Fino a qualche anno fa il regime dei minimi era l’istituto fiscale alternativo a quello ordinario. Con la Legge di stabilità 2016, il governo italiano ha approvato un nuovo regime fiscale per partita IVA agevolato, che è tutt’oggi in corso di validità, ovvero il regime forfettario.

Attualmente il regime forfettario è l’unico sistema agevolato destinato a persone fisiche che svolgono attività di lavoro autonomo o sono possessori di imprese a partita IVA i cui ricavi non superano i 65mila euro annui lordi.

Partita IVA e regime dei minimi: facciamo un passo indietro

Il regime dei minimi per partita IVA venne introdotto nel lontano 2007 con la Legge di Bilancio (legge n. 244 del 24 dicembre 2007), entrata in vigore a partire dal 1° gennaio 2008, come risposta alla forte crisi economica che sia l’Italia che l’Europa tutta stavano attraversando. Inizialmente, infatti, tale regime fiscale consentiva anche ai soggetti in mobilità o disoccupati, ma in possesso di una partita IVA, l’accesso a tale modalità fiscale "agevolata" con un’imposta sostitutiva del 20%.

Il regime dei minimi doveva, infatti, aiutare i contribuenti ad aprire una partita IVA secondo modalità semplificate e offrendo delle condizioni più vantaggiose. Inizialmente l’istituto fiscale doveva restar valido fino al 31 dicembre 2010, il seguito ad una deliberazione del Consiglio Europeo, esso venne promulgato fino al 31 dicembre 2013.

Con la nuova legge finanziaria del 2012 il regime dei minimi venne modificato: furono ristretti i requisiti per accedere al sistema fiscale per le partite IVA e il tasso dell’imposta sostitutiva si ridusse, passando dal 20% al 5%.

Ancora nel 2015, la nuova Legge di stabilità (legge n. 190 del 23 dicembre 2014) riformò l’istituto che venne allargato anche ai soggetti a partita IVA precettori di compensi per lavoro accessorio fino a 5000 euro. Fino ad arrivare al 2016, quando il regime dei minimi venne definitivamente sostituito da quello forfettario – attualmente in vigore e unico regime fiscale agevolato contemplato dall’ordinamento italiano.

Partita IVA a regime dei minimi: un sistema conveniente e semplice da gestire

Rispetto al regime ordinario, il regime dei minimi risultava, non solo più conveniente nei riguardi dei contribuenti a partita IVA per le percentuali di imposta da corrispondere al Fisco italiano, ma anche più semplice da gestire.

Infatti, i titolari di partita IVA che vi rientravano non erano vincolati alla conservazione delle scritture contabili, anche se erano tenuti a conservare e numerare i documenti fiscali. Tale obbligo poteva risultare particolarmente ostico per quanti erano alle prime armi con la burocrazia e gli obblighi fiscali.

Partita IVA a regime dei minimi e a regime forfettario: limiti e differenze tra i due istituti

Mettendo a confronto i due sistemi fiscali per partita IVA si scoprono una serie di differenze che risulta molto interessante mettere in luce nei confronti di quanti abbiano aderito all’uno o all’altro regime o desiderino cambiarlo.

Partita IVA a regime dei minimi e regime forfettario: i limiti relativi al fatturato

Le attività a partita IVA che rientravano nel regime dei minimi avevano un limite di fatturato che non doveva superare i 30mila euro lordi annuali. Tale soglia non poteva essere superata né durante l’anno precedente all’entrata nel regime né durante la permanenza in esso, in quanto il rischio era che il soggetto dovesse passare ad un regime fiscale con causali più onerose.

Col regime fiscale forfettario, invece, il limite di fatturato annuo per le partite IVA è compreso tra i 25mila e i 50mila euro. La soglia limite per la fatturazione dipende dal codice ATECO link assegnato, ovvero dalla tipologia di esercizio a partita IVA a cui appartiene.

