Quali certezze hanno i lavoratori, al giorno d'oggi, sulle loro pensioni? Una è sicura: Quota 100 esaurirà il proprio percorso a fine anno. Dal 1° gennaio 2022 torneranno a pieno regime le regole della riforma Fornero e sarà necessario aspettare il raggiungimento dei 67 anni per andare in pensione. Si aprirà un bello scalone, che loro malgrado, coinvolgerà tutti i lavoratori. Ma in concreto che cosa dobbiamo aspettarci con le nostre pensioni? Enrico Letta, segretario del Partito Democratico, continua a chiedere che sia permesso a quanti stiano effettuando dei lavori usuranti di andare in pensione anticipatamente. Matteo Salvini, leader della Lega, ritiene che sia impensabile portare da 62 a 67 anni l'età della pensione per i lavoratori.

Sostanzialmente, per il momento, il nodo del contendere è proprio questo. Il nocciolo sul quale ruota tutta la discussione intorno al mondo delle pensioni sono proprio questi cinque anni in più che verranno richiesti, quando l'orologio scatterà al 1° gennaio 2022. Come se i lavoratori che abbiano raggiunto i requisiti richiesti per la pensione qualche ora più tardi siano tanto differenti da quelli che li hanno raggiunti pochi minuti prima. Per il momento sembra che la certezza sia una sola: il Governo non ha più intenzione di concedere la possibilità di andare in pensione al raggiungimento dei 62 anni, con 38 di contributi. Questo volontà, però, richiede un intervento normativo, anche perché lo spettro della Fornero aleggia sulle spalle di tutti i lavoratori.

Pensioni: il otenziamento dell'Ape!

Secondo alcune indiscrezioni che sono circolate in queste settimane una delle possibili manovre da effettuare sul fronte delle pensioni è un potenziamento dell'Ape Sociale, che come molti ben ricorderanno scadrà il 1° gennaio 2022. Una delle ipotesi al vaglio dei tecnici del Governo è quella di ampliare la platea dei lavoratori che ne avrebbero diritto, estendendo la possibilità di aderirvi anche a quei lavoratori impiegati in mansioni ritenute usuranti o gravose. Su questa possibile manovra sulle pensioni entrebbe in gioco la famosa Commissione sui lavori gravosi, costituita dall'allora Governo Gentiloni, ma che non ha mai operato. A metterla in moto è stato Cesare Damiano, ex ministro del lavoro: il primo risultato è stato quello di allargare a 203 il numero dei lavori ritenuti pesanti e che potrebbero permettere di andare in pensione a 63 anni, grazie proprio all'Ape Sociale. Nel caso in cui questa opzione dovesse andare realmente in porto, oltre che gli studi e le analisi, sarebbe necessario stanziare dei fondi per 411,1 milioni di euro previsti per l'anno in corso.

L'Ape Sociale sarebbe rivolta a uomini e donne, che abbiano compiuto almeno 63 anni ed abbiamo maturato contributi per almeno 30/36 anni. L'Ape Sociale è a tutti gli effetti un'indennità sostitutiva, che viene erogata in attesa di raggiungere l'età per andare in pensione. Al momento la misura è riconosciuta a:

  • disoccupati da tre mesi, che abbiano raggiunto almeno 30 anni di contributi. Devono aver concluso la prestazione per la disoccupazione che spetta loro;
  • i cosiddetti caregiver, ossia i lavoratori che assistano almeno da sei mesi il coniuge od un parente di primo grado convivente, che sia portatore di un handicap di particolare gravità. Anche in questo caso devono aver maturato almeno 30 anni di contributi;
  • invalidi civili almeno al 74%. Devono avere almeno 30 anni di contributi alle spalle;
  • lavoratori dipendenti con almeno 36 anni di contributi, che abbiano svolto negli ultimi dieci anni almeno sette di attività gravose.

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Pensioni: quanto si perde?

Ovviamente andando in pensione un po' in anticipo il rischio è quello di vedersi decurtare l'assegno previdenziale. Per ogni anno che si esce dal mondo del lavoro in anticipo, rispetto all'età "normale", si perde un coefficiente di trasformazione, che si va ad incrementare progressivamente. La pensione anticipata di un solo anno, a causa del contratto di espansione, registra una riduzione netta pari al 16% per le fasce retributive che sono comprese tra i 30.000 ed i 50.000 euro. Nel caso in cui si esca dal lavoro ancora prima, per ogni anno si andrà a perdere 50 euro sul'assegno mensile. Questo comporta una decurtazione netta del 27% per quanti decidano di andare in pensione cinque anni prima.

Quanti avessero una retribuzione lorda pari a 30.000 euro, con uno stipendio netto pari a 1.650 euro, nel caso in cui dovessero andare in pensione anticipatamente perderebbero tra i 40 ed i 160 euro al mese, rispetto all'assegno rpevidenziale pieno. Quanti hanno una retribuzione lorda pari a 40.000 euro, con uno stipendio netto di 2.050 euro al mese, perderebbero tra i 60 ed i 180 euro al mese. Chi guadagna 50.000 euro, con uno stipendio mensile pari a 2.387 euro netti, perderebbe tra i 100 ed i 200 euro.

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Pensioni, le discusisoni in Parlamento!

L'intenzione del Governo è quella di introdurre nella prossima Legge di Bilancio la questione delle pensioni. Ma soprattutto punta a recuperare la propria centralità grazie alla Commissione Lavoro. L'intenzione è quella di cercare una sintesi tra le posizioni più disperate ed arrivare ad una nuova formula di flessibilità in uscita.

Tra le proposte che starebbero circolando in queste ore ci sarebbero:

  • Riforma Quota 100;
  • Quota 41;
  • Super APE Sociale;
  • Opzione Donna strutturale;
  • Quota 102;
  • Opzione per il contributivo.

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