Per definizione la partita IVA è una serie di undici numeri che servono ad identificare un soggetto che svolge un’attività lavorativa autonoma (libero professionista, titolare d’impresa o società privata) al fine di imporre la giusta tassazione su beni e servizi inerenti alla sua categoria lavorativa.

Semplificando ancora il concetto, la partita IVA è quello strumento che permette ai lavoratori indipendenti di dichiarare legalmente i propri incassi, emettere fatture, pagare la previdenza sociale e i tributi sul territorio nazionale nel rispetto del sistema fiscale italiano.

Partita IVA, un passo indietro: che cos’è l’IVA?

Prima di parlare nello specifico della partita IVA è bene spiegare il significato della parola "IVA". Il termine è l’acronimo di Imposta sul Valore Aggiunto ed indica una tassazione che viene, appunto, aggiunta (secondo specifiche percentuali) durante la fase di produzione o lavorazione di un prodotto o servizio. 

L’IVA è stata introdotta a partire dal 1968 a livello mondiale ed europeo. In Italia è stata ammessa nel 1972 a seguito del Decreto del Presidente della Repubblica n. 633 del 26 ottobre 1972, a seguito di un cambio di nomenclatura (da IGE a IVA), con lo scopo di uniformarsi ai sistemi tributari dei Paesi UE e attuare uno "sviluppo armonioso delle attività economiche nell'insieme della Comunità" (art. 2 dei Trattati di Roma del 1957).

Partita IVA e aliquota: chi è tenuto a pagare l’IVA e in che percentuale

L’imposta sul valore aggiunto figura, quindi, come una sorta di "tassa" che viene pagata dall’utente finale (cioè il consumatore del bene o del servizio di cui ha fruito) e figura come un pagamento maggiorato sul prezzo di vendita rispetto a quello originari "grezzo" (ndr.).

Questa differenza sul prezzo finale è data dal fatto che i produttori o i distributori di un determinato prodotto detraggono la percentuale del valore dell’IVA dai costi che hanno sostenuto per l’acquisto dei materiali.

L’ammontare dell’IVA, quindi, si impone su qualsiasi oggetto, prestazione o bene offerto al consumatore e si paga secondo determinate percentuali (o aliquote) che dipendono dalla categoria di beni e servizi di cui si usufruisce. Esistono tre diverse tipologie di aliquote di cui si dovrà tener conto nel momento di assegnazione della partita IVA:

  1. Aliquota minima: viene applicata ai beni di "prima necessità" come i generi alimentari o i prodotti del settore della stampa (riviste, giornali,) e ha un valore del 4%.
  2. Aliquota ridotta: corrisponde al 10% dell’IVA e fa riferimento ai servizi turistici o della ristorazione.
  3. Aliquota ordinaria: è una quota dell’IVA che fa riferimento a tutti i prodotti e servizi non compresi nelle due precedenti categorie e in Italia corrisponde ad un valore pari al 22%.

Partita IVA: cosa significano le undici cifre del codice identificativo e a cosa servono 

Il codice identificativo di ogni partita IVA è univoco, ovvero non possono esistere due partite IVA con la stessa serie numerica, neanche se lo stesso professionista chiude la propria attività e ne apre una nuova. In quest’ultimo caso il titolare riceverà una partita IVA con un codice ex novo.

Le undici cifre presenti nella partita IVA possono essere raggruppate secondo questo schema esplicativo:

  • Le prime sette indicano il nome del libero professionista o la denominazione dell’attività titolare della partita IVA.
  • I tre numeri successivi sono un codice che identifica l’ufficio provinciale dell’Agenzia delle Entrate che ha rilasciato la partita IVA al titolare.
  • L’ultima cifra è un semplice codice di controllo che serve a verificare l’esattezza delle dieci precedenti.

Partita IVA: le categorie di lavoratori che devono aprirla 

Secondo l’ordinamento italiano sono obbligati ad aprire una partita IVA tutti quei lavoratori che svolgono delle prestazioni lavorative in maniera continuativa, ma senza essere dipendenti da un datore di lavoro privato o pubblico. Si fa riferimento, quindi, ai liberi professionisti (medici, avvocati, titolari di ditte o aziende) che non svolgono prestazioni di lavoro occasionali e con un fatturato lordo annuale superiore a 5000 euro.

Per tutti coloro che invece svolgono un lavoro in prestazione occasionale, ovvero per un periodo di tempo molto breve e con un reddito lordo annuo inferiore a 5000 euro, non è obbligatorio aprire una partita IVA ma si potrà far riferimento alla cosiddetta ritenuta d’acconto che prevede una la presentazione di una ricevuta con una detrazione del 20% sul guadagno finale.

