuto scalone, il ritorno alla Fornero, è stato mettere qualche toppa per un graduale cambiamento che non fosse impattante negativamente per quanti avevano intenzione di uscire anticipatamente dal mondo del lavoro. 

È proprio ieri che ha avuto luogo il tavolo con i sindacati, le cui proposte, però, non sembrano incontrare appieno quelle avanzate del governo. Da un lato la flessibilità di uscita, dall’altro il tentativo di approdare a soluzioni più sostenibili dal punto di vista economico. 

Opzione Donna, perché nel 2023 potremmo doverle dire addio

Non particolarmente vantaggiosa, Opzione Donna tutto sommato rimane una delle opportunità, per le lavoratrici, di uscire anticipatamente dal mondo del lavoro. 

Criticata da Bruxelles, così come le molte misure in Italia per la pensione anticipata, continuerà a permettere alle lavoratrici dipendenti o autonome di trovare una scorciatoia. Lo scotto che le donne che ne usufruiscono si trovano a pagare, però, non è da poco. 

Pensione anticipata sì, ma con un taglio dell’assegno che, in alcuni casi, raggiunge anche il 30%. Necessario, dal momento che, come sappiamo, le intenzioni del governo sono di trovare soluzioni, ma che siano sostenibili per le casse dello Stato. 

Eppure, anche così, Opzione Donna non viene annoverata tra i trattamenti pensionistici più economici e la cosa potrebbe essere ancor più impattante qualora vi dovesse essere un incremento delle speranze di vita. 

La tutela delle donne, per quanto fondamentale, non può forse giustificare però un’uscita da lavoro con soli 58 e 59 anni. Troppo presto per andare in pensione e troppo dispendio economico da parte dello Stato. 

Opzione Donna nel mirino, ma anche calcolo contributivo per tutti per andare in pensione prima

Si è tenuto ieri, 15 febbraio, il tavolo tra governo e sindacati, negoziato che va avanti già da dicembre e che, anche in questo caso, non sembra aver visto un accordo in grado di soddisfare tutti. 

Da un lato, infatti, i sindacati che chiedono la flessibilità di uscita, dall’altro il governo che deve far fronte a molte spese, specialmente in questo periodo di ripresa, e non intende offrire troppe opzioni per uscire anticipatamente dal mondo del lavoro. 

Anzi, la proposta del governo riguarda: 

pensionamento anticipato a 64 anni di età anagrafica e 20 anni di contributi, ma con ricalcolo interamente contributivo dell’assegno. 

Insomma, per andare in pensione c’è uno scotto da pagare. Esattamente come succede per Opzione Donna che, per alcune lavoratrici, comporta un ingente taglio sull’assegno pensionistico. 

I sindacati non approvano. Come affermato dal segretario Cgil, Roberto Ghiselli:

inaccettabile se comporta un taglio del 30% come in Opzione Donna

La contro proposta avanzata è quella di cui si stava parlando durante l’ultimo mese, e cioè prevedere un taglio del 3% per ogni anno di anticipo. 

Cosa potrebbe succedere a Opzione Donna nel 2023: addio o proroga

Non è ancora detta l’ultima parola. Il confronto tra governo e sindacati non si estingue con l’incontro di ieri, né la soluzione trovata dal governo verrà confermata senza vagliare ulteriori opzioni (d’altra parte è dagli ultimi mesi del 2021 che si ipotizzano nuovi scenari di possibilità di uscita anticipata, ma per il momento a rimanere solo i trattamenti pensionistici conosciuti fino ad ora). 

Il destino di Opzione Donna, riconfermata senza modifiche anche per quest’anno, sembra anch’esso tutt’altro che certo e, nel 2023, di possono ipotizzare due scenari: 

il primo è che Opzione Donna venga ormai abbandonata: il governo potrebbe, infatti, pensare a una soluzione per tutti, oppure si potrebbero prendere in considerazione le soluzioni proposte dai sindacati per la tutela di giovani e donne; il secondo è che Opzione Donna subisca delle modifiche. 

Qualora si decidesse di prorogare ulteriormente la misura (o farla diventare strutturale nel 2023), non sembrano esserci possibilità che Opzione Donna possa garantire un’uscita anticipata alle lavoratrici con 58 e 59 anni. 

L’innalzamento dell’età anagrafica potrebbe prevedere un incremento, come quello ipotizzato per la proroga 2022 (59 per le dipendenti e 60 per le autonome) sempre nell’ottica di mantenere una misura che, però, non si dimostri essere eccessivamente costosa. 

Opzione Donna, poco tempo? Come capire se conviene o no 

Potrebbe dunque trattarsi dell’ultima chiamata per Opzione Donna, o almeno, dell’ultima possibilità con i requisiti che conosciamo oggi. 

Di certo, la scelta non può essere presa alla leggera, considerando che uscire in anticipo dal mondo del lavoro, nel contesto della salvaguardia dei costi che il governo vuole portare avanti anche per futuri trattamenti pensionistici, include uno scotto da pagare. 

Ma quanto si perde, in effetti, con Opzione Donna? A questa domanda, com’è intuibile, non c’è una risposta corretta e valida per ogni lavoratrice. In linea di massima, infatti, se consideriamo che la pensione viene ricalcolata con calcolo interamente contributivo, la convenienza (o, al contrario, la sconvenienza) dipende proprio da questo ricalcolo. 

Insomma, le lavoratrici che hanno molti contributi antecedenti al 1996 migrati nel sistema contributivo sono quelle che con più probabilità si troverebbero di fronte a una maggiore penalizzazione dell’assegno.