Pensione: chi guadagna e chi perde con la nuova Manovra del governo Meloni

Novità sulle pensioni, da quota 103 a quota 41: ma chi ci guadagna davvero e chi, invece, ci perde?

Manovra Pensione

A che età e con quanti contributi si andrà in pensione nel 2023 dopo la riforma del governo Meloni? Ad una settimana dalla Manovra finanziaria, da approvare entro la fine dell'anno, si tirano le somme sulla riforma pensionistica: quota 103, 41, pensione minima e così via.

Qualcuno ci perderà mentre altri ci guadagneranno. Quanto e chi esattamente?

Pensione: chi guadagna e chi perde con la nuova manovra del governo Meloni

Per i due anni 2023-2024 il Presidente del Consiglio Meloni e la sua squadra di governo hanno deciso di mettere in atto un nuovo meccanismo di perequazione delle pensioni. Lo scopo è quello di aumentare gli importi delle pensioni minime, tagliando gradualmente gli assegni più elevati. Però, secondo quanto lamentato dai sindacati, i soggetti penalizzati dalla riforma non saranno i ricchi.

Pare infatti che a pagarne le conseguenze potrebbe essere proprio il ceto medio, quella parte di pensionati che percepiscono un assegno massimo di 1.600 euro.

Il decreto della riforma in questione è stato firmato da Giancarlo Giorgetti, ministro dell’economia, che tra l’altro ha fissato al 7,3% la cosiddetta quota di indicizzazione al caro vita per l’adattamento che inizierà a partire da gennaio 2023.

Qual è la funzione della perequazione delle pensioni

Innanzitutto chiariamo che il termine perequazione si riferisce al meccanismo di rielaborazione effettuato ogni anno sugli importi di tutte le pensioni percepite. Lo scopo è di garantire una distribuzione equa delle risorse per garantire, di conseguenza, uno stile di vita dignitosa nel caso in cui aumentasse il costo della vita.

La manovra economica del governo Meloni preannuncia un sistema di indicizzazione suddiviso in 6 fasce. In questo modo si pone fine al precedente sistema che invece era articolato in 3 fasce.

Si prevede quindi, per i prossimi anni una rivalutazione pari al 100% per tutte le pensioni a cui l’Inps ha garantito il minimo di circa 525 euro fino a quelle che hanno un importo quattro volte superiore. Pertanto si potrebbero attuare le seguenti riduzioni in termini percentuale:

  • all’80% per quei trattamenti che hanno un importo cinque volte più elevato all’importo minimo;

  • al 50% per quei trattamenti che hanno un importo tra sei e otto volte superiori al minimo previsto dalla legge;

  • al 40% per quei trattamenti che hanno un importo tra otto e dieci volte più elevato all’importo minimo;

  • al 35% per tutte le pensioni che sono 10 volte superiori al minimo (pari a circa 5.250 euro).

Quale sarà l’incremento apportato dalla rivalutazione

Il governo Meloni inizia così a parlare di una rivalutazione rafforzata delle pensioni, ma a quanto ammonterà l’incremento? Si parla di una maggiorazione dell’1,5% per il prossimo 2023 e del 2,7% per il 2024.

Sulla base di queste informazioni si evince che le pensioni minime dovrebbero subire una maggiorazione di circa 45 euro, dunque l’importo passerebbe da 525 euro a circa 570 euro per il 2023 e circa 580 per il 2024. Una modifica che, di base, garantisce un piccolo aumento del minimo pensione tramite la riduzione delle pensioni che superano i 1.500 euro al mese.

Dinnanzi a questa scelta del governo Spi-Cgil, in qualità di sindacato dei pensionati, denuncia un sopruso. Secondo il loro parere, infatti, il piano regolatore non andrebbe a intaccare le pensioni dei ricchi ma solo quelle percepite dal ceto medio causando, di conseguenza, una perdita pari a circa 1.200 euro annui per 4,3 milioni di persone in pensione.