Vuoi aprire una partita IVA e iniziare a lavorare autonomamente? Allora ti sarai sicuramente posto queste domande:

Quanto costa la partita IVA?

Quali sono le spese previste per quanto riguarda tasse e contributi?

Si, perché ovviamente lavorare in proprio ha dei vantaggi, ma comporta anche dei costi, che devi tenere in considerazione. 

In questa piccola guida, cercheremo di analizzare quali sono i costi annuali legati alla partita IVA che dovrai sostenere se hai intenzione di avviare la tua impresa o una attività in autonomia.

Costi di apertura partita IVA

Possiamo iniziare subito col fare una distinzione tra i tipi di costi che una partita IVA prevede; Soldioggi suddivide questi costi in:

costi di tenuta (che riguardano le spese di iscrizione alla Camera di commercio, ai bolli e all’onorario del commercialista) e costi di gestione (che riguardano le spese che devi sostenere durante la tua attività). 

In realtà, aprire una partita IVA è gratuito: come abbiamo visto in un precedente articolo dove analizzato come aprire una partita IVA, la richiesta può essere fatta pervenire all’Agenzia delle Entrate in maniera del tutto gratuita, indipendentemente dal modo in cui la si invia.

La procedura può infatti avvenire online, recandosi presso uno degli Uffici dell’Agenzia delle Entrate sparsi in territorio italiano, o inviando una raccomandata A/R all’Agenzia: qualunque sia la procedura scelta, la richiesta di apertura partita IVA non comporta costi ed è un’operazione totalmente gratuita.

Attenzione però: chi deciderà di avvalersi dell’aiuto e della consulenza di un esperto in materia dovrà ovviamente considerare i costi richiesti dal professionista scelto.

Il professionista, tra l’altro, andrà pagato annualmente se si decide di avvalersi della sua consulenza: questi costi andranno aggiunti ai costi annuali di gestione partita IVA, di cui parleremo nel prossimo paragrafo.

Partita IVA: costi annuali

All’apertura della partita IVA, in base al tipo di attività svolta, potrebbe rendersi necessaria l’iscrizione ad un albo o ad una associazione di categoria; in questo caso, l’iscrizione al registro della categoria di appartenenza ha un costo, non soltanto di iscrizione ma anche annuale. I costi variano a seconda dell’albo di appartenenza.

Vi sono poi i costi previdenziali: anche questi dipendono dalla categoria professionale di appartenenza, in quanto la maggior parte delle professioni possiede una propria cassa previdenziale. È previsto che, in base alla categoria, si paghi un minimo annuo, cui si aggiungerà una percentuale sul reddito prodotto ogni anno.

Se invece la propria categoria professionale non possiede una cassa previdenziale, bisognerà iscriversi alla gestione separata INPS; come riporta informazionefiscale.it, in questo caso l’aliquota “per il 2021 è (…) pari al 25,98%”.

Costi partita IVA: quali sono le tasse da pagare?

Una delle maggiori preoccupazioni dei lavoratori autonomi e degli imprenditori che avviano una propria attività è rappresentata dalle tasse, che andranno a diminuire quello che sarà in guadagno finale che il lavoratore autonomo porterà a casa ogni anno, diminuzione che spesso raggiunge entità importanti.

In Italia, abbiamo vari tipi di tasse che vanno pagate e che si aggiungono ai costi di gestione di una partita IVA:

  • IRPEF, acronimo di Imposta sul Reddito delle Persone Fisiche, un’imposta la cui quota percentuale aumenta all’aumentare del reddito prodotto; è l’imposta più importante del nostro sistema tributario;
  • Addizionale regionale, una imposta su base regionale (la cui aliquota varia quindi da regione a regione) che si applica ai fini IRPEF al reddito totale; 
  • Addizionale comunale, un’imposta molto simile all’addizionale regionale, ma a livello comunale (il singolo comune può cioè determinare la propria aliquota);
  • IRAP, acronimo di Imposta Regionale sulle Attività Produttive, va pagata se si svolge attività economica abituale, sia nel caso si producano bene, sia se si prestino servizi.
  • IVA, ossia l’imposta sul Valore Aggiunto, che viene applicata sulle transazioni di beni e servizi che avvengono nel nostro Paese

Tuttavia, è importante sapere che queste tasse variano, anche di moltissimo, a seconda del regime fiscale cui si decide di aderire al momento dell’apertura della partita IVA. Purtroppo, per aderire ad un regime in particolare, esistono dei requisiti da rispettare.

