Partita IVA falsa o errata, ci pensa la legge a punire i colpevoli.

In questo articolo analizzeremo due casi particolari: il fenomeno delle false partite IVA, che ad oggi è purtroppo molto diffuso nel nostro Paese, vessato da una situazione economica non proprio favorevole, ed il caso in cui si fornisca (volontariamente o per un errore) un numero di partita IVA errato

Si tratta di due casi differenti tra loro, per i quali, comunque, possono scattare delle sanzioni anche notevoli.

Falsa partita IVA: che cos’è

Nel nostro Paese, dobbiamo ammetterlo, i costi legati alle assunzioni di un dipendente in lavoro subordinato sono davvero molto elevati: questo, spesso, si traduce con stipendi molto bassi, o con degli escamotage non sempre leciti, che i datori di lavoro sfruttano nel tentativo di ridurre i costi, pur avvalendosi di personale qualificato per le loro aziende o attività.

In molti casi, si ricorre a quella che viene definita come falsa partita IVA.

Il datore di lavoro, in pratica, non assume il lavoratore con regolare contratto, ma si avvale della sua collaborazione chiedendo al lavoratore in questione di aprire la partita IVA e, senza regolarizzare la posizione del lavoratore tramite contratto di lavoro subordinato, si avvale del lavoro del soggetto in questione che viene trattato come un lavoratore dipendente, ma per il fisco il lavoratore verrà identificato come un lavoratore autonomo con partita IVA.

Purtroppo, si tratta di una situazione molto più diffusa di quanto si possa pensare: oggi moltissime aziende, piuttosto che regolarizzare la posizione del lavoratore, propongono delle collaborazioni occasionali con richiesta di apertura della partita IVA; di fatto, però, il lavoro si configura come una collaborazione tutt’altro che occasionale, ma come un lavoro dipendente.

Falsa partita IVA: come identificarla

I lavoratori, che in realtà non sono autonomi ma dei veri e propri dipendenti, non solo non hanno la possibilità di gestire autonomamente il proprio lavoro, ma non godono di nessuno dei diritti dei lavoratori dipendenti, quali le tutele assistenziali (non hanno diritto a giorni di malattia, né permessi retribuiti), il diritto a ferie, le tutele contributive, in quanto di fatto il datore di lavoro, nonostante usufruisca del lavoratore come fosse un dipendente, non paga alcun contributo.

Come si fa ad identificare una falsa partita IVA, richiesta cioè dall’azienda per permetterle di pagare meno tasse e contributi?

Ce lo spiega il Decreto Legislativo n.276 del 2003, all’articolo 69-bis, dove si spiega chiaramente che si può parlare di presunzione di subordinazione qualora si presentino almeno due delle seguenti situazioni:

  • criterio temporale, ossia una durata della collaborazione con la medesima azienda se il periodo di collaborazione occasionale, in due anni, ha superato gli otto mesi;
  • criterio del fatturato, cioè quando il fatturato totale del lavoratore con partita IVA sia derivante, negli ultimi due anni, dallo stesso committente o azienda per almeno l’80%;
  • criterio organizzativo, relativo alla postazione di lavoro fissa all’intendo dell’azienda per il lavoratore in questione.

Falsa partita IVA: quali sanzioni? Per chi?

Purtroppo, l’accertamento dei casi di falsa partita IVA è ostico, perché spesso sono i lavoratori stessi che, pur di ottenere un lavoro, accettano delle condizioni del genere che, di certo, non sono per loro molto vantaggiose.

Cosa accade in caso di accertamento di falsa partita IVA?

Lo stabiliscono la Legge n.92/2012 e il successivo Job Act (2016): per il lavoratore che sia stato costretto ad aprire partita IVA per ottenere il lavoro non ci sarà alcuna conseguenza. 

Diversa è invece la sorte del datore di lavoro. Una volta accertata la falsa partita IVA, infatti, l’azienda sarà costretta ad assumere il lavoratore.