Partita IVA a regime dei minimi e regime forfettario: i limiti relativi alla durata

I limiti di durata associati alla partita IVA a regime dei minimi erano due:

  1. Se il soggetto possessore di partita IVA avesse avuto meno di 35 anni, questi avrebbe potuto usufruire del regime fiscale dei minimi fino al raggiungimento di quella specifica età.
  2. Se il titolare di partita IVA avesse avuto più di 35 anni, si sarebbe potuto rientrare nel regime dei minimi solo per 5 anni per poi passare ad un altro regime fiscale.

L’introduzione del regime forfettario semplifica di molto tali requisiti di accesso per le partite IVA in quanto non sono previsti né limitazioni anagrafiche né temporali se non quelle legate alle quote del fatturato annuo.

Partita IVA a regime dei minimi e regime forfettario: le differenze relative alla tassazione

Il vecchio regime dei minimi prevedeva una tassazione sulla partita IVA con un’imposta sostitutiva del 5% sul reddito netto (risultato della quota lorda meno le spese). All’interno del nuovo regime fiscale forfettario, invece, ai contribuenti viene imposta un’aliquota pari al 15% sul fatturato annuo.

Inoltre, per i soggetti che vogliono avviare una nuova attività a partita IVA a regime forfettario, la normativa ha previsto uno sgravio fiscale di 2/3 applicato ai primi 5 anni di esercizio. I nuovi contribuenti, quindi, saranno tassati con una percentuale del 5% sul reddito della loro impresa per poi passare al 15% a partire dal sesto anno di attività.

Partita IVA e regime dei minimi: cosa fare per passare al regime forfettario

Come già detto in precedenza, dal 2016 il regime dei minimi è stato sostituito definitivamente da quello forfettario. Tuttavia, per tutti i contribuenti che avevano già aperto una partita IVA inserita nel vecchio regime agevolato è possibile passare dal precedente regime dei minimi al nuovo agevolato senza subire alcuna ripercussione. Vediamo meglio i dettagli e le novità anche in relazione all’anno finanziario 2021.

Le indicazioni dell’Agenzia delle Entrate riportano che per i soggetti che avevano già aperto una partita IVA nel regime dei minimi è possibile passare al regime forfettario in qualsiasi momento e che si può anche usufruire dell’imposta sostitutiva al 5% (che passa al 3% se l’attività è stata avviata nel 2015). L’unico requisito richiesto dal Fisco italiano era che i titolari di partita IVA che volevano passare al regime forfettario dovevano avere un reddito annuale inferiore a 50mila euro.

Ma cosa è cambiato nel 2021?

Partita IVA tra regime dei minimi e regime forfettario: cosa cambia nel 2021 con la Flat tax al 15%

Per l’anno finanziario 2021 le regole sono cambiate.

Innanzitutto, non esiste più il vincolo di permanenza della partita IVA nel regime forfettario originario, vale a dire che il contribuente può far richiesta (tramite il suo commercialista) di passaggio dal regime dei minimi a quello agevolato senza aspettare la naturale scadenza dell’istituto fiscale a cui aveva aderito in quanto oramai nell’ordinamento italiano è contemplato esclusivamente il regime forfettario.

Ulteriori novità introdotte nel 2021 riguardano l’entrata in vigore della cosiddetta Flat tax al 15% che ha modificato i requisiti per accedere al regime forfettario. Innanzitutto, l’aliquota imposta sul reddito delle attività a partita IVA non è più del 5% ma del 15%; inoltre, è stata alzata la soglia limite del fatturato annuo che passa da 50mila euro a 65mila euro.

Infine, la Flat tax al 15% per il 2021 aprirà l’accesso al regime forfettario non solo ai lavoratori autonomi e ai liberi professionisti, ma anche alle Srl, Snc e Sas a partita IVA che abbiano ricavi annuali entro i 65mila euro. Per i soggetti che invece otterranno guadagni superiori alla soglia limite imposta dalla normativa fiscale, la tassazione verrà imposta in base alle aliquote IRPEF.

Per avere maggiori informazioni sulle caratteristiche del regime forfettario per le partite IVA, si rimanda all’articolo di approfondimento sull’argomento; mentre per una panoramica più dettagliata del vecchio regime agevolato dei minimi, si consiglia il video del canale YouTube "FORFINANCE TV".