Andare in pensione a 62 anni, con 35 di contributi: la riforma del nostro sistema previdenziale inizia a prendere corpo e a seguire nuove strade. Il Governo, guidato da Mario Draghi, nel corso delle prossime settimane dovrà affrontare il problema del post Quota 100 e dovrà trovare una soluzione che eviti ai lavoratori di affrontare uno scalone pesante e particolarmente iniquo. All'orizzonte arriva una proposta presentata da Forza Italia alla Camera, che prevede una riforma delle pensioni con un'uscita a 62 anni e 35 di contributi. Sostanzialmente, in questo modo, si uscirebbe dal mondo del lavoro con la stessa età richiesta da Quota 100, ma con 3 anni in meno di contributi. Ma anche con una serie di penalizzazioni a carico del lavoratore.

Sostanzialmente l'abbiamo un po' capito, ultimamente lasciare il mondo del lavoro anticipatamente ha un costo, che deve essere sostenuto dal lavoratore stesso. Le casse dello Stato non possono permetterselo. A proporre questa nuova soluzione è stata Renata Polverini, ex governatrice del Lazio, che sostanzialmente è andata a rispolverare una riforma delle pensioni, presentata qualche tempo fa da Cesare Damiano e Marialuisa Gnecchi.

In pensione a 62 anni. Con 35 di contributi!

Cosa prevede questa nuova proposta per andare in pensione? Sostanzialmente ai lavoratori sarebbe data la possibilità di andare in quiescenza al compimento dei 62 anni, purché abbiano maturato almeno 35 anni di contributi. Purtroppo l'assegno previdenziale verrebbe penalizzato del 2% per ogni anno di anticipo. Il taglio che si verrebbe a delineare avrebbe le seguenti caratteristiche:

  • uscita a 62 anni: taglio del 10%;
  • uscita a 63 anni: taglio dell'8%;
  • uscita a 64 anni: taglio del 6%;
  • uscita a 65 anni: taglio del 4%;
  • uscita a 66 anni: taglio del 2%.

Se è vero che si parla di tagli dell'assegno previdenziale, è pur vero che la penalizzazione non è poi così pesante. Su un importo da 1.500 euro, si parla di una riduzione massima di 150 euro. Senza dubbio la parte che rende questa proposta interessante, almeno dal punto di vista del lavoratore, è che richiede tre anni di contributi in meno rispetto a Quota 100, che le spianerebbe la strada per riuscire a coinvolgere una platea più ampia di lavoratori. A questo si aggiunge anche il fatto che, perché venga concessa la pensione, non sarebbe necessario che l'assegno pensionistico raggiunga una soglia minima di importo.

Riforma delle pensioni: siamo in alto mare!

Se al momento l'unica certezza per il 2022 è quella che non si potrà più andare in pensione grazie a Quota 100, per il resto siamo completamente in alto mare. Si susseguono le proposte, le iniziative o le semplici previsioni di intervento. Ma andando a ben vedere, passano i giorni e le settimane, ma reali certezze sul futuro del nostro sistema previdenziale continuano a mancare. Purtroppo, sempre che non arrivi un cambio di rotta in questo ultimo trimestre di anno, andrà a finire che i lavoratori dovranno andare in pensione rispettando le regole della riforma Fornero. Alcuni osservatori sperano che il Governo cerchi di intervenire allargando le maglie dele misure che esistono già. Magari etendendo i diritti ad una platea più ampia di lavoratori. Anche se è necessario tenere in conto le penalizzazioni che potrebbero arrivare.

L'incubo di Mario Draghi e del suo Governo potrebbe essere proprio quello di mettere mano ad un sistema previdenziale, che ha la necessità di essere riformato. E' un'operazione difficile da portare a termine e Draghi se ne sta rendendo conto. Lavoratori e sindacati stanno spingendo verso misure che possano permettere di andare in pensione anticipatamente, o almeno in maniera più favorevole. Senza che arrivino forti penalizzazioni sugli assegni mensili. Al contrario Draghi deve cercare di mantenere in regola i conti dello Stato e deve cercare di non pesare troppo sulle casse dell'Inps.

Pensioni: il Governo ha le mani legate!

Lavoratori e sindacati hanno la possibilità di presentare le proprie proposte e produrre le proprie soluzioni. Il Governo, invece, ha le mani legate. Mettiamoci, poi, anche il problema dei tempi stretti a disposizione. Al nostro paese, infatti, è arrivata quella che può essere considerata come la fetta più grossa dei fondi del piano europeo per l'emergenza Covid: sono fondi molto utili, che dovrebbero servire ad aiutare l'Italia a risollevarsi da questa pesante crisi economica. Ma è necessario stare molto attenti e soprattutto rispettare le indicazioni che arrivano dall'Europa. E se si parla di pensioni, l'Unione europea non vede molto di buon occhio eventuali novità che prevedano un'uscita anticipata dal mondo del lavoro.

E' necessario aggiungere, poi, un ulteriore problema che affligge il nostro sistema previdenziale, che ha una evidente anomalia. Per le casse statali vengono considerate come un'unica spesa quelle che riguardano l'assistenza e quelle che coinvolgono la previdenza. Sono due aree completamente differenti, che dovrebbero coprire due capitoli diversi della spesa pubblica. Ma che erroneamente sono state cumulate e che da tempo si vorrebbe dividere. Senza che nessuno lo abbia mai fatto. Al Governo c'è chi, oggi come oggi, vede come un errore Quota 100: difficilmente dietro a forti contrasti politici ci si riesce a muovere per portare a termine delle proposte migliorative o che quanto meno possano mettere in ordine il nostro disastrato sistema previdenziale.