Partita IVA: perché conviene aprirne una e come gestirla 

Aprire una partita IVA risulta essere funzionale per diversi motivi, innanzitutto per essere in grado di emettere fatture a seguito di un servizio erogato al consumatore e soprattutto per essere in regola col sistema fiscale italiano rispetto al versamento dei contributi. 

Ogni categoria di lavoratori che possiede una partita IVA può, però, avere degli adempimenti diversi da rispettare. Ad esempio, per i medici, i giornalisti o professionalità simili è richiesta l’iscrizione ad un ordine professionale (o Albo) e quindi ad una "cassa" specifica; ciò comporterà il versamento di una certa quota di contributi fissi. Inoltre, la percentuale di redditività dipende anche dall’assegnazione del cosiddetto codice ATECO.

Una panoramica sui temi della partita IVA, su come gestire e quando pagare i contributi viene presentata in maniera molto semplice ed immediata nel video sottostante, realizzato dal canale YouTube spREaD Bull.

Partita IVA e codici ATECO: la classificazione fondamentale per le attività economiche che vogliono aprire una partita IVA

Il codice ATECO (acronimo di ATtività ECOnomica) è una classificazione delle attività economiche che viene stabilita annualmente dall’ISTAT (Istituto Nazionale di Statistica) e si configura come un codice alfanumerico che identifica esattamente il settore a cui appartengono le attività commerciali.

Ai fini dell’apertura di una partita IVA, possedere il codice ATECO per un’attività di carattere economico è fondamentale sia dal punto di vista delle rilevazioni statistiche nazionali sia per mettersi in regola da un punto di vista contributivo e fiscale.

Prima di aprire una partita IVA il potenziale titolare della stessa dovrà dare comunicazione all’Agenzia delle Entrate della tipologia di servizio che vuole erogare, di conseguenza l’Agenzia vi attribuirà il codice ATECO di riferimento che andrà a catalogare, in maniera univoca, l’attività che il soggetto vuole intraprendere (in base alla classificazione ATECO dell'anno corrente).

Partita IVA e codici ATECO: come cambia il codice alle variazioni o all’espansione dell’attività economica 

Nel caso di variazioni dell’attività economica o di svolgimento di più attività (anche di diversa tipologia) è possibile mantenere la stessa partita IVA seppur si abbia, in quest’ultimo caso, la necessità di avere più codici ATECO.

Per effettuare queste operazioni (e non intaccare il regime di partita IVA stabilito) si dovrà farne comunicazione all’Agenzia delle Entrate entro 30 giorni dalla modifica, specificando quale delle diverse attività il titolare considera come principale – ovvero quella dalla quale percepisce una quota di reddito maggiore – e quali come secondarie. Stessa procedura in caso di chiusura della partita IVA.

Partita IVA: cosa prevedere il regolamento fiscale italiano

In Italia il numero di partita IVA viene rilasciato dal Fisco italiano a seguito di una richiesta effettuata dal titolare dell’attività economica o commerciale, secondo la normativa stabilita nel Decreto del Presidente della Repubblica n. 404 del 5 ottobre 2001.

A partire dal 1° dicembre 2001, il numero di partita IVA viene assegnato al contribuente dall’Agenzia delle Entrate ed è valido e invariato su tutto il territorio italiano fino al momento in cui l’attività per cui si è aperta la partita IVA resta attiva. 

Partita IVA comunitaria: cos’è e cosa prevede la normativa della Comunità europea

Per tutti i liberi professionisti che vogliano intraprendere o estendere le proprie attività economiche o i propri rapporti di lavoro ai paesi esteri (ma comunque entro i confini della Comunità Europea) è necessario munirsi di partita IVA comunitaria

Per effettuare operazioni commerciali con i paesi dell’Unione europea sarà quindi necessario registrarsi in appositi elenchi: i VIES; questi si configurano come una sorta di sistema di sicurezza che permette di verificare la validità del codice della partita IVA che vuole effettuare operazioni con i paesi comunitari.

La richiesta di inserimento nell’archivio VIES va fatta sempre all’Agenzia delle Entrate (con lo stesso iter procedurale di una classica partita IVA) e può essere effettuata sia nel momento in cui si richiede la prima partita IVA italiana sia in un secondo momento, ovvero quando si prevede un ampliamento dell’attività in territorio europeo.