Partita IVA: quali sono le differenze tra quella italiana e quelle estere?

Potrebbero esserci moltissime motivazioni per le quali potresti essere interessato al lavoro autonomo estero, non solo in Paesi comunitari, ma anche extracomunitari.

È indubbio, infatti, che esistano differenze tra partita IVA italiana e partita IVA estera.

Sia che il tuo interesse sia puramente legato alla curiosità, sia se hai intenzione di aprire una partita IVA all’estero, in un Paese diverso dall’Italia, in questo articolo cercheremo di capire quali sono esattamente le differenze tra una partita IVA italiana e la partita IVA all’estero. 

Partita IVA italiana: la normativa nel nostro Paese

La partita IVA, in Italia, viene identificata grazie ad un numero di undici cifre che è univoco; coloro i quali abbiano intenzione di svolgere un’attività economica abituale nel nostro Paese, per garantirsi di essere in regola con il fisco, devono necessariamente aprire la propria partita IVA, pena una posizione contributiva irregolare.

All’apertura della partita IVA, il contribuente italiano può scegliere a quale regime fiscale appartenere: questo dipenderà sostanzialmente dal fatturato annuo che si riuscirà a produrre. È infatti possibile scegliere tra un regime agevolato (il regime forfettario) se non si superano i 65.000 euro di ricavi annui; in caso contrario, il regime da scegliere è quello ordinario.

In base al regime scelto, la tassazione può essere molto variabile: partiamo da un’aliquota minima che è pari al 5% con il regime forfettario, fino ad un massimo di aliquota IRPEF che va dal 23% al 43% in caso di regime ordinario.

Insomma, professionisti e imprenditori italiani hanno a che fare con un sistema fiscale abbastanza complesso e variegato, e la situazione contributiva varia caso per caso, in base all’attività ed al fatturato annuo.

Partita IVA comunitaria: il VAT number

Quello che in Italia viene definito come numero partita IVA, all’estero viene chiamato VAT number. Anche in questo caso, si tratta di un codice identificativo univoco.

Ma cosa significa esattamente VAT? Si tratta dell’acronimo di Value Added Tax, ossia quella che noi chiamiamo comunemente Imposta sul Valore Aggiunto: possiamo insomma definire il VAT come il corrispondente estero dell’IVA.

Possedere un VAT number, in sostanza, permette ai professionisti di effettuare regolarmente transazioni commerciali coi Paesi comunitari: senza questo, non sarà possibile svolgere queste transazioni in forma di regolarità.

Vediamo, dunque, come è possibile ottenere una partita IVA abilitata alle transazioni comunitarie.

Aprire una partita IVA comunitaria: iscrizione al VIES

È possibile aprire una partita IVA che sia abilitata alle transazioni con gli stati comunitari, cioè facenti parte dell’Unione Europea, direttamente in Italia?

Chiaramente si, in quanto l’Agenzia delle Entrate permette a coloro i quali hanno necessità di intrattenere relazioni di tipo economico e commerciale con i Paesi comunitari di aprire una partita IVA ideona a questo genere di transazioni.

Chi è intenzionato a intrattenere operazioni comunitarie, deve infatti essere necessariamente iscritto al VAT information exchange system, definito anche con l’acronimo VIES.

L’inclusione all’archivio VIES può avvenire in due modalità: contestualmente all’apertura della partita IVA il titolare può dichiarare la volontà di effettuare operazioni comunitarie; se invece non ha effettuato la dichiarazione all’apertura della partita IVA, il titolare può inviare telematicamente la domanda per l’iscrizione al VIES.

L’obbligo di iscrizione al VIES è vigente per tutti quei professionisti ed imprenditori che intrattengono relazioni commerciali con altri Paesi europei.

Partita IVA estera: quando il VIES non basta

Potrebbe però presentarsi un caso differente, ossia quello in cui si renda necessario aprire la propria partita IVA in uno stato estero. 