Possono verificarsi due casi:

  • il lavoratore può essere assunto con contratto a progetto
  • il datore di lavoro deve necessariamente assumere il lavoratore con contratto a tempo indeterminato

Quest’ultimo caso sussiste qualora, nella medesima azienda, vi siano altri dipendenti con medesima posizione. 

Insomma, qualora si riesca ad individuare un lavoro dipendente travestito da falsa partita IVA, non sarà per fortuna il lavoratore a farne le spese, ma il datore di lavoro che ha tentato di ricorrere a questo escamotage nel tentativo risparmiare sull’assunzione.

Oltre all’obbligo di regolarizzare il lavoratore con contratto di lavoro, bisogna anche considerare il fatto che tale contratto partirà dalla data di emissione della prima fattura; il datore di lavoro sarà quindi obbligato al pagamento di tutti gli obblighi contributivi e fiscali a partire da quella data.

Non si tratta di una vera e propria sanzione ma, se il rapporto di finta collaborazione occasionale è durato anni, le cifre da recuperare saranno di certo molto elevate.

Del fenomeno della falsa partita IVA ne parla anche Partitaiva 24, di cui si consiglia la visione:

Partita IVA errata: attenzione al numero corretto!

Passiamo adesso ai casi in cui venga comunicata una partita IVA errata, soprattutto durante l’emissione delle fatture.

Il lavoratore con partita IVA è infatti tenuto a comunicare il numero di partita IVA corretto, secondo quanto stabilito dal DPR 633/1972 all’articolo 21 comma 2 (quello che viene comunemente definito come decreto IVA).

Potrebbe però succedere, per svariati motivi che magari non dipendono dalla volontà del possessore di partita IVA, di indicare un numero di partita IVA errato, per esempio su una fattura.

Come ci mostra informazionefiscale.it in un proprio articolo, in questo caso esistono due modi per porre rimedio all’errore, così come stabilito dall’Agenzia delle Entrate lo scorso anno, con la risposta n.133.

Un primo modo per riparare all’errore nel caso in cui venga emessa la fattura sbagliata, potrebbe essere sufficiente correggere la fattura semplicemente inviando quella corretta al cliente con le opportune modifiche. Questo non è ovviamente possibile nel caso in cui la fattura in oggetto sia già stata registrata dal cliente stesso. In questo caso, si emetterà una nota di credito, per poi procedere all’emissione della fatturazione corretta.

Partita IVA sbagliata: cosa succede con fattura elettronica

Se la partita IVA sbagliata è stata inserita in una fattura elettronica, invece, come comunica l’Agenzia delle Entrate nella risposta già citata, è possibile emettere un’autofattura mediante documento TD20 e trasmetterla poi al Sistema di Interscambio. In questo modo è possibile evitare future sanzioni, di cui parleremo nel prossimo paragrafo.

Tutte le eventuali variazioni, comunque, vanno scrupolosamente registrate sul registro IVA, dove andrà specificato che la modifica della fattura è avvenuta utilizzando l’autofattura da parte dal committente. Tutta la documentazione va ovviamente conservata, in modo da essere disponibile per eventuali accertamenti fiscali.

Partita IVA errata: quali sono le sanzioni previste?

In questo particolare caso, qualora non si effettuino le opportune correzioni, sono previste delle sanzioni pecuniarie.

Non si tratta, ovviamente, di errori relativi al calcolo dell’IVA (che, di solito, comportano delle multe molto salate). Nello specifico caso, l’entità della sanzione è molto variabile: se il titolare di partita IVA dovesse premurarsi di modificare la fattura in sede di dichiarazione IVA, la multa sarà pari a 25,80 euro. Se tale modifica non avviene e la partita IVA errata in fattura dovesse emergere in seguito a controlli, le cifre salgono invece da 258 fino ad un massimo di 2056 euro.