Analizziamo dunque i regimi fiscali cui si può aderire e quali sono i loro costi.

Costi partita IVA a regime forfettario

Il regime più conveniente che abbiamo in Italia è decisamente il regime forfettario, spesso definito anche come regime agevolato.

In questo caso, i costi di partita IVA previsti per questo tipo di regime prevedono una imposta unica, che prende il nome di imposta sostitutiva. Il suo nome deriva dal fatto che, invece di pagare tutti i tipi di tasse analizzati al paragrafo precedente, si paga una sola imposta unica.

L’imposta sostitutiva del regime forfettario, pari al 15%, viene calcolata non sull’intero guadagno annuale, ma grazie alla quota forfait, ossia una percentuale che viene stabilita in base al codice ATECO (che dipende dalla categoria di appartenenza dell’attività svolta). 

Insomma, si tratta di un regime molto conveniente, in quanto non andranno pagate tutte le tasse di cui abbiamo parlato sopra, ma soltanto questa unica imposta sostitutiva. L’unico svantaggio del regime forfettario è l’impossibilità di scaricare i costi di gestione legati all’attività svolta. Se non si considera quest’ultimo inconveniente, però, si tratta del regime che prevede dei costi partita IVA veramente vantaggiosi.

Ma non tutti possono aderire al regime forfettario. Esistono infatti dei requisiti prestabiliti che permettono l’adesione o meno al regime forfettario, quali il limite annuale di 65.000 euro di reddito prodotto, oltre che un limite di 20.000 euro di spese per dipendenti e lavoro accessorio.

Se però si rispettano questi requisiti, il lavoratore autonomo può aderire al regime forfettario fino a quando il rispetto sarà garantito. A differenza di quanto accadeva in passato, quando il regime agevolato era permesso solamente fino al quinto anno dall’avvio dell’attività, se non vengono superati i 65.000 euro di guadagno annuo si potrà continuare a mantenere questo regime, pagando quindi come tassa solamente l’imposta sostitutiva.

Costi partita IVA a regime ordinario

Diverso è il caso in cui, per il mancato rispetto dei requisiti, si debba necessariamente scegliere il regime ordinario; in questo caso i costi partita IVA salgono.

In questo caso, infatti, non sarà possibile pagare un’imposta sostitutiva unica, ma andranno pagate tutte le tasse che abbiamo precedentemente menzionato; nello specifico, andrà pagata l’IRPEF, la cui aliquota può andare dal 23% al 43%; l’IVA al 22%; l’IRAP al 3,9%. Andranno poi aggiunte le addizionali regionali e comunali, che come già detto variano a seconda della regione e della provincia di appartenenza.

L’IRPEF varia al variare del reddito percepito: ecco perché il suo importo può variare dal 23 al 43%. Nello specifico, fino a 15.000 euro, il lavoratore pagherà in 23% del reddito annuo; tra i 15.001 e i 28.000 euro di reddito, la percentuale è invece pari al 27% del reddito (cui si aggiunge una quota fissa di 3.450 euro). Tra i 28.001 ed i 55.000 euro annui, invece, l’IRPEF è pari al 38%, cui va aggiunta una cifra fissa pari a 6.960 euro. Con un reddito annuo che va dai 55.001 ai 75.000 euro, la percentuale è pari al 41%, cui va aggiunta una quota fissa di 17.220.

Per redditi superiori ai 75.000 euro, infine, la quota fissa è pari a 25.420 euro, cui va aggiunto il 43% del reddito.

I costi partita IVA a regime ordinario sono quindi molto elevati; c’è però un vantaggio rispetto al regime forfettario: eventuali costi di gestione possono essere scaricati.