Nella maggior parte dei casi, questo succede perché ci si trasferisce fuori dai confini dell’Italia; se si vuole avviare un’attività autonoma in un Paese estero, conviene in questo caso aprire la partita IVA nel Paese dove l’attività economica verrà svolta.

Tra i Paesi comunitari scelti soprattutto dai più giovani, che vogliono avviare la propria attività autonoma, spiccano Spagna e Malta, probabilmente in ragione della burocrazia molto più snella rispetto a quella italiana.

Aprire partita IVA estera a Malta

Il primo Paese di cui andremo ad analizzare brevemente il sistema fiscale legato all’apertura e alla gestione della propria partita IVA è Malta: questa piccolissima isola del mediterraneo (e, in generale, l’arcipelago di cui fa parte) è spesso scelta da molti europei che lavorano in proprio non solo per un costo della vita in linea con i Paesi europei, ma anche per la propria burocrazia, che permette di aprire agevolmente un’attività in proprio, senza scontrarsi con le lungaggini cui, spesso, dobbiamo far i conti nel nostro Paese.

Come ci spiega chiaramente giramundo.net, la richiesta di apertura partita IVA a Malta va presentata al VAT Department brevi manu o online; per poter richiedere il proprio VAT number, è necessario possedere il Social Security Number, oltre che una carta di identità maltese (o, in alternativa, il passaporto): ovviamente, è necessario possedere residenza nell’isola, quanto dopo sei mesi di permanenza sull’isola è necessario o acquisire la residenza, o far ritorno al proprio Paese d’origine.

L’Imposta sul Valore Aggiunto, in questo Paese, è pari al 18% (contro il 22% italiano).

Come in Italia, però, i redditi vengono tassati secondo un’aliquota progressiva, che non supera comunque il 35%. Va inoltre pagata la Social Security, il cui importo varia a seconda della categoria di lavoro cui si appartiene.

Partita IVA estera: la situazione in Spagna

Per aprire una partita IVA estera in Spagna, è necessario innanzitutto possedere la residenza in territorio spagnolo, grazie alla quale si potrà richiedere il codice fiscale in questo Paese.

Come accade in Italia, per richiedere l’apertura di partita IVA esiste uno specifico modello di dichiarazione inizio attività, il Modello 036/037, grazie al quale si otterrà il numero di identificazione della propria partita IVA.

Esiste, anche in Spagna, un ente simile alla nostra INPS, in questo caso denominato Seguridad Social, al quale occorre iscriversi per pagare gli oneri previdenziali.

Il regime fiscale spagnolo è semplicissimo: a differenza di quello italiano, prevede un'unica fiscalità (che, tra l’altro, a differenza di quanto accade col regime forfettario italiano, permette sempre di scaricare i costi legati all’attività lavorativa).

Partita IVA extracomunitaria: come funziona negli Stati Uniti e in Asia?

Abbiamo, fino ad ora, fatto degli esempi riguardanti Paesi appartenenti all’Unione Europea; eppure, il nostro continente non è di certo quello più vantaggioso a livello di tasse, oltre che di costo della vita. Ecco perché molti lavoratori che hanno intenzione di lavorare in autonomia decidono di trasferirsi in Paesi extraeuropei, soprattutto in Asia, dove i costi della vita sono molto più bassi rispetto all’Europa.

Partendo dagli Stati Uniti, qui non esiste l’IVA, ma la Sales Tax, una tassa sulle vendite che dipende dallo Stato dove si svolge la propria attività economica.

In Cina, infine, le cose funzionano diversamente: esiste infatti la fapiao, ossia una fattura cartacea che deve essere acquistata preventivamente, in modo che le imprese e i professionisti paghino in anticipo le imposte sulla vendita di beni e servizi: in questo modo il Paese combatte efficacemente l’evasione fiscale.

In ogni caso, non sempre è possibile, oltre che conveniente, aprire una partita IVA all’estero; per ulteriori approfondimenti, si consiglia la visione del seguente video, a cura dello Studio Allievi - Dottori Commercialisti: